Visualizzazione post con etichetta storie. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta storie. Mostra tutti i post

sabato, gennaio 03, 2015

Perchè le storie degli altri, sono le nostre storie.

Dopo anni chiude un programma su Radio24 che davvero, mi ha cambiato la vita. Che poi non è un programma, sono stati anzi almeno 3 programmi diversi. Con un tema comune: raccontare le storie. Che prima non sapevo come dirlo e ora invece sì: le storie degli altri sono le nostre storie e conoscerle ci rende un pò migliori.
A me le storie mi hanno reso migliore in un numero infinito di modi, che ho cercato di raccontare ai curatori del programma con la storia di sotto. 

Aeroporto come sempre, volo AZ1595. L'aereo prende il volo e io mi infilo le cuffiette, metto l'iphone in modalità utilizzo in aereo e apro la app dei podcast.
Ascolto sempre gli stessi due per primi: la puntata del 14 febbraio 2012, quella di Viola che si lascia con il suo ragazzo, una voce bellissima. 
Poi subito dopo quella del 20 febbraio, Massimo Neriotti e il suo Scagnolari

Ma la storia comincia prima, molto prima. Gennaio 2010, uno dei pochissimi giorni a casa dal lavoro senza un motivo particolare, dopo oltre 6 anni di lavoro e viaggi quasi ininterrotti.
Erano le 16, ero a zonzo in auto e su Radio24 c'era questa storia di una vita in vendita per cominciarne una nuova, una voce molto bella, una storia bellissima su una racchetta da tennis. Fu amore al primo ascolto.

Poi: passano i mesi, volo in Argentina, ascolto tante tantissime puntate in quella trasvolata di 12 ore, sempre con le cuffiette, e la signora di fianco a me, vedendo delle lacrime scendere lungo le mie guance, che mi chiede se va tutto bene. Si che va tutto bene, fu un momento di rara empatia.

Poi ho conosciuto la Stefania, non so perché. Ci facevamo like a vicenda nei commenti su quanto scrivevate su facebook, e da lì é andata avanti. Ora ci vediamo sempre e siamo grandi amici. Abbiamo inventato impegni di lavoro per venirvi a sentire al "live" e anche a #dontellmymum e parliamo di certe puntate e son cose che capiamo solo noi.

Ma andando ancora indietro, la vostra iniziativa a RivadelGarda con RadioIncontri e il mio racconto selezionato per la finale. Era il 2010 ed era vendo anch'io o qualcosa del genere. Una trasferta che diventa una festa, con molti amici che mi seguono, un bellissimo weekend che libera le sinapsi e allora chiamo un amico che lavora in una radio underground bolognese e gli racconto che vorrei fare un programma di storytelling, che ho in mente una storia e che l'idea di andare in onda con un radiodramma sarebbe stata "killer". Chissá in quanti mi hanno ascoltato, ma fatto sta che è uscito fuori "Dromomania", un programma in cui un malato di viaggio visitava e raccontava il mondo che vedeva, in attesa di trovare la città che "risponde alla sua domanda fondamentale". Insomma, ho fatto un programma radio, 40 puntate di mezz'ora. Un romanzo radiofonico con tutta la miglior musica e le pagine dei libri più belle di sempre. Uno spasso enorme.

Grazie alla Stefania ho deciso di imparare a nuotare, visto che stavo provando a imparare andare a vela. Bene: dopo 3 anni, posso dire di saper fare un pochino a nuotare, a stile e dorso, e questa estate in Sardegna dalla barca in rada sono arrivato fino in spiaggia, cosa impensabile prima.

Poi. Per lavoro sono dovuto andare al Sole24Ore a parlare della fiera e del settore per cui lavoro, che ci sarebbe stato da sviluppare uno speciale e poi Barisoni era stato pensato come il moderatore al convegno inaugurale.
Da lì si arriva a ragionare di avere Radio24 tra i padiglioni durante i giorni di fiera, per alcune interviste su "Focus Economia". Le mie parole alla direttrice marketing Luisa Valsecchi sono perentorie: l'affare si chiude solo se mi manda Caccia e Bonini a Bologna a fare una puntata sui meccanici.
E così avviene, in pratica ho una puntata del programma di storytelling a casa mia, o quasi, per la gioia di Stefania, unica spettatrice con sedia dedicata. Ancora oggi me la racconta, quella giornata.

Ecco. Volevo dirvi che tante cose sono nate, grazie a voi. Al vostro spirito, alla serendipitá. A non so che.

Per chiudere, confermo ancora una volta quel che vi dissi e purtroppo andó tagliato il giorno che avete letto la mia storia, nell'aprile scorso. Conoscervi per caso, ascoltarvi e divenire dipendente delle vostre storie mi ha reso una persona migliore perché conoscere le storie delle persone significa conoscere le nostre storie.

il programma riparte, su una radio nuova e con un nuovo progetto. Così come il programma, anche le storie e la vita ripartono, basta solo raccontarle, ascoltarle, viverla.

sabato, dicembre 13, 2014

Il calcio è la seconda cosa che ci interessa di più. La prima cosa, sono le persone.

Eilà,

ancora una volta torno da un viaggio e mi viene da scrivere.
E ci sta. Perchè se non sei bravo a notare i microcambiamenti, i feelings, i toni e gli umori - come io certo non sono - allora ti vuole sempre un bello choc per tirarti fuori un punto di vista, un paragone o anche un'emozione.
E il Sudamerica è emozione, come nessun altro luogo al mondo, per me e per quel poco che ho visto.

Su Buenos Aires ho ormai una memoria un pochino sbiadita, sono passati quasi 10 giorni e non ho nemmeno una foto da osservare per farmi tornare fuori qualcosa, perchè tanto per cambiare ho perso il mio iPhone e ora so dove andranno (tra le altre) i soldi per il mio regalo di natale.
Però un sacco di cose restano, eccome. I tanos di là, certo molto diversi tra loro, con una vena ora ironica ora disincantata ora nostalgica, ma pieni di sfaccettature e piacevolezze.
Andrea mi ha invitato a casa sua a vedere una partita in tv, poi in un'indigestione di calcio e parilla siamo andati alla cancha de Velez e quindi a mangiare, finendo con un caffè alle 3 a.m.
Indubbiamente è interessante, sono certo che Buenos Aires lo ha reso ancor più interessante, ha un modo di vivere la vita che un pò deve essere suo proprio, un pò deve essere come un'abbronzatura che ti dà il luogo, e che in Italia avevamo forse e ora si è persa, ma va ritrovata.
Alla fine della serata, mi ha lasciato alle 3 del mattino di fronte al mio hotel e per 10 minuti ho rivissuto la scena dell'esperienza di due anni fa, quando un set mi si parò dinnanzi nell'incrocio tra Gorriti e Fitz Roy.
Rileggetevi quel post, le tanto vituperate politiche della Cristina e un'inflazione reale al 30% poco hanno potuto, i venerdì sera a palermo Hollywood sempre quel feeling lasciano, datemi ascolto risparmiate un pò di soldi per il (lungo) volo e venite a vedere con i vostri occhi, di cosa sto parlando.
Andrea è uno che se stessi là lo vorrei vedere spesso, perchè quasi sempre dà una visione inedita di una situazione già vista. Mi fermo a pensare quante volte ho pensato, quante volte ho scritto se stessi là. Dopo 10 anni di viaggio e 6 di mazzate nel posto dove vivo, mai come ora ho ancora voglia di viaggiare per conoscere, importare e aggiustare un pò il posto in cui vivo, per provare a lasciare un mio segno. Ma ne parleremo.

