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sabato, dicembre 13, 2014

Il calcio è la seconda cosa che ci interessa di più. La prima cosa, sono le persone.

Eilà,

ancora una volta torno da un viaggio e mi viene da scrivere.
E ci sta. Perchè se non sei bravo a notare i microcambiamenti, i feelings, i toni e gli umori - come io certo non sono - allora ti vuole sempre un bello choc per tirarti fuori un punto di vista, un paragone o anche un'emozione.
E il Sudamerica è emozione, come nessun altro luogo al mondo, per me e per quel poco che ho visto.

Su Buenos Aires ho ormai una memoria un pochino sbiadita, sono passati quasi 10 giorni e non ho nemmeno una foto da osservare per farmi tornare fuori qualcosa, perchè tanto per cambiare ho perso il mio iPhone e ora so dove andranno (tra le altre) i soldi per il mio regalo di natale.
Però un sacco di cose restano, eccome. I tanos di là, certo molto diversi tra loro, con una vena ora ironica ora disincantata ora nostalgica, ma pieni di sfaccettature e piacevolezze.
Andrea mi ha invitato a casa sua a vedere una partita in tv, poi in un'indigestione di calcio e parilla siamo andati alla cancha de Velez e quindi a mangiare, finendo con un caffè alle 3 a.m.
Indubbiamente è interessante, sono certo che Buenos Aires lo ha reso ancor più interessante, ha un modo di vivere la vita che un pò deve essere suo proprio, un pò deve essere come un'abbronzatura che ti dà il luogo, e che in Italia avevamo forse e ora si è persa, ma va ritrovata.
Alla fine della serata, mi ha lasciato alle 3 del mattino di fronte al mio hotel e per 10 minuti ho rivissuto la scena dell'esperienza di due anni fa, quando un set mi si parò dinnanzi nell'incrocio tra Gorriti e Fitz Roy.
Rileggetevi quel post, le tanto vituperate politiche della Cristina e un'inflazione reale al 30% poco hanno potuto, i venerdì sera a palermo Hollywood sempre quel feeling lasciano, datemi ascolto risparmiate un pò di soldi per il (lungo) volo e venite a vedere con i vostri occhi, di cosa sto parlando.
Andrea è uno che se stessi là lo vorrei vedere spesso, perchè quasi sempre dà una visione inedita di una situazione già vista. Mi fermo a pensare quante volte ho pensato, quante volte ho scritto se stessi là. Dopo 10 anni di viaggio e 6 di mazzate nel posto dove vivo, mai come ora ho ancora voglia di viaggiare per conoscere, importare e aggiustare un pò il posto in cui vivo, per provare a lasciare un mio segno. Ma ne parleremo.

Grazie alle chiacchere con Andrea ho saputo che i lavori in casa degli artigiani, sì quelli di idraulico o imbianchino, solo da noi si chiamano "a regola d'arte" perchè là no, non c'è la tradizione ("Che, que lo quedas asì eso??" ecco cosa dicono i duenos di casa mentre vedono nefandezze apparire sulle loro pareti di casa. Certo che lo lasciano così!).
Alla cancha de Velez ho capito che le partite di fine d'anno sono inutili in tutto il mondo, che anche il Velez è di fortissime origini italiane, che il calcio argentino è in una crisi profondissima poichè qualunque minimo talento è più pagato per giocare fuori, anche in Thailandia, piuttosto che nel campionato del suo paese; poi ho imparato che il papa è in effetti amatissimo, ma al secondo gol fortunoso e in contropiede, un tizio accanto a noi e fino ad allora silente si è alzato in piedi per gridare con voce baritonale "Papa Francisco la putamala que te pariò!!" e allora anche qui ci somigliamo proprio mannaggia.

Dieci minuti di gloria camminando alle 3 di notte per far scendere el asado: mi fermo a osservare una vetrina spenta e un ragazzo chiaramente inglese mi si avvicina, che sta per entrare in casa lì di fianco e con un accento fortissimo mi fa: "como fue tu serada?".
Io squadro sto biondino e decido di trasformarmi in porteno per 10 secondi: soppeso la risposta e poi a mezzabocca biascico "che, yo la voy a empezar ahora mismo, boludo!". Lui ride e entra in casa, facendomi il segno di vittoria. Gol!

Gol appunto: con 3 voli della compagnia arancione valico il confine e poi viaggio lungo il subcontinente verdeoro. E' un'esperienza da fare e rifare, perchè sono certo che non basterà mai. Vedi il sud e ti manca il nord, vedi le città e ti manca la natura, vivi le spiagge ma non conosci i locali e il loro modo di vivere. Non basta una vita per conoscere il Brasile. Te lo assicuro, è così.
Ho la fortuna di conoscere Fer, un'amica che ha vissuto tre anni in Ialia illuminandola con la sua sapienza e modo di essere. E' una bellissima ambasciatrice del suo paese e i certo la prossima Presidenta del paese. Lei mi fa da Cicerone e mi racconta la storia di Porto Alegre, mi ordina di continuo caipirinhas, mi fa provare la migliore picanha della città e insomma mi fa fare due passettini dentro la sua città, il suo stato, il modo di essere dei brasiliani tutti.
Che insomma, non sono diversi da noi ma cazzo stanno bene. Perchè anche noi lo stiamo, ma loro hanno come un pappagallo che deve ripeterglielo ogni mattina quando scendono dal letto.
La vita ha sempre una prospettiva da cui osservarle le cose e, salvo casi eccezionali, può sempre essere vista con più luminosità o più nuvolosa. Siamo noi a gestire questo photoshop sulla foto del nostro quotidiano.
A quanto ho avuto modo di vedere, dovremmo andare a frequentare corsi tenuti da loro su come usare al meglio quell'intrigante programma.
Porto Alegre è diversa e calda, brasiliana e italiana, ordinata e in salita, giovane e con stile classico. Un posto dove la gente va a lezione dopocena per prendersi la laurea in giurisprudenza a 40 anni (e la Fer gli fa lezione, 12 ore di lavoro no stop), dove per il carnevale fanno giusto un paio di giorni di stop, dove a luglio ed agosto può quasi ghiacciare. Dove uno scontrino è "uma notinha", dove il concierge dell'hotel si impegna a affinarti quelle 4 parole in brasileiro che so. Mi è piaciuto.

Poi a Belo Horizonte, ho trovato il perchè del titolo del post. Uno staff ad aiutarci, nella nostra missione di lavoro, sempre disponibile, sempre allegro, sempre tranquillo.

Tu che leggi, quanto daresti per avere una vicina di ufficio che, al suo del telefono risponde con voce vibrante con qualcosa del genere: "Olà.. sìm.. tudo bem... aaahh!! TODA JOYA!!"
Cioè ma ti rendi conto?
(e soprassiedo sui lunghi capelli neri fin quasi al sedere e sui tacchi a spillo di mercoledì mattina!)

