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lunedì, novembre 20, 2017

il mio derby in testa

Insomma dai, io tifo per due squadre.

La mia squadra è la Fiorentina, lo è da sempre, visceralmente. L'ho vista dal vivo 53729 volte, da Roma a Glasgow, da Imola a Gubbio. Mi ha fatto piangere e soffrire. Perchè il calcio è sofferenza. Mi ha fatto sentire parte di qualcosa. Mi ha insegnato tanto. 
La mia amica è la Spal, la squadra della mia mia città. L'ho vissuta a 18 anni con gli amici, trasferte bellissime che sono state un pò la mia formazione sul campo, poi è stata il bar sport la domenica con gli amici, il posto dove ritrovarsi, poi di nuovo a 40 con gli stessi amici, è tornata ad essere incredibilmente fonte di passione, dopo essersi fatta dimenticare per tanto tempo. E ieri, come in una catarsi, per la prima volta incontrava mia moglie, quella con cui ho la condivisione dei beni immateriali.

Ecco l'ho detto. E so che non si deve. E so che, in fondo, siete in tanti come me.
E d'altronde com'era possibile che andasse diversamente.. mi sono appassionato di calcio subito dopo i mondiali dell'82, il Mundial, e mio padre mi portava a vedere quella squadra che aveva quel capellone biondo con la maglia numero 10, quello sfortunato che non aveva mai vinto niente, ma un mondiale sì, e guardava le stelle. A mio padre della Spal è sempre interessato poco, da quando ha avuto qualche soldo in tasca era già nelle paludi della B e C, e chi glielo faceva fare allora.

E allora ci pensava mio nonno, provava lui a tenere accesa la fiammella, andavo ogni tanto in gradinata con lui ma sarete d'accordo con me che innamorarsi di Paradiso o di Primizio non era facile (di Fermanelli forse sì, ma lì ci sarebbe da aprire un capitolo a parte..) quando alla tv (e nel mio caso, allo stadio ogni tanto con papà) vedevi dei campioni così grandi e iconici.Come me, lo so benissimo, tutti i miei amici d'infanzia e d'adolescenza. E pure tanti di quanti ho conosciuto dopo. La Spal stava simpatica a tutti, molti andavano allo stadio e conoscevano i cori della curva fin da bimbi, ma principalmente seguivano le squadre con le strisce, le punizioni di Platini e i tiri di Rumenigge, e dopo dei 3 olandesi. 
Poi si andava alla Spal, quasi come che non fosse peccato, tanto era come un altro sport, tante erano le categorie che la distanziavano dalle squadre che si vedevano in tv alla domenica.Ogni tanto sbucava un ragazzo che diceva che lui era della Spal, e gli altri di rimando a sollecitarlo "no dai, non è possibile.. ok siamo tutti della Spal, ma qual'è la squadra forte per cui fai il tifo?!"

Crescere in un clima così ti distrae da tante domande, ti sembra possibile fare ed accettare più o meno tutto, anche vedere il sabato un Fiorentina-Juventus dal vivo poi il giorno successivo invadere Cento per il derby della C2, tanto "sono sport diversi". E' come avere una moglie e una migliore amica, che poi col tempo scopri che è possibile anche questo, nella vita vera: altrochè se è possibile. Puoi pure finirci a letto con l'amica, poi tornare dalla moglie. E continuare a farti domande.

Il tifo per lo squadrone, col tempo, ad alcuni si è radicato ad altri meno, principalmente per cause indipendenti la nostra volontà. Una cosa la so per certa: dopo l'ubriacatura di stadio e trasferte al seguito della Spal dei primi anni 90, le cose si sono messe male così a lungo che i puri spallini li abbiamo potuti contare, perchè erano pochi. Io non so se loro oggi contano più degli altri, ma io li guardo con grande ammirazione. Partite a Modena, Rovigo o Cesena ho continuato a vederne, più per affetto e appartenenza alla mia città che altro, e ho vissuto giornate al Mazza davvero umilianti, che mi convincevano a disertarlo per qualche mese per poi, inevitabilmente , ritornarci. A volte con gli amici, a volte magari col nostro stendardino che un pò tutti ci rappresenta, i miei amici ed io. 
Al contempo a Firenze arrivava Cecchi Gori, poi Batistuta e Rui Costa e gli anni dell'università si dipingevano indelebilmente di viola, con il denaro settimanale consegnato dal babbo per la settimana di studio e vita a Forlì che si trasformava in budget per vedere la viola a San Siro o in Fiesole, e il resto della settimana a mangiare creckers e tonno. Anni stupendi e anche un pò pericolosi, trasferte memorabili e ricordi perenni.

Quello della Spal sembrava sempre un altro sport, una passione che non va via ma che accarezzi perchè sai che è debole ed indifesa, perchè ti vergogni quando associano la tua città alla tua squadra che forse non esisterà più. Poi le cose accadono con una velocità tale che non fai in tempo a metabolizzare e ti ritrovi a San Siro che sì, cazzo, pensi e ora come faccio?!
So che qualcuno di quelli che sta leggendo mi ritiene un perfetto idiota e ha la risposta pronta per me: beh che lo faccia, che mi scriva. Io la risposta, non ce l'ho. 
E badate bene: io non sono una di quelli che ormai pensa che il calcio sia un hobby. per me il calcio rimane la solita passione e sofferenza di sempre, allo stadio vado tutte le volte che posso, ne parlo, ho amicizie profonde legate a Firenze, e gravitano quasi tutte attorno alla Spal quelle di Ferrara (e amo Bologna, ma non voglio terrorizzarvi del tutto con questa mia confessione odierna). 
Ma non chiedo di essere capito.

Io sono uno di quelli che "sua moglie", la squadra che si era scelto da bambino, anche grazie all'influenza del babbo, non la dimenticherà mai. Sarà sempre il primo risultato che guardo la domenica sul telefono Ma al contempo, cresce inevitabilmente quest'altra cosa che... "son ferrarese e me ne vanto!" lo cantavo a Bologna nel 1993, perchè ora no? Ora che ho trovato una società che mi fa sentire orgoglioso? Lo so, lo so.. gli psicologi stanno fregandosi le mani, che sti problemi li abbiamo in tanti (e no, non si curano)

Tifare due squadre non è il demonio, è una cosa che accade. E ritrovarsi al terzo anello di San Siro a urlare indiavolati è una cosa che da un lato aspettavi da una vita, dall'altro non avresti mai voluto vivere perchè era il terreno degli squadroni, e ora ci sono anche le maglie biancoazzurre. 
D'un tratto mi sembrano chiari tutti i paragrafi senza senso nei libri di Nick Hornby, ma è così: il tifo non conosce ragione e non ha comandamenti. 
Le gioie non si moltiplicano, le sofferenze sì, e ieri per Spal-Fiorentina il mio sistema interno è andato in tilt e non ce l'ho fatta a entrare. Avrei sofferto troppo. Forse mi sono fregato da solo, forse doveva andare così e basta.
“No, domani non ci vengo alla Spal. Io tifo Fiorentina ma sarei comunque troppo dispiaciuto se perde la Spal. E troppo incazzato se perde la viola! Questa partita era meglio non farla del tutto” così ha sintetizzato il mio babbo, molto più bravo di me.


Il giorno dopo, purtroppo, sto ancora male.

venerdì, ottobre 20, 2017

Sono i piani che muovono tutto

Sbaglio la chiave da infilare nella toppa per aprire casa.
Poi, l'altra mattina, non mi veniva più in mente nessuna delle mille password che utilizzo al lavoro.
Perchè sono mancato due settimane, certo. Ma anche per qualcosa in più, perchè ho avuto la testa in vacanza. Vado a fare la spesa e pago col bancomat, PIN: primo, secondo, ultimo tentativo..
Ok ho resettato, e ora non so se voglio davvero tornare a questo mondo qua, o lasciarmi in quello alle spalle.

Ormai un pò più di qualche giorno è passato, e il ritmo del sudamerica forse mi è già uscito di dosso, però credo che sia qualcosa che vada trattenuto, per quanto possibile, riassaporato ancora una volta perchè è qualcosa che - almeno su di me - fa effetto, ha la forza di un cambio permanente e la fascinazione del viaggio mai del tutto concluso, quindi col mistero un pò incorporato.

Un semplice momento offre il fianco allo spleen. Andrea mi lascia lungo la Avenida Forest, saranno le 5 del pomeriggio, veniamo da una giornata di chiacchiere lavoro e idee al Peru Beach, dove sono finalmente riuscito a mettere in fila un pò di contenuti per il progetto del podcast sullo Spallino, o quel che sia, e non mi par vero.
"Per arrivare all'hotel entra di qui, nelle stradine a sinistra. E' Colegiales, dicono sia il quartiere con la più alta qualità di vita della capitale, ci sentiamo domani!" e le ultime parole erano davvero corrette, perchè da allora ci saremmo inviati sfilze di messaggi vocali.