Grazie alle chiacchere con Andrea ho saputo che i lavori in casa degli artigiani, sì quelli di idraulico o imbianchino, solo da noi si chiamano "a regola d'arte" perchè là no, non c'è la tradizione ("Che, que lo quedas asì eso??" ecco cosa dicono i duenos di casa mentre vedono nefandezze apparire sulle loro pareti di casa. Certo che lo lasciano così!).
Alla cancha de Velez ho capito che le partite di fine d'anno sono inutili in tutto il mondo, che anche il Velez è di fortissime origini italiane, che il calcio argentino è in una crisi profondissima poichè qualunque minimo talento è più pagato per giocare fuori, anche in Thailandia, piuttosto che nel campionato del suo paese; poi ho imparato che il papa è in effetti amatissimo, ma al secondo gol fortunoso e in contropiede, un tizio accanto a noi e fino ad allora silente si è alzato in piedi per gridare con voce baritonale "Papa Francisco la putamala que te pariò!!" e allora anche qui ci somigliamo proprio mannaggia.

Dieci minuti di gloria camminando alle 3 di notte per far scendere el asado: mi fermo a osservare una vetrina spenta e un ragazzo chiaramente inglese mi si avvicina, che sta per entrare in casa lì di fianco e con un accento fortissimo mi fa: "como fue tu serada?".
Io squadro sto biondino e decido di trasformarmi in porteno per 10 secondi: soppeso la risposta e poi a mezzabocca biascico "che, yo la voy a empezar ahora mismo, boludo!". Lui ride e entra in casa, facendomi il segno di vittoria. Gol!

Gol appunto: con 3 voli della compagnia arancione valico il confine e poi viaggio lungo il subcontinente verdeoro. E' un'esperienza da fare e rifare, perchè sono certo che non basterà mai. Vedi il sud e ti manca il nord, vedi le città e ti manca la natura, vivi le spiagge ma non conosci i locali e il loro modo di vivere. Non basta una vita per conoscere il Brasile. Te lo assicuro, è così.
Ho la fortuna di conoscere Fer, un'amica che ha vissuto tre anni in Ialia illuminandola con la sua sapienza e modo di essere. E' una bellissima ambasciatrice del suo paese e i certo la prossima Presidenta del paese. Lei mi fa da Cicerone e mi racconta la storia di Porto Alegre, mi ordina di continuo caipirinhas, mi fa provare la migliore picanha della città e insomma mi fa fare due passettini dentro la sua città, il suo stato, il modo di essere dei brasiliani tutti.
Che insomma, non sono diversi da noi ma cazzo stanno bene. Perchè anche noi lo stiamo, ma loro hanno come un pappagallo che deve ripeterglielo ogni mattina quando scendono dal letto.
La vita ha sempre una prospettiva da cui osservarle le cose e, salvo casi eccezionali, può sempre essere vista con più luminosità o più nuvolosa. Siamo noi a gestire questo photoshop sulla foto del nostro quotidiano.
A quanto ho avuto modo di vedere, dovremmo andare a frequentare corsi tenuti da loro su come usare al meglio quell'intrigante programma.
Porto Alegre è diversa e calda, brasiliana e italiana, ordinata e in salita, giovane e con stile classico. Un posto dove la gente va a lezione dopocena per prendersi la laurea in giurisprudenza a 40 anni (e la Fer gli fa lezione, 12 ore di lavoro no stop), dove per il carnevale fanno giusto un paio di giorni di stop, dove a luglio ed agosto può quasi ghiacciare. Dove uno scontrino è "uma notinha", dove il concierge dell'hotel si impegna a affinarti quelle 4 parole in brasileiro che so. Mi è piaciuto.

Poi a Belo Horizonte, ho trovato il perchè del titolo del post. Uno staff ad aiutarci, nella nostra missione di lavoro, sempre disponibile, sempre allegro, sempre tranquillo.

Tu che leggi, quanto daresti per avere una vicina di ufficio che, al suo del telefono risponde con voce vibrante con qualcosa del genere: "Olà.. sìm.. tudo bem... aaahh!! TODA JOYA!!"
Cioè ma ti rendi conto?
(e soprassiedo sui lunghi capelli neri fin quasi al sedere e sui tacchi a spillo di mercoledì mattina!)

C'era poi quest'altra ragazza, Julia, bellissima e con un modo di fare davvero incantevole che ci accompagna a una visita per farci un pò da interprete. Svolge il suo lavoro perfettamente: è una brasiliana che ha scelto di studiare italiano al liceo andando a fare la scuola della Fundacao Torino così.. perchè l'italiano è un sogno (ribadisco: ma ti rendi conto?), non ha origini italiane lo ha fatto proprio perchè le piaceva!
E' elegante, avrà al massimo 25 anni e alla fine, dopo avermi sedotto ancora di più chiedendomi se amo il calcio e che la sua squadra del cuore, che segue sempre, è il Cruzeiro, ci saluta con convenevoli che saranno durati 15 minuti, poi ci prende le mani in un gesto innocentissimo ma che racchiude tutto l'olismo cosmico del bene, una perfezione così assoluta in un movimento che noi in Europa o nel nord del mondo non sappiamo neanche più cosa sia, che nemmeno tra moglie e marito alcune coppie non vivono (ndr: sì, alla tua domanda rispondo sì! me la sarei trombata seduta stante!! e tu se sei uomo, lo stesso).
E alla fine, dopo tutto questo, si accomiata dicendo "spero di essere stata utile per voi in questa giornata, so che questo incontro era importante per voi e mi ero preparata al meglio". 47 minuti di applausi, abbiamo parlato di lei tutta la sera.
Ma il giorno dopo, anche di meglio: c'è una interprete ufficiale che dovrebbe andare ancor meglio di Julia (che in sala è indaffaratissima tra microfoni, foto, cartelline, networking.. a proposito: dopo il liceo, una laurea e un master in marketing), anche lei molto giovane molto appariscente e molto carina. Però va in banana!
Si blocca spesso, la aiutano un pò tutti nel trovare le parole da tradurre, ci sono spesso silenzi imbarazzanti, le nostre frasi si fanno sempre più brevi nel tentativo di aiutarla... vabbè, non una gran figura.
Ma alla fine, quando dopo i convenevoli e lo scambio di biglietti da visita e quattro chiacchere in portoispanoingloitaliano un pò con tutti rimaniamo solo noi, lei, la ragazza giovane e quasi tremante, viene da me e mi dice che si scusa perchè era nervosa e ha fatto un pessimo lavoro, era molto emozionata e ora è dispiaciuta, che sa che non si può rimediare ma che ci augura che tutta la nostra missione vada per il meglio.
Cioè, voglio dire: lei poteva andarsene, confondersi tra la gente, stare zitta e sbattere gli occhi invece è volontariamente venuta a prendersi il suo piatto di merda da mangiare, perchè le persone sono la cosa più importante, questo danno davvero la pena di pensare i giovani brasiliani. Che saranno anche corrotti, scostanti, imberbi, talvolta svogliati ma almeno sulla mia esperienza posso dire che la parte buona del paese è in buone mani.