C'era poi quest'altra ragazza, Julia, bellissima e con un modo di fare davvero incantevole che ci accompagna a una visita per farci un pò da interprete. Svolge il suo lavoro perfettamente: è una brasiliana che ha scelto di studiare italiano al liceo andando a fare la scuola della Fundacao Torino così.. perchè l'italiano è un sogno (ribadisco: ma ti rendi conto?), non ha origini italiane lo ha fatto proprio perchè le piaceva!
E' elegante, avrà al massimo 25 anni e alla fine, dopo avermi sedotto ancora di più chiedendomi se amo il calcio e che la sua squadra del cuore, che segue sempre, è il Cruzeiro, ci saluta con convenevoli che saranno durati 15 minuti, poi ci prende le mani in un gesto innocentissimo ma che racchiude tutto l'olismo cosmico del bene, una perfezione così assoluta in un movimento che noi in Europa o nel nord del mondo non sappiamo neanche più cosa sia, che nemmeno tra moglie e marito alcune coppie non vivono (ndr: sì, alla tua domanda rispondo sì! me la sarei trombata seduta stante!! e tu se sei uomo, lo stesso).
E alla fine, dopo tutto questo, si accomiata dicendo "spero di essere stata utile per voi in questa giornata, so che questo incontro era importante per voi e mi ero preparata al meglio". 47 minuti di applausi, abbiamo parlato di lei tutta la sera.
Ma il giorno dopo, anche di meglio: c'è una interprete ufficiale che dovrebbe andare ancor meglio di Julia (che in sala è indaffaratissima tra microfoni, foto, cartelline, networking.. a proposito: dopo il liceo, una laurea e un master in marketing), anche lei molto giovane molto appariscente e molto carina. Però va in banana!
Si blocca spesso, la aiutano un pò tutti nel trovare le parole da tradurre, ci sono spesso silenzi imbarazzanti, le nostre frasi si fanno sempre più brevi nel tentativo di aiutarla... vabbè, non una gran figura.
Ma alla fine, quando dopo i convenevoli e lo scambio di biglietti da visita e quattro chiacchere in portoispanoingloitaliano un pò con tutti rimaniamo solo noi, lei, la ragazza giovane e quasi tremante, viene da me e mi dice che si scusa perchè era nervosa e ha fatto un pessimo lavoro, era molto emozionata e ora è dispiaciuta, che sa che non si può rimediare ma che ci augura che tutta la nostra missione vada per il meglio.
Cioè, voglio dire: lei poteva andarsene, confondersi tra la gente, stare zitta e sbattere gli occhi invece è volontariamente venuta a prendersi il suo piatto di merda da mangiare, perchè le persone sono la cosa più importante, questo danno davvero la pena di pensare i giovani brasiliani. Che saranno anche corrotti, scostanti, imberbi, talvolta svogliati ma almeno sulla mia esperienza posso dire che la parte buona del paese è in buone mani.

Di San Paolo non parlo che ho un crampo alla mano, ma lo farò presto. Voglio ringraziare tutti quelli che sono venuti a pranzo il 23, spero si possa ripetere presto.
La cosa più importante sono le persone e a volte occorre andare lontano per ricordare bene questa verità.
L'ho già scritto ma lo ripeto: occorre che torniamo a provare stupore nelle piccole cose!

W O' Brasil!

mercoledì, settembre 24, 2014

La risposta sta sempre negli altri

Vivo a Bologna da oltre un anno e mezzo e mi sono resoconto anche io, tra una trasferta e l’altra, che non è più lei.
Qualche uscita con amici storici e qualche altra con amici recenti ha tentato di offrirmi un giudizio più lieve, ma erano solo serate di balsamo sulla scure della bocciatura.

Voglio dire: Bologna rimane interessante, ti offre l’opportunità di conoscere gente interessante e talentuosa, ma ormai è un luogo dove prevale inevitabilmente sporcizia, degrado, brutture e se non stai attento, banalità. Di luoghi e di persone.
Forse il mio giudizio sarà determinato dal mio peregrinare che mi porta in luoghi più interessanti ma che sono capitali che non possono essere accostate a Bologna, ma cazzo la sofferenza c’è, la tocchi.
La gente si accontenta, bighellona. I posti nuovi magari sono fantasiosi, ma poveri. Quelli belli sono ormai appassiti e fuori tempo. La città non ha mai avuto una grande anima ma ora è alla mercé del primo che passa. E’ una tensione continua tra chi ci prova a cambiare le cose (le Social Streets, Kilowatt, la Cineteca) e chi si erge comitato per ostacolarle. Come fare?

E’ con questi pensieri che mi affollano la testa che esco per incontrare il mio amico Saverio, un tipico prodotto della sottocultura bolognese del tempo che fu e quindi un individuo splendido, pieno di idee e di positività e un pochettino senza rotta. Si parla di progetti inquinati, si fanno progetti nuovi, si fanno presentazioni lungo un via vai di gente che passa che conosce solo me, o solo lui.
Ci si saluta dopo due ore e il rilancio di nuovi progetti, con sempre al centro quella positività e la voglia di muovere il culo, pur in un contesto sempre più lassista e complicato.
Ma quando è cominciato questo processo di passion drain? boh!

Sono solo le 21 e allora rispondo a un sms arrivatomi un po' prima e raggiungo questa amica che è anche collega, un po' apolide un po' ancora alla scoperta in cui butta il suo frugale stipendio, perché lei a Bologna ci è arrivata per lavoro (a proposito, di lavoro per rimanere poveri ne parlerò presto).
La raggiungo e in realtà sono 4 e tranne le presentazioni le altre non me le filo un granché (ma va?) e rimango fitto a parlare di vacanze e rientro al lavoro veloce viaggio a Mosca e di come facciamo con la mia amica.
Viene il momento di andarsene dal locale in cui siamo (super attivo culturalmente ma adornato da pochi oggetti di riciclo del tempo che fu: un tipico bolognese!) poiché, vengo informato, due delle sue 3 amiche (conosciute con blablacar - ci sarebbe da scriverne un libro) il giorno dopo devono partire presto perché “lasciano Bologna”.
Due salutano e si allontanano appena fuori il locale, la mia amica ha la macchina parcheggiata lontana e allora mi offro di accompagnarla e l’altra ragazza è di strada e viene con noi. E comincia la mia curiosità.
Di dove sei? Cosa fai? Perché te ne vai? Quando hai preso la decisione? Come si fa a prendere una decisione del genere? (niente da fare, avrei dovuto fare il giornalista no way! anzi, sono ancora in tempo!!).