Cammino in questo quartiere ordinato, di case basse e tipiche e mi ritrovo a pensare alla loro storia, chi le aveva costruite e quando, il loro prezzo, come vivono la vita questi, che potrebbero essere i miei vicini. I ciotoli rettangolari delle strade, tutti intarsiati e levigati, con macchie di asfalto talmente perfette nel loro essere sgarruppate, che mi sa che mi sono innamorato.
Cazzo, come sempre nella vita: quel che mi piace una volta poi mi ruba il cuore per sempre, che si tratti di ragazze canzoni, istanti, oggetti, abitudini e, sì, città. Ci ho fatto 40 puntate di un romanzo radiofonico, ricordate?!
Dromomania: ebbene, più passa il tempo e più mi convinco che sia davvero Buenos Aires la città che è la mia malattia e la mia cura.

Ti starai chiedendo perchè ne sia così convint, quasi ti sento.. io lo so perchè: mi ritrovo dopo un altro pò di passi - e ti giuro non mi capita quasi mai, a onor del vero - a pensare alla felicità. Sarà la luce che filtra tra le grandi foglie dei platani e delle acacie e si stampa sui murales magnifici alle pareti, sarà la primavera, Sarà quella ragazza che passa in bici o quello che porta una nuvola di cani al guinzaglio. Sarà questo inutile giorno perfetto: cos'è la Felicità? La risposta, quella, è sempre la stessa, ormai da un pò di tempo a questa parte. La felicità è la libertà, e qui mi sento libero di poterlo finalmente pensare.

Raggiungo l'hotel e parlo un pò con la barista, che ama la mia parlata strampalata e sogna l'Italia. Gemelli diversi e perfetti sconosciuti, questo sono i ragazzi sbarbati che prestano servizio in quest'hotel, in confronto agli italiani: a me sembrano più che simili, ma con attitudini tutte diverse. Qui c'è tutto da fare, tutto è scalfito e da rinnovare, disincantato e accessibile. In Italia è scintillante o in disuso, perfetto o malandato e soprattutto inaccessibile e con l'eterna sensazione del "tutto già fatto". Fanculo, come mi ha reso sociologo questa passeggiata nella capitale.
C'è la musica di Amy Winehouse nell'aria, ma dovete sentirla anche voi, proprio in questo momento, per ricevere un pò di quelll'atmosfera che si respirava in quel momento, che sto tentando di raccontare: dai schiaccia qui.
Come fai a non pensare che la vita è bella.
Svegliarsi la mattina e stare bene, tutti i pianeti perfettamente disposti e anche l'energia giusta e la testa sgombra.. ecco, sta tutto tutto qui.
La vita è bella e la vita è sofferenza, qualunque cosa canti Amy a me mi arriva sempre questo insieme di feelings struggenti come un tango che però non è un tango e quasi non riesco a definirlo, lo stile di Amy. Però arrivo in un attimo alla conclusione che allora va bene, l'amiamo e soffriamo per lei, la vita. Intendo queste sfaccettature della vita, quelle che mi hanno portato qua, e prima in Colombia e dopo chissà dove. L'apertura, l'imprevedibilità, i piani, ché sono i piani che muovono tutto.

Ho buttato via una vita, per l'effimero di un lavoro e tante miglia aeree? oppure ho costruito il castello dei miei ricordi e delle mie idee che solo così, vivendo in diagonale come volevo, ho potuto far crescere? Ah boh, non lo saprò mai. Non rimane che godersela. Che non sai quanta ne resta, e i piani è bello realizzarli per poi farne degli altri. Da troppo, troppo ne scrivo e basta.

Buenos Aires che è la malattia e la cura.. avevo un ricordo speciale, una cosa che avevo scritto a una persona luminosa, immaginandomela accanto a me, e mi sale alla mente lì, a dodicimila chilometri da casa e a pochi metri dal mio sogno, quello di avere un motivo per ritornarci. Ci ripenso tutto il giorno, e quello dopo. Perchè questa sinapsi proprio adesso?


Andare a ritroso a leggere i messaggi, i post, le annotazioni e trasalire quando sale alla mente quell'idea pulita, cristallina come allora... ma 5 anni dopo ormai non è più lucida, è impolverata, e tu improvvisamente ti senti inadatto e senza appigli. Ma è un momento appena, perchè la testa è così in sincrono e la colonna sonora di questo vagabonding sudamericano è così perfetta che non c'è tanto tempo per fare i nostalgici.
E' una città che mi vedo vivere, con un lavoro e una famiglia, o senza lavoro e senza famiglia, ma trovando occasioni stupide per andare alla cancha o da Salgado Alimentos con Andrea per parlare di politica internazionale e figa, di import di passeggini upscale e del significato del profilo Instagram di Bonucci, di meditazione, tinder e del situazionismo di Guy Debord... Andrea, uno che ne trovi forse dieci nella vita con un mood così perfettamente in linea con il mio. Lo vorrei incontrare tutti i giorni, Andrea. E invece mi basterebbe incontrarlo due mesi l'anno e per il resto mi accontenterei di un pò di messaggi vocali al giorno, mentre la tecnologia fa il suo corso.
Frequenterei anche Valentina, con la quale vorrei tanto lavorare perchè un pizzico di riminesità nel tessuto bonarense produce un risultato quasi perfetto. Sono certo che mi farebbe iscrivere al suo circolo, giocare a tennis e magari correre una maratona. E poi Nacho e Gus e chissà chi altri, pure le nuove generazioni con i servizi a domicilio.
Fai delle liste di desideri Emanuele, colleziona tempo, comincia subito, perchè poi saranno tutti da realizzare.

Vagabonding aveva significato Bogotà prima, mai visitata prima e palestra di confronto sulle mie teorie curative del sudamerica. Sensazione di pericolo e natura selvaggia, classe ricca e classe povera, il mito di Escobar e il terrore di Escobar, "si senor" e "con mucho gusto" infilati ovunque, il bad feeling dell'imperialismo americano che penetra e inquina tutto, appiattisce tutto. E poi Sabrina, a cui sarò sempre grato, che lascia l'adorato Ecuador è marcia 25 ore di pullman per vedermi un pomeriggio, pranzare e passeggiare insieme e poi parlare di fronte a un caffè italiano (in un bar italiano, con una macchina del caffè italiana, un bancone frigorifero del gelato italiano, uniformi dei camerieri a marca italiana, scooter sul marciapiede con bandiere italiane e adesivi "46" e alcuni "58" appiccicati a tutti i motorini sparsi attorno a noi, tanto che ripenso al "Hey man, Italy still means something" che mi disse Tolga sul lungomare di Izmir e penso che sì, ha davvero ragione) di come il suo pellegrinare dalla fine del mondo fino a lì l'abbia resa una persona migliore e piena di risorse, ma anche di fiducia verso l'altro, verso il mondo. Un messaggio bellissimo che mi è rimasto addosso e conto di non scordarmelo nei prossimi scontrosi giorni di lavoro. Sabri in qualche modo irradia positività, profondità e benessere come poche altre persone al mondo e tante volte mi sono ritrovato a pensare a lei, immagino che certo non sarà un caso.

Non è tutto ordinato, lo so, perchè arriva da qualcosa di molto intimo dentro di me. Anzi, è tutto così sconclusionato che concludo dall'inizio, dal momento in cui dopo un paio di anni rivedo Andrea davanti a una birra, in un bel quartiere di una città e un paese dove il calcio è allegoria del vissuto quotidiano, dove arrabattarsi si traslittera in "parare i rigori" e chiedere un aiuto inevitabilmente diventa "supplicare un cross al centro".
Con Andrea si parla di convenevoli e poi lui in 4 minuti, 5 al massimo, mi racconta che va dallo psicologo con cui parla di questo e quello, poi va a fare meditazione e quel momento di bilanciamento gli risulta essenziale per riequilibrare l'utilizzo di mente e corpo, di pensieri di ansia e consapevolezza. Scatta il salvavita interno e - sospeso in un limbo per qualche secondo - finisco col pensare da quanto cazzo di tempo non ho una conversazione così profonda e allo stesso tempo semplice, disincantata e istruttiva. Al che lui dice qualcosa tipo "e poi arriva un contatto umano e il castello delle tue convinzioni cerebrali cade!", e al contempo mi tocca la mano, ed è come uno spleen, un momento che non so perchè mi ricorderò a lungo. E' lui il testimone di una vita piena solo di metropoli e pampa ma anche vissuta in Technicolor, più vivida e il perchè è il suo presente. Ragazzi lo so che non avete capito, ma vi basti sapere che questi diventeranno un giorno soci, e ci ritroveremo a discutere come impostare il piano strategico per il biennio successivo mangiandoci una pizza Nel Forno. Sarà un golazo de mitad de cancha! Sto posto pazzo e incompleto, furbo e creativo, dove presentano il tg dalla tv di stato in minigonna e con un'energia tutta sua, quella di tutta l'America Latina, che come dice Massi "non si può dimenticare una volta che la si conosce".