Di San Paolo non parlo che ho un crampo alla mano, ma lo farò presto. Voglio ringraziare tutti quelli che sono venuti a pranzo il 23, spero si possa ripetere presto.
La cosa più importante sono le persone e a volte occorre andare lontano per ricordare bene questa verità.
L'ho già scritto ma lo ripeto: occorre che torniamo a provare stupore nelle piccole cose!

W O' Brasil!

giovedì, febbraio 20, 2014

mi sorridi #difronte

Pomeriggio quasi sera di gennaio, quell'aria pungente ma stranamente piacevole che sanno avere le quasi sere di metà gennaio, io - trafelato come sempre - tra i miei pensieri ti raggiungo, camminiamo verso il solito bar ecochic dove passano un pò tutti quelli che piacciono, ma a cui non interessa "contare". Perchè sono trasversali, o chissà perchè.

Ti guardo dritta negli occhi per un secondo, che sembra che stia succedere chissàche e invece non succede mai niente, e poi ti ascolto dirmi che "prima o poi bisogna scegliere".

Eh già, cara amica mia. Prima o poi, bisogna scegliere.

Poi vado a cena: ci sono queste due che bisogna parlare di cose serie e poi magari ci si scioglie e si finisce per lascare un pò la randa e prendere quel refolo da ponente, se ci si tranquillizza.
Lei mi guarda di traverso, che lo so che c'ha tutta un'esistenza sulla schiena, cose di cui so poco in realtà e non voglio nemmeno sapere.. però lei mi guarda un pò languida, allunga quelle mani lunghe da adolescente e continua a toccarsi i capelli e versarmi del vino, e io penso: ecco, potrebbe essere così.

Potrebbe essere così che scollino, supero quella piccola ulteriore salitella, quello strappo e vedo cosa c'è dopo, se mi si para davanti la cima Coppi oppure parte un dolce declivio.

Te lo vorrei succhiare e leccare quel collo, finchè non si consuma, altrochè.

Poi vado lontano in treno e finisco in quel posto lì, quello di fronte, e tu leggi Monocle e mi sorridi #difronte ed io che di nuovo "ecco!!" ma allora è una coincidenza seriale o cosa? Mi sorridi di nuovo, attacchi bottone, mi chiedi se voglio qualcosa al bar... si può dire che flirtiamo?
E qui? Dopo questo scollinamento, cosa ci sarebbe? Una cima Coppi, o un dolce declivio?
O addirittura una discesa a rotta di collo, di quelle in cui chi si lascia andare senza saper fare perfettamente poi scivola e sbatte la testa contro una pietra a bordo strada? Non so, davvero.

Poi ci sei tu, che parli una lingua straniera in una terra straniera, che mi parli a lungo poi rimani ad ascoltarmi, #difronte. Sì, poi sorridi, anche tu: anzi ridiamo di gusto tutti e due e lo so che stai pensando a chissà cos'altro, chi altro, dov'altro. Anche io lo sto facendo, sai?!
Però poi siamo in metro, tu sei un pò inclinata rispetto a me e d'improvviso muovi il collo in quel gesto sensualissimo e femminile, e pare che le tue labbra siano più rosse che mai e te le vengo ad assaggiare, non c'è nient'altro che possa fare ora, mentre ognuno si porta dietro il fardello delle proprie vite.
Cosa credi, che non lo so?

E poi ci sei tu, con quel maglioncino a V che fa vedere un pò di divertimento e infatti ridiamo un casino.. cosa cazzo avrà da ridere questa?

Ma forse questa è già un'altra storia che vi racconto la prossima volta, ok?
Si vede, vero? che ieri ho ascoltato la puntata di Matteo Caccia su Voi Siete Qui, Radio 24, in cui si parlava di una copy che come secondo lavoro scriveva storie per "Le Ore"?

Giuro che mi sedo, buonanotte!!

lunedì, novembre 18, 2013

Upper deck and the mug

E via in America, guess what? 
Ho voglia, visto che sarà anche l'occasione per prendermi un break dai miei amici italyankee.


E lo racconto ora, che sto tornando indietro. Ne avevo voglia, ne ho avuto abbastanza (tranne che di San Francisco: di quella non ne avrò mai mai mai abbastanza).
Beh insomma all'andata per la prima volta mi accomodo alla fila 77, upper deck del 747 KLM su cui salgo (grazie azienda, che ancora ci sei!). Beh, una figata: clima ancor più lazy e cozy (se tale aggettivo può essere utilizzato per reale compagnia aerea olandese..), l'impressione di una esperienza piuttosto rara, l'occasione per vedere quanto i flight assistants vadano avanti e indietro dalla cabina dei piloti. Cazzo ci vanno a fare poi?
Detto ciò: volo tranquillo, cibo buono ma nulla di trascendentale soprattutto pensando che è una business class; solito seggiolone che un pò si stende un pò no e ti fa coricare in discesa, enorme selezione musicale con cuffie potenti che ti portano da un'altra parte, ma solo se ti va.
E poi: hostess sorridente e giunonica che storpia il tuo nome in tutti i modi possibili ma - imperterrita - ci riprova a farti sentire un pò più unico, e un pò più coccolato. E ci riesce, sapete? O perlomeno, con un'alchimia tutta sua, riesce a portarti buonumore e tranquillità. Che poi ci vuol poco, se dall'altra parte, una volta atterrati, ti aspettano la California e alcuni giorni di vacanza nella città più bella del mondo.
Mi guardo attorno, tra gli ospiti tra le file 72 e 78, e mi ritrovo a pensare che lavoro fanno, quanto guadagnano, di che nazionalità sono.
Una cosa che mi sorprende (e l'ho notato anche nei voli in business class con Air France, le non poche volte in cui l'ho presa) è che ci siano persone piuttosto giovani, mescolate a qualche arzilla coppietta fiamminga. E c'è anche qualche donna, anzi meglio ragazza, cosa che ai tempi in cui ero un affezionato frequent flyer alla ricerca di status member Senator con Lufthansa, mai si verificava. Sugli aerei dell'airone era tutto perfetto, asettico, con senso molto più di efficienza che di lusso e con ospiti che al 90% rispondevano al profilo di cinquantenne con pantalone grigio, camicia bianca, occhiale con montatura tecnica e trolley Rimowa nelle cappelliere. Molti di loro, intenti a picchiettare sui tasti del loro portatile per tutta la durata del viaggio, oppure coricati su un fianco con l'impossibilità di rivolgere loro nemmeno una parola, perchè stronzi come sono ti giravano il culo come auf wiedersen.