Lei attaca a parlare, molto spigliata e con una faccia simpatica ma soprattutto con dei fuseaux neri attillatissimi e le gambe lunghe e le Superga ai piedi, non la fisso in basso solo perché noto - per la prima volta, giuro! - i suoi bellissimi capelli biondi. Lei prosegue a parlare, a macchinetta, e in 3 minuti e 27 secondi netti mi risponde a tutte le domande, mi tratteggia il suo passato - presente - futuro, mi dà il giudizio definitivo su Bologna e sull’Italia e al contempo, continua a giocare con i suoi boccoli biondi, ad ancheggiare su quelle gambe flessuosissime e ad ammiccare pure con i suoi occhi (blu? sono forse blu?! non li vedo bene… è un quarto all’una).

La mia amica, fino ad allora la sola con cui avevo colloquiato lungo la serata, diventa silenziosa e si defila di fianco, ascoltando e cercando di capire cosa stia succedendo.
Camminiamo per qualche minuto, lei sempre con il pallino della parola in mano ed io a controbattere, fino a che non arriviamo al punto in cui dovremmo separarci e lì ci fermiamo, assumendo questa chiara posizione che le teorie sulla pnl spiegherebbero in modo estremamente chiaro: io di fronte a lei, lei di fronte a me con le mani sui fianchi, la mia/sua amica di fianco a me.
A quel punto il quadro per un attimo si inverte, perché dacché prima l’avessi guardata solo in viso, addirittura l’avessi guardata solo nelle parole oserei dire, attacco a fare l’inverso.
Le osservo i capelli, la linea del collo, le tette enormi (veramente enormi!), il sorrisino inquisitivo stile Monnalisa, l’ancheggiare furetto, le lunghe gambe avvolte nei fuseaux neri, le mani che da buona italiana volteggiano sempre nell’aria, l’occhietto calmo e sereno. E penso: ma guarda che bella figa, vedi cosa ti regala Bologna?

Però, contrariamente a quanto avviene di solito in questi casi, non interrompo di ascoltare quel che sta dicendo, perché è ancora più strampalato e affascinante di lei. Questa vive qui, viene dal mare del nord ovest, lavora (anche se certo non si esalta per quel che fa, ma è un dolore comune) e decide “dopo un anno di pensieri e ripensamenti” di mollare tutto. Ancora una che molla tutto? Sì, ancora una.
Ma fa una cosa diversa: va a studiare in Spagna, 5 anni di studio la attendono in una città di mare ed economica, dove se non hai pretese con due anni del mio stipendio ti compri una casa.
non ho capito se con il moroso o no, ma il progetto sembra ben assettato (“il primo anno poi prenderò anche la disoccupazione..”) e il suo sguardo cosciente e rilassato. 
Le chiedo cosa le mancherà di Bologna, lei che tra studio e lavoro c’è rimasta sette anni, e lei di rimando dice “ma sai? credo nulla. Bologna è una città che attrae gente dai paesini del sud, dunque è una accozzaglia di gente di provincia del sud, ormai offre assai poco di più” e d’un tratto penso che io, considerato attento conoscitore dei fenomeni sociologici, non ci ho mai pensato a questo. Non ci ho mai pensato, no, ma al contempo rifletto e di dico che sta biondina gettona c’ha davvero ragione, ha letto la realtà assai meglio di me. Mi sento d’un tratto nel posto sbagliato nel mio momento adatto.

Scrivo alla mia amica giornalista sulla cronaca locale e le dico che questi sono i fenomeni nuovi da descrivere: un tempo la gente arrivava carica di aspettative, non solo dai paeselli del sud ma da un pò tutta l’Italia e creava quell’atmosfera che era propria di questa città, mentre ora se ne va disillusa e senza regrets. Lei mi dice che darebbero trovate altre storie, ma che sì, ora le cose stanno così, e che in fondo storie del genere ne conosce parecchie anche lei.

Sto post l’ho titolato “la risposta sta sempre negli altri” ma non so il motivo per cui l’ho fatto, perché di risposte quella sera non ne ho trovate davvero.


Anzi, a dir la verità una sì, l’ho trovata. Hai un bel da dire che ti piacciono le tette piccole, che la figura della donna così è più armonica etc etc.. la verità è che le tette grandi sono ancora il più grande anestetico sulla faccia della terra, come le sirene di Omero!

giovedì, gennaio 03, 2013

Ogni stop è solo un altro start: propositi del 2013

Ciao a tutti,

Visto che ogni start è solo un altro stop, mi tocca di rifarlo evidentemente.

Un anno fa riguardo i propositi del 2012 scrivevo questa roba qua. Per non parlare dell'autunno 2011, che preso dall'ansia di fare mi lanciavo addirittura qui

Beh calcolando che il 2012 è stato davvero un anno brutto forte, tra crisi mondiale, terremoto e crisi personali di persone che mi stanno molto a cuore, direi che le cose per me non sono andate male.





Con la radio ho concluso il secondo progetto, con la barca ci ho fatto un paio di weekend di training e una settimana di vacanze, anche se non ho migliorato un granchè sotto il profilo tecnico. Mi serve Caprera, e so già che ci tornerò quest'anno, appena possibile.

Il secondo progetto radiofonico s'è concluso, senza quel grande feeling nè le vere sensazioni giuste per me, ma è stata ancora una volta una bella palestra: ho capito che - perchè diventi una gioia più che un impegno, alla lunga - mi ci vuole un socio.
E credo proprio di averlo trovato, anche se occorrerà un pò di allenamento per "fasarci".





Sul lavoro ho rispettato le consegne: fregarmene, viaggiare, godere delle esternalità (vedi foto a sinistra, premio a chi indovina la città).
Fatto, anche se la gabbia appare sempre più stretta.
"Vedi, dopo 7/8 anni ci si stanca di qualunque cosa..!!" mi ha ammonito un vecchio amico dell'università che la sa più lunga di me, devo prenderne consapevolezza.

Molti amici hanno trovato serenità, relazioni stabili, scenari futuri chiari. E' quello che auguro anche a me, per il prossimo anno: cominciare a mettere radici nelle mie cose, che tutto parte dalla segatura che si ha nella testa, altroché suggestioni.

Dura mettersi in gioco ma ancora più dura scegliere, e da lì si passa per costruire qualcosa, che è per i trentottenni come la pista Polistil a Natale quando si ha 10 anni.

Che in effetti mi sono troppo accucciato nella mia area di confort, nel 2012, e ora che ho trovato un mentore (o quello che vorrà essere) sarebbe l'ora di seguire i suoi consigli: sono troppo giovane per non volere uscire da quel confort e trovare un pò di obiettivi nuovi cui tendere, per fare invece che pensare (sempre la chiave di volta!).