Chiudo con una considerazione: il blog non è più il mezzo adatto per queste sbrodolate romantiche e desolanti. Ma che ne so cosa sia giusto utilizzare, nel 2017? un video in slowmotion su cui io racconto i miei pensieri? Un grande direttore della fotografia per uno sfondo con i panorami mozzafiato, mentre un'assistente suadente legge le mie note? Un ologramma che si siede sul divano e ti trasmette la mia esperienza?
Non lo so, io so solo che sono stati momenti di pace e di riappropriazione di me, di piacere e di gioia di vivere. Tutto il resto, lo sapevate già.




sabato, maggio 14, 2016

Dontellmymom visto da me

Quando scatto questa foto è un pò il momento in cui l'adrenalina e la fatica, vera e tanta, lasciano spazio alla felicità, che sarà presto rimpiazzata, dopo pochi secondi, dai mille complimenti e dai "bello ma" e dai "se me lo dicevi" e poi "scusa stiamo scappando", "stupendo ma non si potevano comprare le T-shirt", "hai fatto bene ma ho visto pochi depliant distribuiti", "come si chiamava quello là", "hai ancora delle drink card", "facciamo una foto", "hai due minuti", "vieni qui un secondo" e tante altre che dopo una giornata ho ormai rimosso, tutte chiaramente nello stesso momento.
Ma tra il prima  e il dopo c'è questo istante bello che diventa subito stiva per la memoria: gente allegra, tanti amici sparsi che si sono goduti una gran bella serata confezionata da me, quel che ho sempre sognato di fare. Eccola!

Ma la storia comincia molto, molto prima. Dalla prima volta che assito alle serate #dontellmymom a Milano, a cura dal grande Matteo Caccia. Un pò di tipico stalking elegante, come lo definisco io, e mi sono infilato tra la curiosità di Matteo. Un #dontellmymom a Bologna? Chissà!
Incomincio a cullare la mia idea, mi faccio sempre vedere e stalkerizzo con sapienza, conquisto il palco di dontellmymom Milano un paio di vole e poi sferro l'attacco decisivo: quando la facciamo a Bologna, Matteo?!

E ora lo so, cosa vi state chiedendo voi che leggete: e che cazzo è #dontellmymom? bella domanda. E' uno storyshow. Si sale sul palco e si raccontano episodi esileranti o iperboli o anche episodi più riflessivi, intimisti e si evita così di andare dall'analista, e magari ci scappa pure il drink offerto.

Per fare questo o qualsiasi altro evento ci vogliono un pò di cose, ecco le mie istruzioni per l'uso:

Ci vuole che occorre avere qualcosa che ti piace e che puoi sentire raggiungibile. Se sei quel figo senza pari di Fabio Zaffagnini il tuo sogno può essere anche quello di far qualcosa di mai pensato prima, con tutte le conseguenze. Se sei Emanuele, qualcosa di meno mastodontico ma non meno sentito, perchè le storie mi sono sempre piaciute in ogni loro forma.

Occorre dunque trovare la tua strada, che mentre la fai la serendipità ti farà trovare al fianco i temi e i compagni giusti. Seguo Matteo Caccia alla radio da secoli, ormai (posso dirlo?) sono suo amico e quindi, dopo aver inviato alcuni racconti ai suoi programmi, dopo aver assistito ad alcune serate milanesi di #dontellmymom e addirittura dopo essere salito sul palco due volte a raccontare le mie storielle, come dicevo sopra decido che è ora di passare allo step successivo e rompo gli indugi pronunciando la frase che dà il via a tutto: "Matteo, lo facciamo un #dontellmymom a Bologna?!" il suo sì d'istinto mi conforta.

E poi e poi. Ci vuole la consapevolezza che non sei perfetto in nulla ma sei intimamente convinto di essere bravo in un pò di cose diverse, e che ti piace organizzare. Qui spiegavo, su linkedin, nel momento in cui avevo compreso che stavo portando avanti un evento che era un hobby in modo professionale, perchè ricercavo nella nuova avventura quello che ora non riesco a trovare nel mio lavoro, che pure afferisce all'organizzare dei grandi eventi, delle rassegne. Mi ci ritrovo al 100% anche ora, rileggendolo.

Ci vogliono soci: pensare una cosa è bello, ma negli eventi come nella vita fantasticare e portare avanti le cose insieme è molto più bello. E allora si ragiona con l'amico bolognese più esperto sulla perfetta location, si passano notti e si spendono migliaia di messaggi con l'amica Stefy fan di Matteo Caccia su come sviluppare il progetto, che immagine dargli, da chi farsi aiutare (anche se non le perdono la sua arrendevolezza e l'essere arrivata dopo gli altri contastorie quella sera: eri la produzione e l'hai dimenticato!). Grazie a lei reclutiamo Marta e Silvia, ragazze splendide che accettano con un entusiasmo, illegale come la loro giovinezza, di aiutarci in tutto, dal volantinaggio nei locali della città alla raccolta delle email la sera dell'evento: davvero impagabili. Ricorda sempre, se non hai una crew con cui ti riconosci, il progetto nasce già stanco.

Ci vogliono intuizioni: grazie ai contatti di lavoro recluto 2 amici/sponsors che finanzieranno le spese (ridotte ben al di sotto del minimo) e mi permetteranno di invitare Matteo e altri ospiti da fuori Bologna e di realizzare flyers e locandine progettate dalla Stefy. Denaro e fantasia sono un pò vasi comunicanti nella realizzazione di eventi, e quando manca il primo di contrasto sale esponenzialmente la seconda. Con Stefy ragioniamo sulla possibilità di intrattenere il pubblico tra le 19,30 e le 21 quando è previsto che cominci la serata. E allora perchè non invitare i comuni amici Pretty Green che fanno del bellissimo brit rock e poi ci daranno microfono e ampli per l'evento?
Infine, da un aperitivo delle 20 con Serena esce la sua richiesta di aiutarci, e così un evento nato per riempire una serata di maggio diventa qualcosa che ha addirittura un ufficio stampa professionale e annunci che verranno rilanciati su tutti i media locali il giorno di #dontellmymom.
Che figata, il network è davvero tutto.

Ci vuole perseveranza, quando ti ritrovi che quelli del locale ti dicono che forse quella sera avranno un altro evento e tu sei nuovo e forse ti spostano, quando la tua socia ti dice che se non ce la facciamo possiamo sempre rinunciare, quando Caccia ti annuncia che arriverà con la morosa Marta alle 21,20 e dovrai pregare il Dio di Trenitalia che il treno arrivi puntuale, quando mancano i soldi e tutti coloro a cui chiedi un aiuto non ti rispondono o ti danno rispostine ironiche (non mi ricorderò di voi perchè non è il mio carattere, ma mi sono segnato tutto! hehe) e quando accadono tante, tante altre cose che per fortuna ho già dimenticato.

Ci vuole che occorre ascoltare la tua vocina, quando tutti cominciano a sussurrarti cose nelle orecchie, a ridosso dell'evento. Ci vuole il palco, no è lo stesso. Le luci vanno chiare sennò non si vede!! E poi, soprattutto e prima di tutto, #dontellmymom si compone di una serie di persone che salgono sul palco e se Matteo e l'ineffabile scrittore Ugo Cornia (da lui reclutato e da me nemmeno salutato, magia degli eventi) ci sono, gli altri 5? La Stefy afferma di volerlo fare e tutti tranne me le danno fiducia, il responso della sua performance è qui.
Serena oltre alla stampa e alle pr che porteranno ad avere nella sala il doppio della gente che umanamente ci poteva stare, è una miniera inesauribile di contatti e intuizioni e grazie a lei arriva Ivo Germano, un poliedrico accademico della parola e poi io punto su Stefano Bottoni, ideatore del Ferrara Buskers Festival che nelle notti in cui prestavo servizio da pischello (non uscirò mai dagli anni 90..) ci ha raccontato episodi straordinari ma forse non è la persona più adatta a salire su un palco ma alla fine  - spinto anche dalla figlia Rebecca grane fan di Matteo Caccia - viene e, spero tanto, si diverte.


Poi per una serie unica di circostanze arriva un tizio che di professione fa il General Manager ma invece che dall'
analista, ha capito che i cazzi suoi è meglio se li racconta da un palco e lo fa in modo meraviglioso. Con lui nasce una naturale empatia fatta di scambi di tweet e messaggi telefonici. Sarà lui a regalarmi il momento più esilerante della serata quando, in attesa di entrare in pizzeria a mezzanotte e mezza sotto il diluvio universale e con una sigaretta simpatica in bocca, mi svelerà il suo segreto per essere un manager con grande self control.
Infine, Zaffagnini. Già lo avevo stalkerato l'anno scorso in una assurda e bella giornata con la Fede e alla sera, una volta seduto al tavolo con lui, avevo capito quanto puro, speciale e sereno fosse.
Ecco perchè era riuscito in un sogno talmente assurdo, quello del rockin 1000 dell'anno scorso, che ha portato 1000 musicisti a suonare insieme un pezzo-tributo ai Foo Fighters e poi avere il loro world tour modificato per fare una tappa a Cesena, una roba talmente incredibile che "non sembra nemmeno una storia italiana". Mi ci voleva lui per rendere la serata #dontellmymom Bologna davvero da ricordare e, tra missed calls e l'aiuto impagabile di Agustina amica sua, alla fine ce l'ho fatta.
Ma ti assicuro che i 7 storyteller che sono riuscito a raccogliere quella sera sono la sintesi di almeno 50 a cui abbiamo pensato, di almeno 20 a cui ho scritto o telefonato, a tanti no che ho ricevuto. Per questo ho capito, ancora una volta, che..