Sui voli KLM la gente ride, guarda i film proposti dal sistema di intrattenimento, va avanti e indietro, attende il momento del regalo più ambito dai paranoici ossia la Blu Delft House che ce ne sono 94 ma loro, i paranoici, si ricordano benissimo quelle che a loro mancano per finire la collezione, e se non se lo ricordano magari si sono scritti una listina ad hoc. Folli!
Beh insomma dicevo prima, stare in upper deck chiude il cerchio di un milione di viaggi, centinaia di foto scattate, discorsi con i pochi amici frequent flyers come me ma al contempo mi offre la possibilità di stare in un'ambiente piccolo, con poco più di 20 persone e quindi analizzarne il comportamento, ammirarne il fascino (c'erano un paio di tipe molto carine, chissà magari studentesse a qualche scuola di recitazione o giù di lì) e realizzare che gli assistenti di volo fanno avanti e indietro con la cabina di pilotaggio ogni dieci minuti, una cosa incredibile! Me li riesco a immaginare i piloti, con un'occhio agli strumenti e uno alla scollatura della giunonica, le domandano se è rimasto un pò di chicken, beef o cod da mangiare e riguardo i beverages chissà qual'è la policy?
Solo acqua e CocaCola? Vietato bere alcolici come fossero dei taxisti? Oppure per loro non vale la regola, perchè si tratta di Comandante, primo ufficiale e gente con dei titoli del genere una volta per aria fà ciò che gli pare? Ricordo di essermi perso a lungo tra quei pensieri, finchè ovviamente mi sono ritrovato con la bolla al naso per ore e ore, in attesa del touchdown a LAX.
Poi arriviamo e quindi si richiude la borsa, si raccolgono le proprie cose, si rubacchia tutto quel che si può (la trousse, principlamente, ma a volte un cucchiaino, la saliera..) si infila il giubbotto e si va.. un momento.. chi cazzo è quella sventola?!?! Dov'era seduta?!?! Impossibile che non l'abbia notata, avrò fatto il corridoietto almeno 4-5 volte.. ma vuoi vedere che.. naaaa!! Minchia era in cabina di pilotaggio! 
Maglia leggera e scollata con le spalline sfasate, jeans che più aderente non si può, stivaletto arrapante, capelli biondo cenere e sguardo da panterona: mi faccio un film in testa in 2,8 secondi.
Adesso lo so cosa mi direte: sarà stata la fidanzata di un pilota, avrà avuto un biglietto di economy e ricevuto un upgrade, fatti i cazzi tuoi.. ma qualunque sia la ragione ufficiale, io mi son fatto un film della madonna. Sta tipa in una cabina minuscola e letto a fianco con il comandante e gli altri 2, per 11 ore? Beh io mi sarò fatto 4 coppe di Champagne, ma voi siete delle belle merde valà! Te invece, sei una gran sana!
Menzione speciale per lo steward che, beccatomi a osservarle il lato B come ipnotizzato, mi sorride e mi fa l'occhiolino mentre saluta deciso "hope to see you soon, Mr Vinceiinei!".

E "the mug", diranno i più attenti e rompicazzo di voi?
"The mug" è un pò il compendio degli USA, almeno in questa storia.
Conclusosi il mio periodo diciamo vacanziero in questo posto qua a destra, mi stavo accingendo a riprendere il lavoro e volare a las Vegas, per le solite visite e le mille strette di mano alle sempre più grandi ed euforiche e vocianti fiere di settore. Bene.
Ho passato giorni belli e piacevoli con il mio vecchio amico massi, che ormai 12 anni fa ha fatto una svolta a sinistra e ora si ritrova a ragionare in dollari. Sono stato con lui soprattutto, a bere, girare, mangiare e parlare di tutti gli altri che non lo vengono mai a trovare. Ma sono stato anche con i suoi figli Giulia e Luca (prime parole in italiano!!), con Jen sua moglie, l'anima jankee, con alcuni loro amici delle wineries, con lo staff del Rivacucina e ho pure incontrato Amira, amica di un'amica curiosa e smart che qui (beata lei!) ha trovato l'amore e il suo principe azzurro che proprio in quei giorni l'ha portata davanti all'oceano e le ha chiesto di sposarla. Roba forte! 
Il giorno della partenza Massi è impegnato e allora è Jen che si offre di accompagnarmi fino al Bart con il quale raggiungerò l'aeroporto.
Saranno forse 45 minuti di viaggio in auto, stiamo per partire ma lei sentenzia: ho voglia di un caffè! Rientra in casa e ne esce poco dopo con una tazza, una mug appunto, colma di caffè americano nero e liquido e bollente. La ficca nell'oblò della nuova fiammante Volvo XC90 e si va.
Conversazione interessante con quella che Massi chiama "il boss", Jen conosce l'Italia e fa domande sempre intelligenti e argute, cerca di fare un parallelo tra i diversi sistemi sanitari, domanda perchè la crisi "non va via", chiede delle novità del mio lavoro mentre, ogni tanto, sorseggia la sua brodaglia. E io, piccolo e provinciale, a chiedermi che senso abbia portarsi dietro una tazza da cucina in auto, solo perchè si ha voglia di un pò di cazzo di caffè.
Poi arriviamo a destinazione, lei gentilissima e premurosa mi vuole abbracciare per salutarmi, quindi salta fuori dall'auto. Ma ha troppe cose attorno a sé: uno smartphone con le cuffie, una borsa piena di cose, trucchi tra le dita, la tazza nell'altra mano.. che ovviamente le scivola e rimbalza sul sedile della fiammante Volvo XC90, impregnandolo per sempre di caffè nero americano, finendo poi la sua corsa sull'asfalto, disintegrata in mille pezzi.
"Ma cazzo di budda, non potevi lasciarla a casa e tenerti la voglia?!" penso io!
"Shit!! no way!!" Urla lei. Ma poi aggiunge: vabbè la tazza la ricompriamo, i sedili li facciamo pulire, anzi magari compro un set nuovo di "mugs" da cucina.

Cazzo, l'America. 

lunedì, luglio 30, 2012

Gorriti cruzando Fitz Roy, un set

Del mio nuovo soggiorno sudamericano non ho tanto da dire, se non qualche fluida sensazione.
Questi non sono paesi, sono subcontinenti, e quindi vi potete immaginare quanto siano variabili, multiformi, sfaccettati, scaltri, eccitanti, a volte logorroici e se affrontati senza aver studiato anche un tantinino noiosi questi due paesoni che rispondono al nome di Brasile e Argentina.
Che poi, badate bene, Brasile e Argentina sono due luoghi dell'anima innanzi tutto, le due facce della stessa medaglia oppure, visto che ci sono più similitudini che differenze tra di loro, la stessa faccia di due medaglie (citazione dottisisma, caffè pagato a chi la indovina).

Lo che sta frase è noiosa come come il palinsesto della RAI, ma mi tocca di ripeterla. Non sono stato in Brasile e Argentina, sono stato a San Paolo, Curitiba, Buenos Aires (e per una sfiga ho mancato per un pelo Cordoba). Lo capite bene che tre città non fanno 2 paesi, per cui vado di sensazioni induttive e bonalè, non state lì a scandalizzarvi o puntualizzare che tanto lo so anche io che ha poco senso.

Insomma io non lo so che idea avete in testa voi del Brasile, probabilmente quella giusta: nel senso che è legittimo associare attraverso facili luoghi comuni il paese dalla bandiera verdeoro al calcio, il samba, i culi, le spiagge, la naturaleza, il Corcovado, la foresta amazzonica, il carnevale e per finire una bella rapina con arma da fuoco.
Ecco, di ste cose ne ho (intra)viste forse una, e attraverso la tv. Immaginate quale! Per il resto, roba da indagine poliziesca.
Il Brasile di San Paolo è invece sinonimo di grattacieli, ristoranti di lusso, centri commerciali, pioggia, auto fuoriserie e tanta, tanta idea di ricchezza esibita oppure a rate, che sbuca un pò dovunque.
San Paolo è una città giovanissima, se paragonata alle nostre, così si dà tanto da fare: i ragazzi lavorano mentre studiano all'università, frequentano corsi di sera, rubano il lavoro ai sesantenni, vanno all'estero e tornano, esportano petrolio e aerei, vincono le gare per Olimpiadi e Mondiali di calcio e hanno probabilmente il miglior ufficio stampa del mondo: tutti ma proprio tutti parlano di loro, anche se i numeri dicono che la crescita è ormai pronta alla planata.