Farò un master? Pensa prima a cosa ti dovrà condurre! Prenderò un sabbatico? Definisci prima gli obiettivi: l'investimento di tempo è come quello di denaro!

La rinascita dalle ceneri della mia squadra del cuore mi ha riportato un pò di passione, ma più nel lavoro che lo staff ha messo per rinascere dalle ceneri, che quella pura e ignorante di un tempo. La cosa migliore rimangono le cene a Barberino e le giornate passate con il babbo.

Una cara amica mi ha parlato della calma come priorità, imporsela per favorire le giuste decisioni: vedrò di darle ascolto.

E ora, dopo le cose importanti, dopo i fini, un pò di mezzi:
leggere di più e meglio (Wallace, Frenzen, Calvino, La Stampa, Monocle e meno economia e twitter)
trovare un pò di musica e qualche podcast che valga la pena di ascoltare.
tornare a guardare i film, non come quando avevo 18 anni dove avevo una dipendenza, ma ritrovare il senso di quelle sere di ricreazione dello spirito.
frequentare sempre di più le persone che mi piacciono e ignorare quelle che mi fanno incazzare.
andare a stare a Bologna e riconsiderare le cose da là, che c'è ancora tempo per un bel colpo.
stare con la mia famiglia per quanto mi è possibile.
giudicare le persone da quel che fanno, più che da quel che dicono.
fare una bella vacanza questa estate, in un luogo mai visto prima come la Malesia o il Messico.
guardare buona tv.
spendere consapevolmente, guardando l'etichetta e chi la fa quella cosa, se vale il prezzo che porta. studiare francese, o portoghese.
fare la maratona, o almeno fare sport bene e con regolarità.
vedere 4-5 concerti che valgano la pena.
tentare di diventare socio Platinum con i punti di Skyteam (se l'ultimo viaggio l'avessi fatto con AF!!)



Organizzare il Pole-to-Pole 2014, o almeno fantasticarlo.

may I always ask for forgiveness, not for permission (anche vivendo e lavorando in Italia, sì può sìsìsì!!).

Del 2012 mi rimangono il 10 giugno, le notti in Sardegna, un paio di matrimoni (uno magico, in particolare), qualche scambio di messaggi da ricordare, il Cammino lungo la Via degli Dei, qualche bella cena organizzata, la meravigliosa curva dei suoi fianchi.. ma è già ora di ripartire!






PS: ultimo proposito. I bravi sono più brevi!

photos and experiences: Emanuele Vicentini ©

mercoledì, dicembre 28, 2011

L'Impero di Mezzo, "questa cosa qua" e quello di cui hanno bisogno le donne

E poi viene il momento che vai a Shanghai.


Che era una delle due sole città che mi ero "inventato" lungo il frenetico percorso di "Dromomania", e infatti era uscita proprio male.


Chi parla di "paesi" emergenti, di "BRIC", di "pericolo giallo" mica mai c'è stato, di solito.


Chi c'è stato invece, dice "Shanghai", "Pechino", "Guanzhou" e cioè città, luoghi fisici precisi; al massimo regioni o aree produttive. Perché la Cina è un concetto troppo ampio per essere spiegato: meglio parlare di qualcosa di più piccolo, comunque incomprensibile, decisamente inevitabile se vorremo - noi fragili europei - garantirci uno spazietto, nel futuro mondo del benessere.
Quindi meglio affidarsi a chi ci vive, a Shanghai. A chi lavora a stretto contatto, giorno dopo giorno, con i cinesi e che quindi ha afferrato almeno in parte i costumi, le abitudini.


Alessandro. 
Che è un pò il mio "Ambasciatore nelle terre d'Oriente", o forse addirittura il "Ministro per il Commercio Estero" del mio personalissimo governo, di cui un'altra volta scriverò.


Alessandro, dicevo. Lui è là, io viaggio. 
Allora, faccio in modo di andare là a visitare una fiera, di quelle fatte bene dai tedeschi, che non siamo nemmeno in grado di imitare, noi italiani della fine 2011, con lo spread a 500 che forse, dicono i più incoscienti, magari si rivela addirittura un vantaggio tanto l'interesse è all'8%, e l'Italia mica fallirà. 
Lui mi ospita, casa sua diventa il mio albergo a Shanghai. Vivo per 6 giorni nella sua vita, e decisamente, mi piace.


Shanghai è un rullo compressore in azione, punta di diamante di quel sistema non efficiente ma sicuramente efficace che è la Cina. Credo che mia madre, così come la madre di Alessandro, non riuscirebbero a sopravvivergli nemmeno per un weekend. Ti sovrasta con i suoi flussi, con l'assenza di ogni forma di natura e grazia, con l'equilibrismo di progetti senza programmi urbani, con la necessaria maleducazione dei suoi cittadini.


Che sono in primo luogo bruttini. Cioè bruttissimi. E ti spieghi perchè certe giovani cinesine si rivelino così disponibili all'approccio anche nei brevi spostamenti in metropolitana: lo charme, anzi meno, il buon senso nelle relazioni umane non si può ancora impiantare sottopelle.


Però qui vivono tanti giovani expat, e l'atmosfera è decisamente elettrica. Ok Alessandro mette in guardia sul fatto che i più grandi affari sono già sulla via dell'esaurimento e che il sistema di sviluppo metropolitano e nazionale potrà autoalimentarsi ancora soltanto con un tasso di crescita del 7%, che verrà messo a rischio nella previsioni sul 2012.


Però chissenefrega: qui c'è il senso delle opportunità a un palmo, tra bimbi che pisciano allegramente a 5 metri dalle vetrine di Louis Vuitton e canuti settantenni che devolvono le proprie giornate alla gestione dei flussi pedonali lungo le arterie urbane, grandi o piccole che siano, come se i semafori da soli non fossero un avvertimento sufficiente. 


Ci sono i tedeschi che qui hanno venduto tecnologia; americani che garantiscono la partita di giro tra produzione locale e consumo in patria, finché qualcuno azionerà l'invertitore di fase. Ci sono i francesi che hanno posizionato il loro modello distributivo e spruzzato un pò di allure per le loro destinazioni turistiche; inglesi e olandesi che qui ci commerciano da secoli. Ci sono spagnoli che l'hanno capito da un pezzo che senza lavoro anche la gaudente madrepatria può essere tagliente come una lama.
E poi ci sono gli italiani, con le loro caratteristiche inconfondibili e gli occhi che si muovono veloci: sono isolati, rumorosi, eleganti, geniali, arruffoni, arroganti, in ritardo, ammirati, spesso troppo vecchi per poter gestire la mole di stimoli che li colpisce quotidianamente quando sono qui. Ma ci sono, Alessandro con loro. E io con lui, per qualche giorno.