Occorre sbattersi: creare gruppi su whats'app, negoziare i free drink col manager del locale, salire sul palco e scattare la foto che vedete sopra, fare volantinaggio settimane prima, spostare decine di sedie per vedere di fare sedere tutti, salutare gli amici e conoscere il numero possibile di sconosciuti che sono venuti lì apposta per vedere qualcosa che hai voluto per primo tu; sono tutte azioni indispensabile e di pari dignità e mi dispiace se qualcuno non l'ha intuito.
Dopo che avrò finito questo post che sancisce il tributo al lavoro e alla libidine mia e vostra per la realizzazione di #dontellmymom Bologna, creerò un file excel per inviare tutte le email dei partecipanti registrati allo sponsor che me le ha già richieste, come parte del nostro agreement, e vi assicuro che andrei tanto volentieri a farmi un aperitivo!

Vivere l'imponderabile con il giusto karma: a un certo punto la stegista Silvia mi dice di straforo che c'è anche Matilda De Angelis la coprotagonista con Accorsi di "Veloce come il vento", quel film bellissimo sulle corse ambientato in Emilia. Ebbene io vado, saluto lei e le sue amiche e le dico che "è fortissima!!", ma cazzo vedo che le sede sono finite e so che a minuti se ne andrà e nemmeno ho l'intuizione di farmi una foto con lei, ma è comunque un bel momento che solo sere del genere, belle e organizzate pensando a tutti i particolari, ti possono regalare.
E poi l'avere avuto storyteller fighissimi mi ha consentito di conoscere, ad esempio, la storia di Fabio Zaffagnini che, senza tendone prima messo a disposizione poi ritirato da parte del management dei Foo Fighters che poteva contenere 50 mila persone, ha letteralmente perso un mucchio di soldi per la sua organizzazione ma nonostante questo, con la sua faccia serafica e allargando le braccia, si è goduto da Re squattrinato quel folle concerto di Cesena in loro onore

Occorre imparare a godere delle tue creature. Ma  è un processo lungo. Perchè #dontellmymom ha avuto tanti aiuti e lodevole supporto ma senza di me non si sarebbe mai realizzato, è la semplice verità. E qui sono molto scarso, fatico a gioire delle cose anche se vengono bene, sono sempre troppo focalizzato sul seppur banale aspetto che non è andato come previsto, scervellandomi da subito su come migliorarlo per la prossima volta, anche se potrebbe non esserci mai, una prossima volta.

Ingrediente fondamentale, il primo e l'ultimo in tutti i progetti che decidi di realizzare, sono gli amici. Quelli che ti dicono che verranno prima ancora che gli dici di cosa si tratta; quelli che ti mandano messaggi di "in bocca al lupo" dalla Thailandia, Londra, Brasile. Quelle che ti chiedono com'è andata il giorno dopo. Quelli che arrivano, si prendono una birretta, stanno in disparte perchè vedono che non hai il tempo di cagarli eppure ti sorridono, quelli che ti scrivono il giorno dopo per riportare l'entusiasmo di altri ancora, quelli che ti vedono in difficoltà e ti aiutano la sera stessa, e lo fanno sorridendo. Alla fine l'equazione dei Beatles è ancora quella che muove il mondo: l'amore che dai e quello che ricevi si equivalgono.

Infine, ho avuto l'ennesima conferma che ci vuole una voglia feroce di fare le cose che sai che ti piacciono, perchè presto sarà tardi e solo tempo di rimpianti. E senza lotta anche il premio sarà meno dolce.
Così invece, si passano 3-4 giorni di naturale depressione post parto, poi si ricomincia alla grande con tutti i nuovi contatti aperti da esplorare, la tara dei pros and cons da valutare, le idee nuove da sviluppare e quelle note da sedimentare.


Dopo pochi secondi da quella foto ispirata dai rituali di fine concerto dei Subsonica, quando è la band che fotografa il suo pubblico, sono sceso e mi è venuta incontro Emma abbracciandomi. Era andata, dai, avevo regalato belle impagabili ore ai miei amici e a chi aveva scommesso una sera sulle storie e su chi le avrebbe raccontate, e d'improvviso mi sono ritrovato le spalle più larghe, capaci di sostenere tutta la fatica che c'era stata dietro.

Dopo un'oretta circa da quella foto eravamo in pizzeria, noi dello staff e i performer della serata. Tra le cazzate di Matteo sulla juvemerda e le imitazioni strampalate; la confessione di Fabio che sì sta meglio ora di un anno fa ma non sa dove andrà a finire e che alla fine il suo sogno starebbe stare tutto il giorno sdraiato sul divano a vedere "Boris" alla TV; le sigarette simpatiche di un direttore generale figli di partigiani che ha combinato più cazzate in vita sua che tutto il Gruppo Fefo messo insieme.. beh in mezzo a tutto questo mi si è aperto un sorrisino perchè ho avuto la conferma, con esempi pratici che mangiavano una pizza intorno a me in quel momento, che "occorre essere molto seri per poter apparire stupidi" (cit.)

lunedì, febbraio 22, 2016

Cambiano i ruoli, siamo sempre le nostre relazioni

Tu ci provi a tracciare la rotta, ti metti anche ad armeggiare con le squadrette e il compasso, ma se non sai fare a leggere la mappa, se non trovi la fora di studiare, se non hai una crew che ti tira avanti, non ce la farai mai.
Sarai al massimo il capitano di una nave in bottiglia, nella cieca illusione di ordinare manovre che vedi solo tu, mentra qualcuno sposta te e la tua imbarcazione da una mensola all'altra.
Nel frattempo, cambiano i ruoli. E tu te ne accorgi vivendo, che la mamma di un caro amico si agghinda e sembra splendente, ma lei sì ha smarrito la bussola e lui la tiene mentalmente per un braccio nel resto del suo percorso, e sta trovando le parole giuste per dirtelo e tu sai che l'unico modo per essere un amico, è fare un sorriso e uno spergiuro di saluti.
Poi l'amico saggio che sbanderna completamente e diventa quello che va aiutato o perlomeno sostenuto per partito preso, che lui ha una situazione brutta ora e non puoi lasciarlo solo. E poi, dopo un anno e un pò, si rivela lui il vigile dei sentimenti e ti traccia una possibile rotta, ti dà una sveglia, ti dice hey sporcati le mani, che l'amore è comunque amore.
Nel frattempo cerchi dei stringere la tua comunità e per un tratto capisci che se è così difficile farlo è perchè ci sarà un motivo, che tutti sono impegnati a saltellare da una parte all'altra del ring della loro personalissima battaglia quotidiano, e allora ti viene da giustificare tutti, da far pace con tutti, da addirittura cercare di aiutare tutti, che poi alla fine è una faciloneria romantica anche questa e allora finisci col dire eccheccazzo o è troppo presto, o è troppo tardi e comunque non va mai bene nulla.
Senti tua madre che ti parla in modo un pò diverso, quasi capisce un pò delle tue non scelte, e si crea un'alchimia nuova che speri tanto che duri.
Poi un amico che ti chiamava boss si rimette in contatto, e vive nella città più bella del mondo e ha trovato una donna piacevole che lo ama e che gli ha dato un figlio, e pensi che il boss sia lui e la sola cosa da fare sia andarlo a trovare.
Ti scrivi per il secondo anno consecutivo le stesse resolution sul diario, le stesse identiche dell'anno scorso, che hai passato 365 giorni accarezzando l'idea di intraprenderli quei propositi e poi nulla, e ti viene un pò di freddo lungo la schiena impaurendoti che possa passare una vita, nell'attesa finalmente di vivere.
Ti rileggi un libro che hai sugli scaffali dal 1997 e decidi che lì dentro, che tu abbia 20 anni o 40, c'è tutto. Ne rileggi un altro uscito pochi mesi fa e rifai il ragionamento, perchè l'obiettivo ormai non è più catalogare, pianificare o confrontare, ma semplicemente sottrarre.

Tiritrovi a pensare che stai vivendo un periodo perfetto tra azione, sogno e consapevolezza e ti lamenti che sai che sarà breve, e la fretta torna, maledetta.
Mentre lavi i piatti, fai delle pensate della madonna e quindi maledici le lavastoviglie: siamo sempre la somma delle relazioni che abbiamo, e per il tempo che le abbiamo, e per la loro profondità e verità. Ci illudiamo di poter avere il controllo ma non è così, abbiamo solo il controllo della miscela delle relazioni, che è un pò una fregatura e un pò una salvezza.