La segmentazione anzi diciamo bene la segregazione là non avviene per sesso (Dilma è a capo del goverso) nè per razza (la mezcla è una delle principali virtù e orgoglio nazionali) ma per censo. Quelli ricchissimi li chiamano Clase A, poi a seguire la Clase B, la C e la D. Pratiamente si sentono legittimati, i paulistanos perlomeno, quasi di domandarselo a quale categoria appartenga l'interlocutore, e se proprio non lo domandano apertamente lo intuiscono in un baleno, solo vagheggiando su quale sia il centro commerciale in cui si recano con più frequenza, visto che anche questi ultimi sono caratterizzati da una lettera di appartenenza, indicando quale sia il loro target group.
Un pò diverso da un colpo di tacco o una samba, vero?

La gente, cazzo, va veloce. E' in fondo educata alla guida, pochi colpi di clacson e slalom impertinenti soprattutto se si pensa in che formicaio tocca muoversi, e tanta tanta pazienza ai semafori per loro. Ho visto con i miei occhi una delle arterie principali, la Avenida Ibirapuera, piena di macchine sfreccianti verso il downtown già alle 7,10 della mattina, e vedeste con che ritmo!
Qui traspaiono belli forti questi valori, uniti a una certa sicurezza in sè e una fiducia nel futuro che probabilmente è la mediana tra il carattere intrinseco di questo popolo, così aperto alla vita e alla socialità, mescolato con oggettive e ponderate analisi dei trend macroeconomici e alle recenti scoperte di nuove fortune nel sottosuolo che saranno estratte e vendute, dal petrolio a numerosi minerali rari.

Insomma.. il nuovo mondo!

E dell'Argentina ve ne potrei davvero raccontare a dozzine: dai boutique hotel di design al traffico; dal peronismo che ora si declina in Cristinismo alla nazionalizzazione delle imprese; dallo spirito porteno furbissimo che fa essere il cameriere adulatore per quei 3 infiniti secondi che vanno dal primo sorriso all'estrazione della penna e annotazione sul notes dell'ordine, per poi degenerare sullo stronzo andante, incapace della benchè minima attenzione fino alla gran quantità di belle ragazze in giro, tutte con questo look simile, ossia detrminato dai geni italiani, spagnoli e inglesi ben shakerati e arricchiti dal più bell'accento del mondo, sensualismo allo stato puro se esercitato da una donna dalle belle labbra. Il porteno, quella jjjhh trascinata che fa davvero arrapare, non c'è bisogno che a farne uso sia Belen (nota bene: non ho detto che a Buenos Aires, nemmeno a Recoleta, Palermo Soho o Puerto Madero, tutte le ragazze sembrano la sorellina di Belen. Ho detto che ce ne sono in quantità di carine, vestite (ahimè..) con gusti, con culetti piccoli, chiome fluenti e voce roca ed impastata.... poi vedetevela voi e non mi tirate dentro questa storia, ok?!

Dicevo: di storie potrei raccontarvene diverse, ma ciò che davvero mi è rimasto impresso è questo momento pprofondamente cinematografico all'incrocio tra le vie Gorriti e Fitz Roy.
Uno spaccato aderente degli stereotipi e dei quartieri animati di Baires.. ma anche un ambientazione così assurda che si è portati a pensare che sia un set cinematografico.

Scena: esterno notte. Cielo terso, stelle in cielo e un'aria limpida che sembra quasi di essere in un'ambiente ricostruito in studio, ma non è così.
Io me la giro a piedi da solo, questa megalopoli in cui vorrei comprare casa e forse lo farò, non appena sarà possibile. Che poi non è mai possibile, quindi è sempre possibile.

Dicevo.. quartiere Palermo Hollywood, all'incrocio tra le vie Gorridi e Fitz Roy. Immaginate per un attimo che il tempo si fermi, e solo io rimanga in moto, un effetto come se fosse il film "Matrix".
Luce dei lampioni che si riflette sui parabrezza delle macchine e sulle piccole pozze d'acqua del sistema di pulitura delle strade; luccicore del pavé della carreggiata e, in lontananza, due taxi neri in arrivo costeggiano lentamente il marciapiede, con la scritta luminescente LIBRE bella evidente.
Su un angolo dell'incrocio, sotto un Platano, due innamorati si scambiano effusioni e un lungo bacio appassionato, che quasi sento il rumore e lo scivolare delle lingue, una cosa che - rifletto - non si vede con la stessa passione e frequenza in Europa. Non è un bacio camminando, è un lungo piano sequenza di loro che rimangono fermi, le mani che si allungano e le lingue che roteano... sul secondo angolo c'è una macchina, una BMW degli anni '80 forse, che giace appoggiata su due cavalletti di sostegno, visto che è stata privata dei 4 pneumatici. A fianco, la carcassa di un'auto molto più vecchia, una sorta di 128, cui il tempo e l'inutilizzo (e chissà che altro) l'hanno ridotta senza vetri e con solo brandelli di vernice. A un passo, un barbone suona un'armonica.

Sul terzo angolo c'è un locale cool, di tendenza, con luci al neon cangianti e una super figa che fa un pò da buttadentro: una sorta di hamburgheseria fusion, affollata di giovani alla moda; a fianco un locale jazz con alcune persone davanti, intente a fumare, qualcuno con bocchino.
Sul quarto e ultimo lato dell'incrocio-set, ovvero quello che si oppone al primo dei due amanti, un baraccio squallido con tavolini all'aperto. In uno di questi, 3 signori discutono animatamente fintantoché uno tira fuori dalla tasca una bustina bianca e la getta sul tavolo, puntando subito dopo al centro della strada e alzando un braccio: in 3 secondi sale su uno di quei taxi di sopra, che sgommando riparte.

Ecco, questo è un momento di banale straordinarietà a Buenos Aires: pur amandole, scusate ma credo che di fronte  certe scene ideali di naturale armonia e varietà urbana e sociale, non c'è Londra New York o Parigi che tengano.
Qui c'è il profumo dei momenti colorati, o qualcosa del genere.. che tanto lo avete capito no?

Ecco, avendo avuto scarso tempo e ancora minor spinta, credo che questo sia quanto di meglio lasciare ai posteri riguardo il mio ultimo viaggio in sudamerica, molto più del fatto - ad esempio - che il premier cinese, il compagno Hu Jintao, sembrava che seguisse i miei spostamenti e quindi prima me lo sono ritrovato in TV a stringere la mano a Dilma, poi a sorridere sornione accanto alla presidenta Cristina.
E vabbè.. by the way: vi starete domandando "e chissene!". Come no. Ma ora riflettete sul tempo passato dall'ultima volta che abbiamo ospitato il premier cinese in Italia. Ecco: quel numero è in diretta proporzione con la percentuale di rischio sul mantenimento della nostra occupazione nel Belpaese nei prossimi anni.

Catastrofico? Pensate a vela, curling, figa (e Olimpiadi!), va là!

Ringraziamenti speciali ai lettori che mi colgono di sorpresa e me lo dicono alle cene.
Che poi io penso: avrò scritto qualcosa di compromettente? .. e dopo tre secondi mi dimentico di essermi fatto questa domanda.