Invito tutti ad andare a Shanghai e a parlare con qualcuno degli expat che ci vivono: allora comprenderete in un attimo tutto ciò che io non riesco a spiegare qui a parole. Quelle espressioni smart, quell'accozzaglia di inglese "mondializzato" e di metalinguaggi che riunisce attorno ad un tavolo ragazzi delle più disparate nazionalità, accorsi qui a gestire la finanza o importare capi di moda, creare una rete distributiva o ampliare il business di una web agency con clienti dall'altro capo del mondo. Contatti veloci che però lasciano il segno, mentre sorseggio Martini nei bar alla moda di fronte allo skyline di Pudong, che Philip Dick quando scrisse "Do Androids dream of electric sheep?" pensava proprio a questo.


La voglia di fare che pervade gli uffici, quelle strade e quei ristoranti inevitabilmente affascina la gente irrequieta come me, per una settimana estraniata dalle dolorose immobili quotidianità, e spinge fino a fantasticare di un breve trasferimento, 1 o 2 anni, prima di cedere all'inevitabilità di una famiglia, ma anche no perchè queste sono chances che non prevedibili. 


Apprendo che Shanghai è inquinata ma accessibile, senza parchi degni di questo nome ma con una metro così maestosa ed efficiente come in Europa non ne vedremo mai.
Realizzo che a Shanghai il costo del lavoro sta salendo (3000 RMB un impiegato) ma per un dipendente in un'agenzia viaggi fare proposte via email alle 22 è normale. Che ne pensano i nostri fautori delle tutele tout court? E ve lo dice uno di sinistra: le email fendono il mondo da un continente all'anno in un secondo, meditate!

Poi comprendo come Shanghai, in relazione alla dimensione, sia un luogo sicurissimo. Certo, mille volte meno affascinante di Buenos Aires o meno ricco di sventolone dalle cosce chilometriche come a San Paolo, però questo è un dato molto importante.



Poi, nei miei brevi spostamenti in metro pigiato a parecchi musi gialli, ho riflettuto sul fatto che a Shanghai ci vivano almeno un milione di expat secondo stime grezze: infatti ne avevo sempre uno a portata di sguardo, anche lui pigiato ad altri piccoletti. Tutti invariabilmente a smanettare con lo smartphone: eccerto, via VPN aggirano regime e utilizzano fb, twitter e youtube: mica per la rivoluzione, semplicemente per alimentare il contatto con i propri cari lontani 9 fusi orari, o più.

Ripensandoci, davvero non sono riuscito a capire come il "comunismo di mercato" possa trionfare in quella maniera: sperequazioni sociali clamorose, con alcuni che trascinano carretti carichi di legna mentre qualcun altro gli sgasa a fianco dall'alto del suo SUV tedesco. Se non ci si ricorda più quali fossero gli status symbol negli anni dell'arricchimento, ad esempio in Italia negli anni '80, beh quì si possono rinfrescare le idee per benino.. i gioielli, le auto, le case e tutto ciò che costa carissimo!
D'altronde, non sono nemmeno riuscito a spiegarmi se gli shanghaiani siano villani poiché troppi, o troppi poiché villani..

Mi sono ritrovato a pensare a questa energia enorme che emana la città e ho immaginato cosa potessero essere NY o Londra nei tempi d'oro, in cui anche loro l'avevano. Anzi proprio loro, che questa energia l'hanno inventata e senza di essa non potrebbero esistere.


Poi, altri pensieri in libertà che per 5 secondi o 5 minuti mi hanno occupato la testa, in questa epilessia di informazioni e di sensazioni che una visita alle metropoli cinesi oggi provoca: la VolksWagen domina nelle auto, e presto saremo invasi da brand di elettronica a marca cinese, sospinti dalla richiesta interna.
Lo stupore delle chiacchere con sconosciuti in metro lascia sempre con belle sensazioni addosso, e altra voglia di fare.
La vita delle ragazze expat pare essere piuttosto dura: l'offerta è molto ampia e ribassista!

Mi sono sentito apostrofare con sonori "dai! fatti un periodo qua!" da almeno 3 persone, appena conosciute in cene di gruppo, come se fosse una cazzata. Loro, sempre sorridenti e un tantino irriverenti verso ciò che si erano lasciati dietro.

Cose che ho visto: la pubblicità sull'utilizzo degli smartphone a favore della Realtà Aumentata o (Augmented Reality) sugli schermi interattivi della metro, e numerosi touchscreen interattivi al Shanghai New Exhibition Center.
Tutto ciò mi ha confermato ancora una volta come quello non sia un paese in crescita, ma il centro del mondo in divenire. Con queste applicazioni noi al massimo ci giochiamo, e i marketing managers sghignazzano al pensiero di utilizzarli per fare business: là sono in marcia, e questa è esattamente una corsa. 


A Shanghai ho amaramente dedotto che siamo già poveri, Italia e buona parte d'Europa. Nella prossima generazione l'epicentro sarà tutto sul Pacifico, con buona pace dei figli dei miei amici che dovranno armarsi di pazienza e tanta voglia di viaggiare. 
E fra 10 anni, dove sarò io? Nella migliore delle ipotesi ancora impegnato a salire sugli aerei tutti i mesi, perchè sarà inevitabile e perchè ogni viaggio porta esperienze e sensazioni che nessun libro, video o app potrà mai sostituire, ma il sol fatto di saperli utilizzare li fa meglio comprendere.




In quei giorni conosco, tra gli amici di Ale, una producer di CNBC e una giovane italiana che ha aperto il primo ufficio in Cina di un'azienda italiana di strumenti optometrici, le famose multinazionali tascabili di estrema nicchia che ancora ci tengono a galla. 
La vita della producer, di Singapore, è di qualità, tra viaggi e press day all'ambasciata USA, ma pur sempre una vita da controllata. L'italiana si da un sacco da fare, con ritmi di lavoro intensi e un quotidiano elettrico di progetti senza storico.


Due persone brillanti, intelligenti e molto, molto stimolanti. Finisco con l'andare a cena con loro e alla fine non rincasiamo prima delle due. All'inizio della serata avevo chiesto all'italiana quale fosse la cosa, in assoluto, che più stava amando di questa sua esperienza che l'aveva sradicata dalla provincia mantovana e catapultata tra le vie della french concession, e lei aveva titubato nel rispondere.