Certi momenti vanno fotografati, pensi mentre guardi quella scatola rossa e ripensi al continente obliato e tutto quello che c'era stato prima.

giovedì, febbraio 18, 2016

Risposte

Carissimo,
In questo inizio d'anno, come ormai mi accade da qualche anno a questa parte, mi sono scritto gli obiettivi, le resolutions, e anche un breviario delle cose che devono essere fatte sempre.
hai presente no? Andare in palestra, perdere meno tempo sui social networks, socializzare, dimagrire, scopare, ascoltare musica. Dall'anno scorso, alla svolta del decennio, grazie al sempre più mitico mentor ne ho aggiunto uno: fare una cazzata al mese, che pare sia l'elisir per ottenere delle risposte. Da sé stessi, naturalmente.

Per esempio: tu lo sai a come reagirai se salissi su un palco a raccontare, solo con te stesso, una storia a un pubblico di un locale, un lunedì sera, col le luci puntate contro come i loro distratti giudizi denigratori? No, non credo. Io nemmeno. So che mi piacciono le storie, al limite mi piace raccontarle agli amici. Ora so, più o meno per certo, che mi piace anche raccontarle in pubblico (ora non immaginatevi una folla, intendo 70-80 persone, ma vi assicuro che anche solo strappare un sorriso a un perfetto sconosciuto che ti guarda interrogativo, beh è una bella prova di forza, altroché il colloquio di lavoro. Ammetto che mi ero preparato, che mi ero portato la claque, che avevo bevuto un gintonic preventivo, ma quando ho preso il microfono ed ero sul palco con i faretti di fronte ad accecarmi, beh mi è tremata la voce. Poi sono andato, mi hanno applaudito e addirittura fatto gli uuuuhhhh di approvazione, che alla fine mi è pianto il cuore a dover scendere. Ho avuto una risposta, cazzata di gennaio checked!

Ho scritto una lettera bella, appassionata. L'ho scritta, letta, riletta, riscritta. Gettata, ripresa, copiata in parte, chiusa in un puzzle di due belle storie. L'ho spedita a una persona che mi piace e mi piacerà sempre, per quello che è e come lo è, che ho avuto la fortuna di conoscere bene l'anno scorso. Contavo su di una risposta, chissà se mai l'avrò.

Ho finalmente aggiornato il mio curriculum, ci ho messo dentro tutto scopiazzando da quelli belli e spruzzandoci un pò del mio, alla fine, come un profumo prima di infilarsi il giubbotto. Che coglione.. dopo solo una giornata sono qui che ansimo per leggere la risposta, di quanto sono stato apprezzato, che mi stanno aspettando per un colloquio, che voglio me. Quanta insicurezza, che tragico bisogno di essere lodati.

Ho chiesto a una ragazza il suo numero e lei mi ha risposto parlando d'altro, poi le ho richiesto del tempo che fa e abbiamo attaccato a parlare, e poi ci siamo ritrovati al cinema uno accanto all'altro, a confessarci quanto fosse palloso, e lei che non la smetteva più di parlare.

Ho letto distrattamente, conosciuto autori mitici della mia adolescenza rivelarsi belle persone, ma collegate a serate strane non me ne sono fatto nulla, e alla fine ho ripensato che uno dei comandamenti d'oro che ho imparato è che i miti devono continuare a rimanere miti, che è meglio per tutti e soprattutto per quel senso inevitabile che di ha di voler ottenere delle risposte che loro in fondo sanno di non poterti offrire.

Ho chiesto ad un amico cosa si prova a diventare padre, e lui mi ha registrato un file audio notturno di questa specie di gatto che rantola, e lui che ride in sottofondo. Un'altra risposta.

Ho sentito i discorsi di un'amica che aveva tutto il sentiero perfetto di fronte e ora di ritrova tra le curve del Gran Premio di Montecarlo, e vorrebbe solo ripartire a razzo nel circuito di prima, e chissà se ce la farà.

Ho letto di Massi dopo un mese a San Paolo: scrive che all'inizio era preoccupato e con le aspettative bassissime, ora dice che anche solo dopo un mese, "sente" che ne è valsa la pena e poi usa quella formula che spesso ho usato io, che un pò mi appartiene, e di certo non lo fa a caso. La risposta sta nelle persone, solo andando verso di loro ci si può avvicinare.

Per ora basta così, a presto.




mercoledì, settembre 23, 2015

Se davvero fosse una questione di soldi e tempo

Hola gente!

stamani mi sono svegliato e alla radio parlavano di soldi, costo della vita. Poi di lavoro, torna-si-stabilizza-ma-va-là non ce n'è e altre robe simili.
Poi al bar, una signora che parlava con altri due che hanno aumentato la retta dell'asilo, poi s'è rotta la macchina e boia che due maroni non ce la fa, che deve correre al lavoro via via che la stanno già aspettando, per portare a casa lo stipendio, che senza sarebbero rovinati.
Poi sento di amici, o amici di amici, che perdono il lavoro e per fortuna che il suo ragazzo ha un buon posto; di altri che una volta dicevano che l'equilibrio è tutto e ora fanno le 21 a lavorare tutti i giorni e poi si spendono tutto in weekend nei resort e quelle cose lì.
Poi ce ne sono altri ancora che gli dici "ci vediamo per un aperitivo"? e quello ti risponde "eeeh magari guarda ho una giornata tremenda, poi domani a Roma e poi giovedì a Londra in giornata e poi sabato mi sa che devo stare in casa che ho da recuperare le lezioni del master!!".
E magari c'è quell'altro che "il mio contratto di lavoro prevede 7 ore e 40 al giorno, perchè dovrei farne di più"?
Quello che sono due soci e si separano, e non sanno come andranno a finire.
Quelli che se gli chiedi "ma cosa farai nei prossimi anni" ti guardano come se gli avessi domandato dove ha seppellito il cadavere.
Quelli che "bisogna pur far qualcosa!", quelli che imperterriti inseguono il loro sogno anche se il presente è misero, quelle che hanno studiato un casino e poi finiscono col fare la mamma.

Insomma un pò un casino, gli equilibri di un tempo si sono del tutto perduti e direi che siamo molto lontani dal ritrovarne di nuovi.

La domanda che mi è venuta stamattina, mentre sorseggiavo il mio caffè, è la seguente: se tu, proprio tu che leggi, da domattina ricevessi esattamente lo stipendio che stai ricevendo ora ma così, come dicono quelli, di cittadinanza, cioè potendo rimanere a casa, cosa faresti? Immaginiamo che lo puoi ricevere, lo stipendio, solo se hai ufficialmente qualcosa su cui vuoi dedicarti.

Io organizzerei un gruppo, nel senso di una banda proprio (naturalmente prima dovrei imparare a suonare un minimo uno strumento, una chitarra direi) e suonerei, anzi proverei a suonare, tutti i giorni.

Poi farei in modo tale che quel bar diventasse anche il mio bar, dove chiamare i miei amici e commentare quella partita, quella ragazza e quella vacanza.

Andrei in barca a vela fino a diventare un vero marinaio, ma sempre in Sardegna o comunque nel Tirreno. Vivrei tra Emilia e Romagna, con frequenti viaggi a Londra, diviso tra i progetti sostenibili delle Serre dei Giardini di Kilowatt, quelli folli di Fabio e la sua crew di Rockin'1000, quelli miei raccolti sotto l'effige di Dromomania, perchè devi sempre avere tutta la strada davanti.

Di certo vedrei molte persone, passerei molto tempo con loro poichè per l'alchimia ci vuole tempo, e di persone con cui vorrei passare tanto tempo insieme ne conosco, sia da decenni che da pochi mesi o settimane. Organizzerei dei pranzi della domenica e delle cene tutti insieme, ecco.

Il tempo andrebbe stampato in tagli da 1 ora, una giornata, un weekend, una settimana e messo nel portafoglio, a fianco delle banconote.

Leggerei Infinite Jest di DFW, guarderei una lista lunga così di film che non riesco più a guardare.

Finirei quel progetto di Cyclica con il Mentor Achab.

Farei il PoletoPole dall'Alaska alla Terra del Fuoco con Cristiano e Niccolò.

Andrei a Buenos Aires per comprare una casettina, in cui stare un paio di mesi l'anno.

Farei un corso di pasticcere, un programma radio e forse un MBA. Incontrerei Baggio, Springsteen e Obama, anche Papa Francesco e Mujica.

Calcolando che anche tu, e tutti, avremmo un sacco di tempo disponibile, sono convinto che trasformeremmo il mondo in un posto infinitamente migliore. Basterebbero due anni, direi.

Il fatto è che sono convinto che, con tutto il tempo del mondo a disposizione, non è mica vero che il mondo si fermerebbe: molti non farebbero più un cazzo o al massimo andrebbero a correre al parco, molti altri farebbero più di adesso, liberando la loro fantasia repressa. Dite di no? In fondo, io mi son scritto sta roba solo per avere una bussola delle cose da fare, perchè lavoro o non lavoro, se vuoi fare le cose, il tempo lo trovi e le fai.