Grazie! Dai interagite qui sopra.. diventerà ancora più interessante!


photos: Emanuele Vicentini ©


mercoledì, maggio 02, 2012

Oggi è il primo maggio..

Cosa mi è successo oggi.

Nel senso, oggi mi è successo che mi sono riunito con amici di Ferrara e clienti/amici di Milano e abbiamo pensato al futuro possibile della nostra start up, di come sia bello sentirsi il vento sospingerci dalla schiena.. Poi abbiamo pranzato e ho riso di gusto, ho tentato di spiegare gli scenari futuri delle mie attivita' di lavoro. Ho pensato a come sarebbe vivere con lei, dove portarla in viaggio. Le ho scritto una poesia. Ho aggiornato il blog, mi sono fatto portare dalla brezza di terra dei "Kings of Convenience", chattando con la mia amica a Bruxelles.
I tigli erano profumatissimi e mi sono fermato a pensare che, ogni anno, sembra che un po' di magia cali sulle prime sere lunghe.
A day in a life.
Poi dopo che ho lasciato queste righe nel solito posto, una persona mi ha chiesto l'amicizia (virtuale) e siamo rimasti a scriverci messaggi fino a tardi. Lei scrive meglio di me, è più schietta e le ho invidiato l'attività del pomeriggio, soprattutto quel meravigliosamente.
Prima di addormentarmi ho ripensato ai miei amici ora su ad Amsterdam, ai destini incrociati di ognuno di noi, all'alchimia delle persone e delle cose. A come lei lo osservava con trasporto e passione, poi a quell'amico di amici che ha perso la moglie e come possa sentirsi ora. Come potrà sentirsi domattina, tra un mese.

La fortuna non esiste ma.. sono fortunato.

martedì, gennaio 31, 2012

Gli inglesi e l'oroscopo 2012, un post rivelatore

Vabbè ragazit sto post l'avevo inizialmente scritto nella notte del 14 gennaio, appena rimesso piede in casa di ritorno da una trasferta britannica. Ma era incompleto, l'ho finito adesso. 
Infine.. Amore, Affari, Salute: c'è scritto il tuo futuro, leggi! ziao!


Torno or ora da tre giorni nel Regno Unito e ho proprio voglia di scrivere un post così, di getto, sulle sensazioni a pelle.
Bada bene, non ho detto che sono stato a Londra, ho detto Regno Unito.


Sì perchè Londra è troppo scintillante, internazionale, gigante, cosmopolita, proiettata in avanti per offrire l'immagine pura e intima dei britannici. Ma io sono andato a Birmingham, e lì le cose cambiano.


Per inciso: lo sapete che l'area urbana di Birmingham è la seconda dell'intera Inghilterra, con quasi 2 milini di abitanti? No, eh? Ecco, questo già spiega in parte quel senso di isolazionismo, anonimato e voglia di fare le cose a modo loro che contraddistingue quella gente.


Che, innanzi tutto, ama il brutto. Sennò come potremmo spiegarci il fatto che la seconda città del paese annovera tra i suoi "monumenti" più caratteristici uno svincolo autostradale praticamente in centro, e un centro commerciale che è tecnicamente il suo centro? Prego osservare con dovizia il reperto fotografico, per comprendere appieno quanto abbia ragione!


Poi, ama distinguersi. Nella valuta, nel modo di vestirsi, nel modo di fare aggregazione. Nei modelli di taxi, nel modo in cui si sono formate quelle comunità, nella musica. E molto altro. E' una nazione che attrae e respinge, non come la Germania o la Polonia che sì, ci saranno delle persone anche simpatiche e delle città anche efficienti, ma in fondo in fondo non si vede l'ora di tornare a casa. Qui è diverso, il Regno Unito è il luogo del mistero, che pertanto attrae di per sé stesso.


Il primo mistero sono le manopoline dell’acqua nei bagni. I miscelatori, incredibile a dirsi, non hanno ancora fatto apparizione in questo paese, fatta eccezione forse per qualche top hotel a cinque stelle, a Chelsea o Knitghtbridge. Nelle West Midlands sono ancora in attesa, e chissà se arriveranno prima gli agenti veneti degli idro termo sanitari o i Maya in persona, ad annunciare la fine del mondo. 
Le manopoline caldo-freddo, quelle fatte a stella con pomello a capocchia blu o rossa, spopolano ancora nei bagni britannici, e questo lascia un certo alone di mistero sul perchè dell’avversione ai ben più comodi miscelatori. Poi, i lavandini sono così piccoli che la pretesa di sciacquarsi la bocca mentre ci si lava i denti è pura utopia. E poi, da quali rubinetto? Quello completamente gelato, o quello incandescente?!
Non parliamo poi della moquette e dei bidè. Le moquette nei bagni sono ormai in via di estinzione anche nella terra d'Albione: sopravvivono in pochi hotel e case con particolare attenzione e amore per la tradizione di un tempo che fu, generalmente sghangherati.
I bidè sono un miraggio; mal comune in mezza Europa, vabbè.


Però poi scendi alla sala colazioni la mattina e non si sente della pallosa musica classica, o quel frocio di Ramazzotti duettare con la Pausini: qui ci sono i Massive Attack, e la mattina dopo i Radiohead. Sul taxi, Rolling Stones a tutto volume fuoriuscire dalle decrepite casse del cab guidato come un carretto da un Punjabi voglioso di stringere conoscenza ("Wheee ya from, brodaa!"). E all'ora di pranzo, veloce stop da EAT per mangiare quei sandwich cartonati accompagnati da uno Smoothie improbabile, roba che in Italia condannerebbe a diarrea, vomito o perlomeno dileggio.. ma tutto passa quando la sala risuona delle note degli Smith e la voce cristallina e ineffabile di Morrisey ricorda che sei nella terra che ha inventato i più bei passatempi della storia, cibo per la mente per milioni, forse miliardi di ragazzi in tutto il mondo: la musica pop e il calcio.
Tornando ai cessi degli alberghi, il vero grande mistero per me resta l’assenza di prese di corrente per asciugacapelli o altri aggeggi elettrici: quelle spuntano in prossimità di scrivanie o in presenza di altri specchi in giro per la casa, mentre i bagni ne sono sistematicamente privi. Così dopo ogni doccia ocorre girovagare allegramente, e ci si domanda se in un mìpaese così rispettoso delle altrui sventure, questo non sia una cervellotica forma di rispetto per i calvi.


Ma la cosa più bella in UK sono certamente 2 cose: i notiziari della BBC e i Gala Dinner. Nei primi, non mancherà mai un'intervista di un esponente Tory del parlamento scozzese intento a dichiarare la messa in atto delle procedure per la richiesta di referendum per l'indipendenza; nei ricevimenti, sarà impossibile non imbattersi in uno sconosciut collega di lavoro, certamente nemmeno intenzionato a porgere un semplice cenno del capo in segno di saluto solo poche ore prima, nel pomeriggio, finire ammorbandovi di chiacchere seduto al tavolo a fianco a voi, passando dalla famiglia alla Regina, dal football alle barzellette sui tedeschi... e sarà uno spasso.


Questi inglesi.. se non ci fossero, bisognerebbe inventarli!


Non posso non salutare indicando alcune massime previsionali per l'anno che da poco si è cominciato. Sì un oroscopo... ma non mporta sapere il vostro segno: sono indicazioni o precetti buoni per tutti, tanto anche i più acclamati non fanno altro che riutilizzare le indicazioni dedicate alla bilancia, nella casella dei pesci quella successiva.. e non dite che non è vero!!