Finiamo in un fantastico ristorante spagnolo e la serata si rivela decisamente interessante, di quelle incui viene spontaneo fare domande, anche le più indagatrici, perchè non si vede l'ora di sentire le risposte e poterle confrontare con il proprio mindset. Spaziamo dalla geopolitica alla cucina, dai luoghi di villeggiatura alla musica, dai diritti umani alle relazioni di coppia. Bello, raro. Ed è giusto che sia così: serate del genere occorre andarsele a cercare dall'altro capo del mondo.
Ad un tratto l'italiana mi afferra un polso e con il suo sguardo ironico e l'espressione soddisfatta mi fa: "Ecco, questa cosa qua! Mi avevi forse chiesto la cosa che più di ogni altra amo vivendo qui? Eccola! E' questo, le serate come questa, avere la possibilità di mettere tutto ciò in cui credo in discussione perchè mi ritrovo a parlare con persone così interessanti, con background e visioni del mondo così diverse. E gli stimoli che scaturiscono. C'è forse qualcosa di meglio? Per avere questo, ben sopporto tutto ciò che non mi piace!". 
Limpido, incontestabile. Raramente sono stato più d'accordo che con questa affermazione.


Ma la serata non era finita, e così approfondendo l'inesplicabile tema delle relazioni tra gli uomini (che vengono da Marte!) e le donne (che, oh certo!, sono di Venere!!) ed essendo in minoranza, decido che è giunto il momento di attaccare, per potersi difendere. 
"Sentite voi, con amori intercontinentali e desideri di affermazione: me lo volete dire cosa vogliono davvero le donne?!".
A seguire, dopo una fragorosa e infinita risata amplificata dalle coppe di prosecco che teniamo tra le mani, ne sento  davvero di ironiche, affascinanti, corrosive teorie, mentre ci allunghiamo comodi sui divani al piano superiore. 


"Le donne donne vogliono uomini che risolvano il problema, o che almeno diano l'impressione di saperlo fare!", questo il riassunto delle loro risposte.


"Ma guarda che lo sappiamo, che le donne inventano problemi già risolti, per il solo gusto di farci credere che siamo stati noi a farlo: tutto parte da voi!!", e mentre pago il conto, mi conquisto l'ultimo applauso della serata.. alè!


"Count on your blessing my dear!" mi dice una sconosciuta mentre salgo sull'aereo. Macchè, è la mia vicina di posto, 12G. Ha un sorriso bellissimo, un pò di lentiggini e un viso furbo. Mi fa l'occhiolino, poi si gira dall'altra parte. E a me viene una gran voglia di conoscerla, questa straniera della business class. 
Forse tutte queste letture saranno inutili, stavolta. Davvero.

venerdì, luglio 30, 2010

Riprendiamo da: cene, ospitalità, aree di interesse condivise

"Boooh.. non lo so... VAADOOO??!?

N. mi ha invitato a casa di questo tale che manco conosco, per una grigliata.

Che poi io non ho nemmeno tanta fame. E sono pure stancotta dopo la giornataccia oggi al lavoro. Che faccio.. VAADOOO?! Massì.. almeno ci sarà anche la mia amica, così se non so con chi parlare, almeno non mi annoio. Poi magari con un pò di fortuna incontro qualcuno interessante, anche se di questi tempi.. mi accontento di uno appena simpatico GUAARDAA... con alcune aree di interesse condivise, semmai.

Poi mi dicono che ci si diverte là.. dai VADO!

Ok, eehh cosa mi metto??! Mah! direi che è perfetto per semplice top nero aperto dietro e le scarpe aperte davanti, così da far contenti i feticisti. Tutti sti maschi che vanno MAATTII per i piedi scoperti. Come quella volta che al mare ho sorpreso quel signore che me li fotografava col telefonino mentre fingeva di scrivere un sms, quel maiale.."

""Ka' madona ragazit, che FIGATA!! Vabbé ci sarà da tribolare ma vai trenqui che si fa volentieri, che intanto mi faccio quei 3-4 BIRRONI per carburare più 4 chiacchere coi ragazzi.

Da V. ci si SPAVANA sempre, che poi finisce sempre che arriva qualche bella PATATA inaspettata così almeno si sfoga l'occhio, se va bene ci scappa anche il suo telefono.. ANVEDLLORA guarda! Kà madona ac sirada! Che poi finisce che qualcuno SBOCCA nel giardino, nella migliore tradizione!! MOCCCIAAAO c'è anche il canale, amciapp su la canadapesGa che nel caso, una in acqua e una in bocca.. MUUUUAHAAAHAHAAHAHAHAAH!!!

Poi la prosima smana a vag a trùar al Principe MOCCIAAAAAOO!

Grandi salsicce, grandi pitone, grandi castagne!!!! MUAHAHAHAHAH!!! :-)))""


Non sapete la gioia per aver battuto questo record: il record di ospiti nella tradizionale grigliata d’estate a casa dei miei, intendo.

Ormai è una tradizione, ma il bello è che non si sa bene per chi sia una tradizione. Perché ci sono gli amici storici del Gruppo Fefo, ormai in conversione veloce verso il gruppo papà (scopatori!! BRRRA-VI!), poi altre persone che costituiscono la mia “rete” sociale e che muta, cresce, si modifica. Qualche stronzo viene depennato, stop.

Un’altra cosa bellissima, che mi rende estremamente orgoglioso, è che ognuno degli invitati sa che può portare con sé altri amici, sia che io li conosca o che mi siano sconosciuti. L’unica regola è che vengano accompagnati da sorrisi, felicità ed energia, non necessariamente in quest’ordine e tutti insieme.

Insomma l’importante è che si sia tanti, tantissimi, stretti, nel casino, accaldati e costretti a calmarli, mentre continuano a versarsi bicchierini di limoncino o si ostinano a girare la manopola del volume nell’amplificatore.

Come dice il Direttore Stefano Bottoni, in un’intervista a margine della conferenza stampa di presentaione della 23esima edizione del Ferrara Buskers Festival, happening per il quale non ci sono più aggettivi e che rischia di scivolare un pochino nell’ovvio, dicevo come dice lui “che bello!!!”.

Sì, è vero, chebbello!! Perché spesso ci dimentiamo di ricordarcelo e di sottolinearlo. Che ci sono cose che ci fanno stare bene, che ci inorgogliscono, che ci fanno felici.

"The little things that make me so happy..", come cantava Noel Gallagher in un vecchio trasognante B side che non andrebbe mai ascoltato senza essersi accertati di essere sufficientemente forti ed equilibrati, per non rischiare di ritrovarsi con un volto rigato di lacrime salate, ricordando quanto era eccitante fiancheggiare Marble Arch alle 8 e 40 ogni mattina.

A me fa felice l’ospitalità, aggregare persone meglio se per ludici motivi, mi appaga intimamente.