Infine, ascolterei musica, più musica tutto il giorno, fantasticando su quale concerto andare, cosa comprare.. tutte queste cose qua. Magari aprire un negozio di dischi, e se fosse oggi, il 23 settembre, suonare Springsteen tutto il giorno. Auguri Boss!

E tu, se da domani ti trovassi sul conto in banca il tuo stipendio senza lavorare, cosa faresti?


sabato, gennaio 03, 2015

Perchè le storie degli altri, sono le nostre storie.

Dopo anni chiude un programma su Radio24 che davvero, mi ha cambiato la vita. Che poi non è un programma, sono stati anzi almeno 3 programmi diversi. Con un tema comune: raccontare le storie. Che prima non sapevo come dirlo e ora invece sì: le storie degli altri sono le nostre storie e conoscerle ci rende un pò migliori.
A me le storie mi hanno reso migliore in un numero infinito di modi, che ho cercato di raccontare ai curatori del programma con la storia di sotto. 

Aeroporto come sempre, volo AZ1595. L'aereo prende il volo e io mi infilo le cuffiette, metto l'iphone in modalità utilizzo in aereo e apro la app dei podcast.
Ascolto sempre gli stessi due per primi: la puntata del 14 febbraio 2012, quella di Viola che si lascia con il suo ragazzo, una voce bellissima. 
Poi subito dopo quella del 20 febbraio, Massimo Neriotti e il suo Scagnolari

Ma la storia comincia prima, molto prima. Gennaio 2010, uno dei pochissimi giorni a casa dal lavoro senza un motivo particolare, dopo oltre 6 anni di lavoro e viaggi quasi ininterrotti.
Erano le 16, ero a zonzo in auto e su Radio24 c'era questa storia di una vita in vendita per cominciarne una nuova, una voce molto bella, una storia bellissima su una racchetta da tennis. Fu amore al primo ascolto.

Poi: passano i mesi, volo in Argentina, ascolto tante tantissime puntate in quella trasvolata di 12 ore, sempre con le cuffiette, e la signora di fianco a me, vedendo delle lacrime scendere lungo le mie guance, che mi chiede se va tutto bene. Si che va tutto bene, fu un momento di rara empatia.

Poi ho conosciuto la Stefania, non so perché. Ci facevamo like a vicenda nei commenti su quanto scrivevate su facebook, e da lì é andata avanti. Ora ci vediamo sempre e siamo grandi amici. Abbiamo inventato impegni di lavoro per venirvi a sentire al "live" e anche a #dontellmymum e parliamo di certe puntate e son cose che capiamo solo noi.

Ma andando ancora indietro, la vostra iniziativa a RivadelGarda con RadioIncontri e il mio racconto selezionato per la finale. Era il 2010 ed era vendo anch'io o qualcosa del genere. Una trasferta che diventa una festa, con molti amici che mi seguono, un bellissimo weekend che libera le sinapsi e allora chiamo un amico che lavora in una radio underground bolognese e gli racconto che vorrei fare un programma di storytelling, che ho in mente una storia e che l'idea di andare in onda con un radiodramma sarebbe stata "killer". Chissá in quanti mi hanno ascoltato, ma fatto sta che è uscito fuori "Dromomania", un programma in cui un malato di viaggio visitava e raccontava il mondo che vedeva, in attesa di trovare la città che "risponde alla sua domanda fondamentale". Insomma, ho fatto un programma radio, 40 puntate di mezz'ora. Un romanzo radiofonico con tutta la miglior musica e le pagine dei libri più belle di sempre. Uno spasso enorme.

Grazie alla Stefania ho deciso di imparare a nuotare, visto che stavo provando a imparare andare a vela. Bene: dopo 3 anni, posso dire di saper fare un pochino a nuotare, a stile e dorso, e questa estate in Sardegna dalla barca in rada sono arrivato fino in spiaggia, cosa impensabile prima.

Poi. Per lavoro sono dovuto andare al Sole24Ore a parlare della fiera e del settore per cui lavoro, che ci sarebbe stato da sviluppare uno speciale e poi Barisoni era stato pensato come il moderatore al convegno inaugurale.
Da lì si arriva a ragionare di avere Radio24 tra i padiglioni durante i giorni di fiera, per alcune interviste su "Focus Economia". Le mie parole alla direttrice marketing Luisa Valsecchi sono perentorie: l'affare si chiude solo se mi manda Caccia e Bonini a Bologna a fare una puntata sui meccanici.
E così avviene, in pratica ho una puntata del programma di storytelling a casa mia, o quasi, per la gioia di Stefania, unica spettatrice con sedia dedicata. Ancora oggi me la racconta, quella giornata.

Ecco. Volevo dirvi che tante cose sono nate, grazie a voi. Al vostro spirito, alla serendipitá. A non so che.

Per chiudere, confermo ancora una volta quel che vi dissi e purtroppo andó tagliato il giorno che avete letto la mia storia, nell'aprile scorso. Conoscervi per caso, ascoltarvi e divenire dipendente delle vostre storie mi ha reso una persona migliore perché conoscere le storie delle persone significa conoscere le nostre storie.

il programma riparte, su una radio nuova e con un nuovo progetto. Così come il programma, anche le storie e la vita ripartono, basta solo raccontarle, ascoltarle, viverla.

sabato, dicembre 13, 2014

Il calcio è la seconda cosa che ci interessa di più. La prima cosa, sono le persone.

Eilà,

ancora una volta torno da un viaggio e mi viene da scrivere.
E ci sta. Perchè se non sei bravo a notare i microcambiamenti, i feelings, i toni e gli umori - come io certo non sono - allora ti vuole sempre un bello choc per tirarti fuori un punto di vista, un paragone o anche un'emozione.
E il Sudamerica è emozione, come nessun altro luogo al mondo, per me e per quel poco che ho visto.

Su Buenos Aires ho ormai una memoria un pochino sbiadita, sono passati quasi 10 giorni e non ho nemmeno una foto da osservare per farmi tornare fuori qualcosa, perchè tanto per cambiare ho perso il mio iPhone e ora so dove andranno (tra le altre) i soldi per il mio regalo di natale.
Però un sacco di cose restano, eccome. I tanos di là, certo molto diversi tra loro, con una vena ora ironica ora disincantata ora nostalgica, ma pieni di sfaccettature e piacevolezze.
Andrea mi ha invitato a casa sua a vedere una partita in tv, poi in un'indigestione di calcio e parilla siamo andati alla cancha de Velez e quindi a mangiare, finendo con un caffè alle 3 a.m.
Indubbiamente è interessante, sono certo che Buenos Aires lo ha reso ancor più interessante, ha un modo di vivere la vita che un pò deve essere suo proprio, un pò deve essere come un'abbronzatura che ti dà il luogo, e che in Italia avevamo forse e ora si è persa, ma va ritrovata.
Alla fine della serata, mi ha lasciato alle 3 del mattino di fronte al mio hotel e per 10 minuti ho rivissuto la scena dell'esperienza di due anni fa, quando un set mi si parò dinnanzi nell'incrocio tra Gorriti e Fitz Roy.
Rileggetevi quel post, le tanto vituperate politiche della Cristina e un'inflazione reale al 30% poco hanno potuto, i venerdì sera a palermo Hollywood sempre quel feeling lasciano, datemi ascolto risparmiate un pò di soldi per il (lungo) volo e venite a vedere con i vostri occhi, di cosa sto parlando.
Andrea è uno che se stessi là lo vorrei vedere spesso, perchè quasi sempre dà una visione inedita di una situazione già vista. Mi fermo a pensare quante volte ho pensato, quante volte ho scritto se stessi là. Dopo 10 anni di viaggio e 6 di mazzate nel posto dove vivo, mai come ora ho ancora voglia di viaggiare per conoscere, importare e aggiustare un pò il posto in cui vivo, per provare a lasciare un mio segno. Ma ne parleremo.

Grazie alle chiacchere con Andrea ho saputo che i lavori in casa degli artigiani, sì quelli di idraulico o imbianchino, solo da noi si chiamano "a regola d'arte" perchè là no, non c'è la tradizione ("Che, que lo quedas asì eso??" ecco cosa dicono i duenos di casa mentre vedono nefandezze apparire sulle loro pareti di casa. Certo che lo lasciano così!).
Alla cancha de Velez ho capito che le partite di fine d'anno sono inutili in tutto il mondo, che anche il Velez è di fortissime origini italiane, che il calcio argentino è in una crisi profondissima poichè qualunque minimo talento è più pagato per giocare fuori, anche in Thailandia, piuttosto che nel campionato del suo paese; poi ho imparato che il papa è in effetti amatissimo, ma al secondo gol fortunoso e in contropiede, un tizio accanto a noi e fino ad allora silente si è alzato in piedi per gridare con voce baritonale "Papa Francisco la putamala que te pariò!!" e allora anche qui ci somigliamo proprio mannaggia.