Dunque... Affari: quando si parla di crisi tu non hai dubbi, “La crisi vera dobbiamo ancora vederla…”. Hai appena fatto debiti per comprare una licenza dei taxi. Hai aperto un conto corrente all'estero e il nuovo governo tecnico ha applicato un'apposita tassa del 7%. Finalmente libero dal posto fisso, puoi ora inseguire i tuoi veri sogni, che tanto mai raggiungerai: ma c'è un aspetto positivo, risparmierai sulla palestra.


Salute: rispetto a te, Ronaldo era Iron Man, scendeva le scalette dell'aereo di corsa e aveva le ginocchia zincate. Rispetto a te, lui è sottopeso. Hai 45 anni e ancora ti pisci nel letto! E non sono abluzioni, è la prostata... Oh allora, parli siculo o toscano?
Stai ancora lì a ricordarvi come eri figo e invidiato da tutti, mentre adesso sei diventato noioso, con sempre meno amici e seri problemi psicologici. Non riesci più a divertirti. Ma non preoccuparti, non sei  a rischio depressione, hai solamente somatizzato la tua squadra del cuore


Amore: le lasci perché tanto prima o poi tanto ti lasceranno loro. Il bello è che hai ragione! Ora che hai 45 anni puoi smettere di fare domande del cazzo. Se lei ti sussurra “baciami”, non rispondere domandandogli: “con la lingua o senza?”.
Diffida da chiunque dica cose del tipo “Io in questa fase non cerco una storia seria”, che due mesi dopo di sicuro sarai in coda all’Ikea a scegliere tra le presine coi cuoricini e quelle con gli orsetti.


PS: CON la lingua, idiota!


sempre voster (con molti copyrights violati, ma per ridere!)

mercoledì, dicembre 28, 2011

L'Impero di Mezzo, "questa cosa qua" e quello di cui hanno bisogno le donne

E poi viene il momento che vai a Shanghai.


Che era una delle due sole città che mi ero "inventato" lungo il frenetico percorso di "Dromomania", e infatti era uscita proprio male.


Chi parla di "paesi" emergenti, di "BRIC", di "pericolo giallo" mica mai c'è stato, di solito.


Chi c'è stato invece, dice "Shanghai", "Pechino", "Guanzhou" e cioè città, luoghi fisici precisi; al massimo regioni o aree produttive. Perché la Cina è un concetto troppo ampio per essere spiegato: meglio parlare di qualcosa di più piccolo, comunque incomprensibile, decisamente inevitabile se vorremo - noi fragili europei - garantirci uno spazietto, nel futuro mondo del benessere.
Quindi meglio affidarsi a chi ci vive, a Shanghai. A chi lavora a stretto contatto, giorno dopo giorno, con i cinesi e che quindi ha afferrato almeno in parte i costumi, le abitudini.


Alessandro. 
Che è un pò il mio "Ambasciatore nelle terre d'Oriente", o forse addirittura il "Ministro per il Commercio Estero" del mio personalissimo governo, di cui un'altra volta scriverò.


Alessandro, dicevo. Lui è là, io viaggio. 
Allora, faccio in modo di andare là a visitare una fiera, di quelle fatte bene dai tedeschi, che non siamo nemmeno in grado di imitare, noi italiani della fine 2011, con lo spread a 500 che forse, dicono i più incoscienti, magari si rivela addirittura un vantaggio tanto l'interesse è all'8%, e l'Italia mica fallirà. 
Lui mi ospita, casa sua diventa il mio albergo a Shanghai. Vivo per 6 giorni nella sua vita, e decisamente, mi piace.


Shanghai è un rullo compressore in azione, punta di diamante di quel sistema non efficiente ma sicuramente efficace che è la Cina. Credo che mia madre, così come la madre di Alessandro, non riuscirebbero a sopravvivergli nemmeno per un weekend. Ti sovrasta con i suoi flussi, con l'assenza di ogni forma di natura e grazia, con l'equilibrismo di progetti senza programmi urbani, con la necessaria maleducazione dei suoi cittadini.


Che sono in primo luogo bruttini. Cioè bruttissimi. E ti spieghi perchè certe giovani cinesine si rivelino così disponibili all'approccio anche nei brevi spostamenti in metropolitana: lo charme, anzi meno, il buon senso nelle relazioni umane non si può ancora impiantare sottopelle.


Però qui vivono tanti giovani expat, e l'atmosfera è decisamente elettrica. Ok Alessandro mette in guardia sul fatto che i più grandi affari sono già sulla via dell'esaurimento e che il sistema di sviluppo metropolitano e nazionale potrà autoalimentarsi ancora soltanto con un tasso di crescita del 7%, che verrà messo a rischio nella previsioni sul 2012.


Però chissenefrega: qui c'è il senso delle opportunità a un palmo, tra bimbi che pisciano allegramente a 5 metri dalle vetrine di Louis Vuitton e canuti settantenni che devolvono le proprie giornate alla gestione dei flussi pedonali lungo le arterie urbane, grandi o piccole che siano, come se i semafori da soli non fossero un avvertimento sufficiente. 


Ci sono i tedeschi che qui hanno venduto tecnologia; americani che garantiscono la partita di giro tra produzione locale e consumo in patria, finché qualcuno azionerà l'invertitore di fase. Ci sono i francesi che hanno posizionato il loro modello distributivo e spruzzato un pò di allure per le loro destinazioni turistiche; inglesi e olandesi che qui ci commerciano da secoli. Ci sono spagnoli che l'hanno capito da un pezzo che senza lavoro anche la gaudente madrepatria può essere tagliente come una lama.
E poi ci sono gli italiani, con le loro caratteristiche inconfondibili e gli occhi che si muovono veloci: sono isolati, rumorosi, eleganti, geniali, arruffoni, arroganti, in ritardo, ammirati, spesso troppo vecchi per poter gestire la mole di stimoli che li colpisce quotidianamente quando sono qui. Ma ci sono, Alessandro con loro. E io con lui, per qualche giorno.


Invito tutti ad andare a Shanghai e a parlare con qualcuno degli expat che ci vivono: allora comprenderete in un attimo tutto ciò che io non riesco a spiegare qui a parole. Quelle espressioni smart, quell'accozzaglia di inglese "mondializzato" e di metalinguaggi che riunisce attorno ad un tavolo ragazzi delle più disparate nazionalità, accorsi qui a gestire la finanza o importare capi di moda, creare una rete distributiva o ampliare il business di una web agency con clienti dall'altro capo del mondo. Contatti veloci che però lasciano il segno, mentre sorseggio Martini nei bar alla moda di fronte allo skyline di Pudong, che Philip Dick quando scrisse "Do Androids dream of electric sheep?" pensava proprio a questo.


La voglia di fare che pervade gli uffici, quelle strade e quei ristoranti inevitabilmente affascina la gente irrequieta come me, per una settimana estraniata dalle dolorose immobili quotidianità, e spinge fino a fantasticare di un breve trasferimento, 1 o 2 anni, prima di cedere all'inevitabilità di una famiglia, ma anche no perchè queste sono chances che non prevedibili. 