E chi se ne fotte se apparentemente non ho tempo, se tizio non è in buoni rapporti con caio, se costa qualcosa, se devo spendere qualche ora nei giorni precedenti nell’organizzazione, tra spesa preghiere ai miei e una slavina di sms. Se il risultato è quello del 20, mi ripaga di tutto e con altissimi tassi di interesse.

Ma la cosa più bella è data dagli amici che, per puro spirito di servizio e comunione d’intenti, si offrono per dare una mano, per preparare le braci o apparecchiare, offrono quella che rimane la cosa più preziosa: il loro tempo. “Che bello!!”.

Poi quest'anno c'era la coincidenza voluta del 20 luglio, che non ho annunciato ma sapevo essere “El dia del amigo”, celebrato un po’ in tutti i paesi sudamericani e secondo me segno lampante della superiorità culturale di quei modelli sociali rispetto al nostro, tutto stretto tra furberie e menefreghismo dalle gambe corte.

Il 20 luglio occorre fare qualcosa e spendere il proprio tempo per gli amici, e in questo credo davvero di avere assolto ai miei doveri.

Un tempo, credevo di essere bravino in questo tipo di iniziative ma poi, preso dall’ansia della prestazione e dalla cura dei particolari, finivo per non godermela, impegnato com’ero a sostenere la conversazione con chi tendeva ad isolarsi, trovare il ketchup a chi lo chiedeva o raccogliere i piatti per liberare i tavoli per il gelato.

Poi, molto aiutato dall’esperienza accumulata sul lavoro, ho modificato qualche atteggiamento e allentato l’ansia, con ottimi risultati. La Frabetti sarebbe orgogliosa del suo "cane ululante", che ulula ancora ma ha anche imparato a fermarsi, a volte.

Inviti sì, ma senza l’assillo di non avere nemmeno le sedie sufficienti per farli sedere; calcoli sì, ma poi chi se ne frega se c’erano piadine e coca cola per un reggimento e gelato solo per una selezionatissima parte degli invitati alla cena.

"Se ci sarà adesione, energia e promiscuità, tutto il resto andrà di conseguenza" ecco quel che ho pensato e credo di aver ben colto l’anima della serata.

Sapete cosa? Come le feste universitarie a Bologna e Forlì nei ruggenti 90's, anche se quel 2 è stato sostituito da un 3 nella prima casellina dell’età, sono convinto che qualcuno e qualcuna non se ne siano andati se non dopo una bella e sana limonata da sedicenni, magari solo promessa e poi realizzata nel weekend appena concluso. Dichiaratevi!! J

Purtroppo non sono tra quelli di questo gruppo eletto, essendo volato in Spagna la quale ancora una volta mi ha sbattuto in faccia i suoi pregi (tanti) e difetti (pochi ma tenaci): una visita a Valencia nel weekend a trovare gli ennesimi due expat romagnoli (belli e felici) mi ha dato due ulteriori certezze, che le tasse in Italia sono un polipo inesplicabile sennò non si spiegherebbe come le opere pubbliche della sola città che ospita Coppa America di Vela e GP di Formula 1 (con appena un milione di abitanti) siano maggiori delle intere nuove opere architettoniche che spuntano deboli lungo il nostro amato stivale nelgi ultimi 20 anni.

Punto due, strettamente collegato al punto uno: Valencia è una città italiana, nel senso che basta contare ciclicamente fino a 20 ed è semplicemente impossibile non imbattersi in un manipolo di connazionali, siano essi giovani al bar, famiglie all’Oceanografic o attempate signore in spiaggia. E nemmeno nomino i camerieri o ristoratori in genere.

Valencia, Italia.

Mi sa che ha ragione il mio amico Richi: se ci contiamo bene bene, e magari ci infiliamo tutti un mini chip sottocutaneo, scopriremo che siamo più dei cinesi e in un movimento continuo, a scimmiottare un alveare di api continuamente in moto per qualcosa.

Tutti in fuga, tutti a rimpiangere la pizza, il caffè e la bella gente italiana, che non esiste più.

martedì, settembre 22, 2009

Buenos Aires: la luce, i luoghi, la gente. Ti prende

Nonostante il clamoroso ritardo, non posso non tornare a dire due cose sul soggiorno a Buenos Aires diciamo così, ex post, visto che sono uomo di lettera.

Un giorno di luglio, imbarcato su un jet Iberia, decisi di passare le mie vacanze a Buenos Aires, ancora fulminato da un gruppo di fighe spaziali portene incontrate lungo una calle madrilena poche ore prima.

"Vado a imparare lo spagnolo!", mi dissi. E mi gettai sul fedele laptop connesso wireless, alla ricerca di blogs tanos in corrispondenza dalla capitale Argentina. Così, feci la conoscenza del grande Tanoka, ora parte del più ampio Largentina. Che grande scoperta! ho divorato di lettura quel blog e ci ho trovato di tutto, anche le dritte, i suggerimenti, le sensazioni. Gli scrissi, ad Andrea, e nella sua piacevolissima risposta ci trovai scritto quella che ora capisco essere una grande realtà: Buenos Aires non ha nulla di ecclatante allo sguardo che ti "costringa" ad innamorarti di lei dal primo momento. Ma poi, via dopo via, portone dopo portone, faccia dopo faccia, bar dopo bar e camiseta dopo camiseta, ti entra addosso. Così, come da copione, è stato anche con me.

Per questo ho passato la seconda parte della mia vacanza vivendo sempre più "da porteno", andando alla Cancha di Boca, nei ristoranti di la Canitas, nelle vie bizzarre di Palermo viejo, facendo le parillas in casa, la nostra o quella delle ragazze e dei ragazzi che abbiamo conosciuto. Che fossero dolci o sclerotiche, aristocratiche o caciarone, dark o splendide grafiche, las chicas sono state tutte immancabilmente e meravigliosamente ospitali.

Gente vera, ragazze "più donne", ragazzi "più amici", avventori del bar "più ironici"... come se fosse stata data una mano di "vero" sulla pelle di tutte le persone che abbiamo conosciuto e con cui abbiamo condiviso tempo ed esperienze. Mille cose su cui riflettere, tra cui questo strano virus che porta sempre più italiani, giovani italiani, a lasciare la madrepatria per stabilirsi in questo posto che è freddo d'inverno e umido d'estate, dove la disoccupazione morde così come la delinquenza e il mare è poco più di un racconto. Ma è affascinante, cosmopolita, culturalmente vicino, vero e vivo.

Guardate qua cosa ha scritto il Magazine del Corsera dieci giorni fa. Ammazza quanto sono "sul pezzo", oppure sarebbe meglio dire: ma quanti siamo a pensare ad un'alternativa a questa vita volgare, egoista e egoreferenziale che ci propone il belpaese in questi ultimi anni? Davvero è così brutta questa comoda e quieta disperazione?