Dieci minuti di gloria camminando alle 3 di notte per far scendere el asado: mi fermo a osservare una vetrina spenta e un ragazzo chiaramente inglese mi si avvicina, che sta per entrare in casa lì di fianco e con un accento fortissimo mi fa: "como fue tu serada?".
Io squadro sto biondino e decido di trasformarmi in porteno per 10 secondi: soppeso la risposta e poi a mezzabocca biascico "che, yo la voy a empezar ahora mismo, boludo!". Lui ride e entra in casa, facendomi il segno di vittoria. Gol!

Gol appunto: con 3 voli della compagnia arancione valico il confine e poi viaggio lungo il subcontinente verdeoro. E' un'esperienza da fare e rifare, perchè sono certo che non basterà mai. Vedi il sud e ti manca il nord, vedi le città e ti manca la natura, vivi le spiagge ma non conosci i locali e il loro modo di vivere. Non basta una vita per conoscere il Brasile. Te lo assicuro, è così.
Ho la fortuna di conoscere Fer, un'amica che ha vissuto tre anni in Ialia illuminandola con la sua sapienza e modo di essere. E' una bellissima ambasciatrice del suo paese e i certo la prossima Presidenta del paese. Lei mi fa da Cicerone e mi racconta la storia di Porto Alegre, mi ordina di continuo caipirinhas, mi fa provare la migliore picanha della città e insomma mi fa fare due passettini dentro la sua città, il suo stato, il modo di essere dei brasiliani tutti.
Che insomma, non sono diversi da noi ma cazzo stanno bene. Perchè anche noi lo stiamo, ma loro hanno come un pappagallo che deve ripeterglielo ogni mattina quando scendono dal letto.
La vita ha sempre una prospettiva da cui osservarle le cose e, salvo casi eccezionali, può sempre essere vista con più luminosità o più nuvolosa. Siamo noi a gestire questo photoshop sulla foto del nostro quotidiano.
A quanto ho avuto modo di vedere, dovremmo andare a frequentare corsi tenuti da loro su come usare al meglio quell'intrigante programma.
Porto Alegre è diversa e calda, brasiliana e italiana, ordinata e in salita, giovane e con stile classico. Un posto dove la gente va a lezione dopocena per prendersi la laurea in giurisprudenza a 40 anni (e la Fer gli fa lezione, 12 ore di lavoro no stop), dove per il carnevale fanno giusto un paio di giorni di stop, dove a luglio ed agosto può quasi ghiacciare. Dove uno scontrino è "uma notinha", dove il concierge dell'hotel si impegna a affinarti quelle 4 parole in brasileiro che so. Mi è piaciuto.

Poi a Belo Horizonte, ho trovato il perchè del titolo del post. Uno staff ad aiutarci, nella nostra missione di lavoro, sempre disponibile, sempre allegro, sempre tranquillo.

Tu che leggi, quanto daresti per avere una vicina di ufficio che, al suo del telefono risponde con voce vibrante con qualcosa del genere: "Olà.. sìm.. tudo bem... aaahh!! TODA JOYA!!"
Cioè ma ti rendi conto?
(e soprassiedo sui lunghi capelli neri fin quasi al sedere e sui tacchi a spillo di mercoledì mattina!)

C'era poi quest'altra ragazza, Julia, bellissima e con un modo di fare davvero incantevole che ci accompagna a una visita per farci un pò da interprete. Svolge il suo lavoro perfettamente: è una brasiliana che ha scelto di studiare italiano al liceo andando a fare la scuola della Fundacao Torino così.. perchè l'italiano è un sogno (ribadisco: ma ti rendi conto?), non ha origini italiane lo ha fatto proprio perchè le piaceva!
E' elegante, avrà al massimo 25 anni e alla fine, dopo avermi sedotto ancora di più chiedendomi se amo il calcio e che la sua squadra del cuore, che segue sempre, è il Cruzeiro, ci saluta con convenevoli che saranno durati 15 minuti, poi ci prende le mani in un gesto innocentissimo ma che racchiude tutto l'olismo cosmico del bene, una perfezione così assoluta in un movimento che noi in Europa o nel nord del mondo non sappiamo neanche più cosa sia, che nemmeno tra moglie e marito alcune coppie non vivono (ndr: sì, alla tua domanda rispondo sì! me la sarei trombata seduta stante!! e tu se sei uomo, lo stesso).
E alla fine, dopo tutto questo, si accomiata dicendo "spero di essere stata utile per voi in questa giornata, so che questo incontro era importante per voi e mi ero preparata al meglio". 47 minuti di applausi, abbiamo parlato di lei tutta la sera.
Ma il giorno dopo, anche di meglio: c'è una interprete ufficiale che dovrebbe andare ancor meglio di Julia (che in sala è indaffaratissima tra microfoni, foto, cartelline, networking.. a proposito: dopo il liceo, una laurea e un master in marketing), anche lei molto giovane molto appariscente e molto carina. Però va in banana!
Si blocca spesso, la aiutano un pò tutti nel trovare le parole da tradurre, ci sono spesso silenzi imbarazzanti, le nostre frasi si fanno sempre più brevi nel tentativo di aiutarla... vabbè, non una gran figura.
Ma alla fine, quando dopo i convenevoli e lo scambio di biglietti da visita e quattro chiacchere in portoispanoingloitaliano un pò con tutti rimaniamo solo noi, lei, la ragazza giovane e quasi tremante, viene da me e mi dice che si scusa perchè era nervosa e ha fatto un pessimo lavoro, era molto emozionata e ora è dispiaciuta, che sa che non si può rimediare ma che ci augura che tutta la nostra missione vada per il meglio.
Cioè, voglio dire: lei poteva andarsene, confondersi tra la gente, stare zitta e sbattere gli occhi invece è volontariamente venuta a prendersi il suo piatto di merda da mangiare, perchè le persone sono la cosa più importante, questo danno davvero la pena di pensare i giovani brasiliani. Che saranno anche corrotti, scostanti, imberbi, talvolta svogliati ma almeno sulla mia esperienza posso dire che la parte buona del paese è in buone mani.

Di San Paolo non parlo che ho un crampo alla mano, ma lo farò presto. Voglio ringraziare tutti quelli che sono venuti a pranzo il 23, spero si possa ripetere presto.
La cosa più importante sono le persone e a volte occorre andare lontano per ricordare bene questa verità.
L'ho già scritto ma lo ripeto: occorre che torniamo a provare stupore nelle piccole cose!

W O' Brasil!

sabato, ottobre 25, 2014

Qualcosa su Roma

Mó oo sai che a mme er lavoro me piasce.. te o sai.. Peró mó me sto a scojonà!! Un giorno er toner bloccato, un altro er fax che nun funziona, na cosa n'artra mó me comincio a ffa deee domande! Si ffossi n'diriggente nun dormirei aa notte!! Só ssolo n'funzionario có determinate funzioni.. - (s'arza na voce) Ehmmó! sei n'direttore daaa cosa!! - certo!! Peró mó ce stanno i ddiriggenti che un ponno bloccacce.. - dolceee??!? Dolcino?! (prorompe il cammeriere, e il tavolo da 8, in coro, per tutta risposta) EMBÈ!!!!
Vellutata di nocciola tutta a vida!! Mó ce scofaniamo pure questa!! Tanto chessó.. Eeeh duequaranta.. Embè?!


Roma.

Interno. Pomeriggio. Location: Giggetto, Portico di Ottavia, Ghetto. Roma.

"Mó ammè ma mancano dieschanni paa pensione, mó na vorta a questo punto aveii finito de lavorá, mó come stamo messi ce tocca d'annà avanti!!"

Mi venga un colpo se ho capito dove sono impiegati questi 8 che ho di fianco a pranzo, con età tra 45 e 60 anni, so solo che non lo nominamo mai il posto in cui lavorano.
Di contro peró alcuni altri interessanti termini: ragioneria, centrale acquisti, ufficio permessi, permessi speciali, inpdad, rappresentanze, ritardi, assenteismo, selezione, concorso tagliato su misura, piano assunzione diriggenti, mobilità, rivalutazioni, scorrimento graduatorie, inps, accantonamento, diritti stabbiliti, negozziazzione, stadio nuovo della Roma, delibbera, mó quant'effiga a nuova ingegneressa.

Ma facciamo un passo indietro. Ore 10,20 arrivo alla stazione Termini

Ancora in stazione decido di prendere un caffé e mi reco in un bel bar di quelli profondi e con i banconi neri. Impossibile rispondere a un sms sul telefono: la gente in coda per lo scontrino passa avanti da ogni lato e in tutti i modi. Occorre spingere e allargare i gomiti!
Coda lunghissima: il cassiere è al telefono e si dilunga sfottendo sulla Roma e sulla Lazio.
Al banco, un secolo per avere il caffé e non come lo avevo richiesto, domandando per favore.
Prendo la metro e faccio le scale: quelle mobili sono rotte sia a salire che a scendere.
Arrivo alla guardiola della sede del Ministero dello Sviluppo Economico e nessuno mi guarda perché i due carabinieri sono impegnati sul loro smartphone a battere il record di qualche videogioco.
Alla porta, suono (giuro suono!) ma nulla: la usciere che dà il badge (e apre porte) chissá dov'è. Arriva giustificandosi e lamentandosi.