Com'è facile, al ritorno e ancora vittime del jet lag, ritrovarsi, in piena notte, a soppesare pro e contro non tanto di una fuga, quanto un serio e ragionato trasferimento. Chi lo sa..

Stai a vedere che in fondo in fondo, all'ultimo, un barlume d'anima di questo posto sono riuscito a coglierla... e se dovessi essermi confuso, beh sarà il motivo per tornare e cercare di capirci qualcosa di più. No?




venerdì, giugno 26, 2009

My second baby

Come dicono a Napoli, "nu second je chiù bell angor!".
Per esperienza diretta posso dire che, almeno nei progetti di lavoro, questo è vero.

Al posto o accanto alla schizzofrenia, si cerca infatti di infilarci anche una piccola parte di esperienza che finisce col far vivere le varie "seconde volte" in modo parzialmente diverso, certamente più pieno, anche se la strada in questo senso è ancora lunga.

I trajes utilizzati sono addirittura cresciuti rispetto a due anni fa, nei giorni di gestazione del mio "second baby" (unica espressione felice di un consulente altrimenti da prendere e lapidare), ma il sudore è rimasto stavolta a livelli di guardia. Tanto altro è poi successo.

Quella sensazione dolcemente inconsapevole - ma rasserenante ed eccitante al tempo stesso - che pervade, quando un progetto - composto da tanti sottoprogetti ad incastro - prende finalmente vita.
Questo posso dire è accaduto, e prorpio per questo pesto la mia terra giorno dopo giorno, non certamente per timbrare un cartellino, sennò me ne sarei già andato ad offrire le mie opere al settore primario dell'economia da un bel pezzo.
Quindi cosa dovrei fare se non, per una volta, ringraziare me stesso (cosa molto di moda in quelle giornate campali!) nella mia folle perseveranza nell'inseguire, anni orsono, il mio sogno tangibile di un lavoro fatto di organizzazione e confusione, meetings in uffici gelidi e insolazioni sotto il sole camminando da un'area all'altra, tre telefoni che squillano in contemporanea e l'assoluta precisione nel controllare le ciano di stampa; caffè e pasticcini a tutte le ore e l'impossibilità per 3 settimane di avere un pranzo normale; compagni di lavoro smart virtuosi e amici e l'incapacità solo di conversare con loro; strapagati consulenti stronzi e perfetti signori nessuno che sistemano tutto con un sorriso; situazioni di estrema visibilità e opportunità anche a livello personale e il post-brindisi passato disperati a cercare un pezzo di gomma; pranzi fianco a fianco di ambasciatori e sigarette velocemente fumate con un gruppo di sorridenti marocchini.

E' il mio lavoro. Dire che lo amo è una parola grossa, diciamo che gli voglio bene. L'ho sposato tempo addietro, ci ho pure fatto due babies. Il futuro dirà che il suo fascino saprà essere superiore al logorio della vita moderna e all'allure naturale di qualcosa che si affaccia, nuovo ed inaspettato.

Nel frattempo mi godo questo, che è tanta roba. Tra l'altro maggio si conferma il mese per eccellenza delle sorprese e delle rese dei conti nella battaglia dei sessi, o almeno nel guazzabuglio del sesso.. riguardo il quale approfondirò presto. Dì certo, in questo caso, è meglio salire su un nuovo piuttosto che fare la manutenzione su un usato...

bye!

domenica, giugno 14, 2009

Et Dieu... créa la femme

Sveglia.. scazzo.. shave.. clothes on molto moolto svogliato.
Poi i corn flakes, televideo, si apre il garage.. molto moolto pensieroso.

Invece si arriva al bar e quella che hai di fianco è una tipa davvero carina. La noti anche perchè, mentre sorseggia il suo cappuccino, va per accasciarsi al suolo semisvenuta e allora tu la prendi per un braccio. Lei porta una mano alla fronte, accovacciata; tu la sorreggi e non puoi non osservare il tatuaggio lungo il collo della caviglia abbronzata, e le scarpe chic-cosissime con tacco a stiletto, e la gonna a sbuffo che arriva a mezza coscia. Dopo poco si riprende, e il suo "grazie" è illuminato da un sorriso splendido, un secondo sospeso nell'aria.. ma è già tempo di andare.

All'appuntamento di lavoro lei arriva agguerrita: sandalo con tacco che le slancia la figura, gambe affusolate e bene in vista grazie a un abitino decisamente estivo, color nocciola, che lascia scoperte anche le spalle. Dio mio che aggressività! Non è di per sè meravigliosa, ma emana fascino e personalità. E poi è decisamente "nel" suo ruolo, dal taglio di capelli al trucco accennato attorno agli occhi, fino alla borsetta in cui tiene i documenti.. Non vi dico poi quando comincia a parlare: una voce calda e suadente, con un incalzare ansioso che, detta come va detta, fa un sesso pazzesco. Mi conforta sapere che di tanto in tanto la "devo" rivedere.

Poi c'è la biondina, apparentemente timida ed indifesa rappresentante del gentil sesso. Da quando ho a che fare con lei mi ritrovo ad essere sereno, addirittura fantasioso e non mi fa difetto dirlo. Vorrei averne il tempo, sarebbe bello godere in pace dell'armonia della sua figura ma forse ancor di più della gentilezza nei suoi modi e di quel profumo naturale che si porta appresso, magico. Nella sua - certamente finta - innocenza sta il senso del suo fascino. Quel classico pizzico di euforia immotivata, niente di clamoroso di per sè, giusto quel che basta a far girare il mondo.

E ancora un'altra tipa, completamente diversa dalle precedenti ma non per questo da non dover doverosamente includere: ampia, abbondante, sorridente, biondissima e giovanissima. Tutto intorno a lei, sembra che sia e questo la conforta, o così pare. Il top striminzito accentua il seno prosperoso, l'abbronzatura e il maxi tatuaggio sulla spalla... e mentre si alza fuoriesce il secondo disegno, strategicamente piazzato giusto sopra il sedere, come se fosse un turbo naturale per i pensieri più sconci... e un sorriso malizioso al contempo sfuma e accentua tutta la scena. Naturalmente, nel momento in cui vengo chiamato in causa, sto piacevolmente con la testa da tutt'altra parte.. però che bello questo dolce naufragare.

E a voi, vi capita spesso? Riuscite a mascherarlo sotto quella serietà artificiale o i neurotrasmettitori vanno in tilt quando felicemente il testosterone si mette in moto?

E con questo post mi smaschero! So bene che con le ragazze è un pò come la terra per i campesinos messicani: chi la tiene non la coltiva, e chi la coltiva non la tiene.. però cari miei, a pensarci, quale miglior motivo per alzarsi dal letto la mattina??!


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bye!