Riunione: nessuno ricorda della mia email di due giorni prima, pare sia un problema fare 4 fotocopie, il dirigente é stato trattenuto in un meeting improvviso, le poche considerazioni dei due pellegrini di fronte a me sono del tutto strampalate.
Però si lamentano benissimo: che sono pochi, che lavorano troppo, che hanno risorse scarse, che non nutrono di adeguata considerazione.
Esco e la usciere (la stessa di prima) che mi deve consegnare il documento di identitá non c'è. Avrà il diritto di andare al bagno pure lei, mi apostrofa mentre arriva con tutta calma.
Vado verso la metro e tutto é sciatto: arredi alla stazione divelti, accattoni ovunque, sporco, vagoni imbrattati, annunci incomprensibili.

Torno al centro, scendo al Circo Massimo e cammino col naso all'insù fino al Ghetto, in preda alla solita Sindrome di Stendhal. Come fanno a lavorare questi? Con che crudeltà glielo chiediamo?
Leggo annunci immobiliari con valori che forse solo a Londra vengono equiparati, noto moto costosissime, suv ovunque, bar e ristoranti pieni. Roma.


Ordino carciofi alla giudea e bucatini alla amatriciana e ascolto questa commedia dell'arte in scena al tavolo a fianco. Penso che Roma non sará mai un posto normale. Davvero: o la chiudiamo come un museo o ce la teniamo cosi.


Per la cronaca: era il pranzo per salutare uno di questi funzionari che andava in pensione. Chissá che stanco che sarà stato dopo secoli di duro lavoro. Mica ho capito per quale ente fossero impiegati. Ho capito peró che avevano tante cose per cui lamentarsi.

Fuori, un fiume di gente che inondava come ogni giorno Roma. Mi si é rivelata in tutta la sua meraviglia la perfetta definizione di "città eterna" per questo luogo.

Riforme? No, Roma.


martedì, ottobre 21, 2014

London means energy London means everything

Sono tornato a Londra la settimana scorsa, terza volta per me quest'anno e forse non è finita nel 2014.
Naturalmente ai due giorni di business ho sommato 2 giorni di incontri miei, osservazioni, esplorazioni. Due giorni per vedere amici, amiche, conoscenti che sta cosa qua lo so che ormai è forse fuori fuoco rispatto a quello che dovrei fare, ma a me continua a piacere. Ragazzi, mi piace.

Io tornerei indietro, ai vecchi post che ho scritto quando sono passato da là.. tornerei anche ad ascoltare quella grande sega che è stata Dromomania, programma di Storytelling radio in un periodo fertilissimo della mia vita creativa, 4 anni fa. Tornerei ad ascoltare la puntata dove il malato di viaggio si reca a Londra, ma non mi serve. Me la ricordo ancora perfettamente.

Ricordo tutte le volte che sono venuto a Londra, tutte le cose che ho scritto su questa città, tutti i feeling che ho avuto, gli odori che ho respirato fossero quello di fumo sotterraneo nella Tube, di solvente nei grandi department stores appena puliti al mattino, di muffa nei vecchi record shop, di piscio girando certi angoli dietro pub che ormai non ci sono più, di erba bagnata attraversando Hyde Park.
E poi mi ricordo tutte le sinapsi che mi ha aperto Londra: la southbank che mi rimandava alla mente l'inizio di "4 matrimoni e un funerale; lo scalpitio di zoccoli di cavallo che mi ributtava al piazzale davanti al vecchio Stamford Bridge, a vedere Chelsea-Arsenal rigorosamente al sabato pomeriggio; quel ragazzo che calcia una lattina fuori da una fermata di metro della Hammersmith appena parte "She's elettric" e tutto un lavoro così.
E i suoni, tutte le canzoni di Londra, tutti gli atterraggi in aereo, tutti i viaggi in metro con le cuffie nelle orecchie e via di Pink Floyd e Bowie, Clapton e gli Stones, Massive Attack e Portishead, Wham e Queen, Clash e Jamiroquai e Amy Winehouse perchè Londra più di ogni altro posto al mondo è LA musica, tutta la musica, tutti i suoni.

Però poi Londra è energia, ancora una volta, velocità. E sorpresa.
Energia significa la hostess che ti sorride aperta e ti dà una pacca sulla spalla mentre ti saluta; è la receptionist che ci mette passione nel raccontarti le 4 banalità del suo lavoro; sono i milioni di italiani che sorridenti occupano tutti i bar ristoranti tavole calde e catene di cibo delle zone 1, 2 e 3 di Londra; sono le francesine strafiche che camminano sulle punte lungo Kensington, è Gianlu che ti vuole vedere anche se non ha tempo e si attacca a facebook per fissare un appuntamento e ti viene a prendere alla fermata della metro, è Lucia che non sarà a Londra in quei giorni ma ti manda qualche suggerimento sempre azzeccato, è Margherita che nella sua semplicità mista a serenità si muove precisa tra case da acquistare e reparti maternità, tra fiere del caffè e concerti alla Royal Albert Hall; l'energia di Londra è Silvia che due settimane prima tenta di prenotare all'Esperimental Cocktail Club e lo trova esaurito ma non si prede d'animo e ne scopre un altro quasi migliore; sono i doorman all'Intercontinental di Park Lane, le donne in carriera che spingono dentro la Tube, i kuwaitiani che chattano allo smartphone mentre sorseggianio un tea in un Café Nero, un compleanno improvvisato in un bar kitch di Regent Street, le spagnolite che in gruppo camminano e charlano lungo Portobello Road, le old ladies con berrettino a elica perse a Belgravia che, con un accento pescato con la macchina del tempo, ti chiedono dove sia Crescent Park o Garden o Lane o chissachè.

Velocità significa corsa alla casa: trovarla in affitto, migliorarla, cambiarla, comprarla, aprire un mutuo per lei, convocare un solicitor, rivalutarla, passare il sabato a vederne 4 nuove "di scorta", se non venisse accettata l'offerta per quella scelta. Velocità significa fissare 5 appuntamenti lungo la giornata e durante il quarto parlare del giorno dopo e pensare a ieri, segnarsi il nome di un contatto, di un ristorante, di un sito, di una app, di un libro, un suono, un sogno, un taglio di occhi.
Londra va veloce, e vecchi ricordi liquidi si sovrappongono a quelli presenti e già invercchiati, in un effetto saudade che proietta il te ventenne nelle domande del te quarantenne che sa che ce la farebbe ancora, se decidesse di muovere qui, ma che il sogno non esiste e allora per cavarsi l'astinenza di dosso basta comprare il Guardian lungo Cromwell Road, pedalare con le Borisbikes fino a Portobello e poi da lì, dietro le ville di Holland Gardens, fino a Marylebone e Baker Street e poi su oltre Hampstead heats e chissà dove, senza pensare perchè Londra è veloce, al massimo fermandosi a catturare quel suono con Shazam, perchè Londra è un suono.

Sorpresa significa Harrison Ford vicino di tavolo e quasi non darsene caso, ridacchiando appena con la cameriera aragonés sul drink che si sta bevendo; poi significa una nuova città a est che si è innestata su quella che conoscevi e ne ha creata un'altra, un flavour nuovo ancora che sembra quasi di andare in vacanza se per una sera o una vita si decide di essere uno di loro; infine significa prendere un taxi con la furia addosso e ritrovarsi a parlare in spagnolo con la conducente che è una cilena simpaticissima e scoprire che sta con un tipo del Bangladesh conosciuto durante una vacanza a Londra che è diventato l'uomo della sua vita. Storie di Londra: sei mesi a guidare un cab nero lungo le strade della City of Westminster, sei mesi a descansarse nelle foreste dell'entroterra di laggiù, un posto oltre l'India dove forse prima di lei un cileno non aveva mai messo piede.
La mia curiosità e lo spirito da sociologo da 4 soldi fa sì che le chieda: ti sembra felice la gente qui a Londra? macché, fa lei, vanno tutti di corsa e si dimenticano di vivere!
E chi lo sa, qual'è l'essenza di vivere qui. Forse correre, forse inseguire i propri miti. Forse stringere la mano a David Nicholls (Apple Store di Regent Street, la domenica). Forse parlare in inglese con una ragazza italiana seduta accanto alla fila 7 sul volo BA al rientro. Forse non pensarci più, specchiarsi negli occhi di chi ha fatto certe scelte, incamerare l'impeto di energia quanto più a lungo possibile, invidiarli ma solo un pò e continuare a fare, che il tempo rimasto è ormai poco.
Londra significa energia, ma Londra significa tutto.
Bello viaggiare, bello fermarsi, magari.
Bello pensare all'idea di casa e sognarne una, un giorno.