Apprendo che Shanghai è inquinata ma accessibile, senza parchi degni di questo nome ma con una metro così maestosa ed efficiente come in Europa non ne vedremo mai.
Realizzo che a Shanghai il costo del lavoro sta salendo (3000 RMB un impiegato) ma per un dipendente in un'agenzia viaggi fare proposte via email alle 22 è normale. Che ne pensano i nostri fautori delle tutele tout court? E ve lo dice uno di sinistra: le email fendono il mondo da un continente all'anno in un secondo, meditate!

Poi comprendo come Shanghai, in relazione alla dimensione, sia un luogo sicurissimo. Certo, mille volte meno affascinante di Buenos Aires o meno ricco di sventolone dalle cosce chilometriche come a San Paolo, però questo è un dato molto importante.



Poi, nei miei brevi spostamenti in metro pigiato a parecchi musi gialli, ho riflettuto sul fatto che a Shanghai ci vivano almeno un milione di expat secondo stime grezze: infatti ne avevo sempre uno a portata di sguardo, anche lui pigiato ad altri piccoletti. Tutti invariabilmente a smanettare con lo smartphone: eccerto, via VPN aggirano regime e utilizzano fb, twitter e youtube: mica per la rivoluzione, semplicemente per alimentare il contatto con i propri cari lontani 9 fusi orari, o più.

Ripensandoci, davvero non sono riuscito a capire come il "comunismo di mercato" possa trionfare in quella maniera: sperequazioni sociali clamorose, con alcuni che trascinano carretti carichi di legna mentre qualcun altro gli sgasa a fianco dall'alto del suo SUV tedesco. Se non ci si ricorda più quali fossero gli status symbol negli anni dell'arricchimento, ad esempio in Italia negli anni '80, beh quì si possono rinfrescare le idee per benino.. i gioielli, le auto, le case e tutto ciò che costa carissimo!
D'altronde, non sono nemmeno riuscito a spiegarmi se gli shanghaiani siano villani poiché troppi, o troppi poiché villani..

Mi sono ritrovato a pensare a questa energia enorme che emana la città e ho immaginato cosa potessero essere NY o Londra nei tempi d'oro, in cui anche loro l'avevano. Anzi proprio loro, che questa energia l'hanno inventata e senza di essa non potrebbero esistere.


Poi, altri pensieri in libertà che per 5 secondi o 5 minuti mi hanno occupato la testa, in questa epilessia di informazioni e di sensazioni che una visita alle metropoli cinesi oggi provoca: la VolksWagen domina nelle auto, e presto saremo invasi da brand di elettronica a marca cinese, sospinti dalla richiesta interna.
Lo stupore delle chiacchere con sconosciuti in metro lascia sempre con belle sensazioni addosso, e altra voglia di fare.
La vita delle ragazze expat pare essere piuttosto dura: l'offerta è molto ampia e ribassista!

Mi sono sentito apostrofare con sonori "dai! fatti un periodo qua!" da almeno 3 persone, appena conosciute in cene di gruppo, come se fosse una cazzata. Loro, sempre sorridenti e un tantino irriverenti verso ciò che si erano lasciati dietro.

Cose che ho visto: la pubblicità sull'utilizzo degli smartphone a favore della Realtà Aumentata o (Augmented Reality) sugli schermi interattivi della metro, e numerosi touchscreen interattivi al Shanghai New Exhibition Center.
Tutto ciò mi ha confermato ancora una volta come quello non sia un paese in crescita, ma il centro del mondo in divenire. Con queste applicazioni noi al massimo ci giochiamo, e i marketing managers sghignazzano al pensiero di utilizzarli per fare business: là sono in marcia, e questa è esattamente una corsa. 


A Shanghai ho amaramente dedotto che siamo già poveri, Italia e buona parte d'Europa. Nella prossima generazione l'epicentro sarà tutto sul Pacifico, con buona pace dei figli dei miei amici che dovranno armarsi di pazienza e tanta voglia di viaggiare. 
E fra 10 anni, dove sarò io? Nella migliore delle ipotesi ancora impegnato a salire sugli aerei tutti i mesi, perchè sarà inevitabile e perchè ogni viaggio porta esperienze e sensazioni che nessun libro, video o app potrà mai sostituire, ma il sol fatto di saperli utilizzare li fa meglio comprendere.




In quei giorni conosco, tra gli amici di Ale, una producer di CNBC e una giovane italiana che ha aperto il primo ufficio in Cina di un'azienda italiana di strumenti optometrici, le famose multinazionali tascabili di estrema nicchia che ancora ci tengono a galla. 
La vita della producer, di Singapore, è di qualità, tra viaggi e press day all'ambasciata USA, ma pur sempre una vita da controllata. L'italiana si da un sacco da fare, con ritmi di lavoro intensi e un quotidiano elettrico di progetti senza storico.


Due persone brillanti, intelligenti e molto, molto stimolanti. Finisco con l'andare a cena con loro e alla fine non rincasiamo prima delle due. All'inizio della serata avevo chiesto all'italiana quale fosse la cosa, in assoluto, che più stava amando di questa sua esperienza che l'aveva sradicata dalla provincia mantovana e catapultata tra le vie della french concession, e lei aveva titubato nel rispondere.


Finiamo in un fantastico ristorante spagnolo e la serata si rivela decisamente interessante, di quelle incui viene spontaneo fare domande, anche le più indagatrici, perchè non si vede l'ora di sentire le risposte e poterle confrontare con il proprio mindset. Spaziamo dalla geopolitica alla cucina, dai luoghi di villeggiatura alla musica, dai diritti umani alle relazioni di coppia. Bello, raro. Ed è giusto che sia così: serate del genere occorre andarsele a cercare dall'altro capo del mondo.
Ad un tratto l'italiana mi afferra un polso e con il suo sguardo ironico e l'espressione soddisfatta mi fa: "Ecco, questa cosa qua! Mi avevi forse chiesto la cosa che più di ogni altra amo vivendo qui? Eccola! E' questo, le serate come questa, avere la possibilità di mettere tutto ciò in cui credo in discussione perchè mi ritrovo a parlare con persone così interessanti, con background e visioni del mondo così diverse. E gli stimoli che scaturiscono. C'è forse qualcosa di meglio? Per avere questo, ben sopporto tutto ciò che non mi piace!". 
Limpido, incontestabile. Raramente sono stato più d'accordo che con questa affermazione.


Ma la serata non era finita, e così approfondendo l'inesplicabile tema delle relazioni tra gli uomini (che vengono da Marte!) e le donne (che, oh certo!, sono di Venere!!) ed essendo in minoranza, decido che è giunto il momento di attaccare, per potersi difendere. 
"Sentite voi, con amori intercontinentali e desideri di affermazione: me lo volete dire cosa vogliono davvero le donne?!".
A seguire, dopo una fragorosa e infinita risata amplificata dalle coppe di prosecco che teniamo tra le mani, ne sento  davvero di ironiche, affascinanti, corrosive teorie, mentre ci allunghiamo comodi sui divani al piano superiore. 


"Le donne donne vogliono uomini che risolvano il problema, o che almeno diano l'impressione di saperlo fare!", questo il riassunto delle loro risposte.


"Ma guarda che lo sappiamo, che le donne inventano problemi già risolti, per il solo gusto di farci credere che siamo stati noi a farlo: tutto parte da voi!!", e mentre pago il conto, mi conquisto l'ultimo applauso della serata.. alè!


"Count on your blessing my dear!" mi dice una sconosciuta mentre salgo sull'aereo. Macchè, è la mia vicina di posto, 12G. Ha un sorriso bellissimo, un pò di lentiggini e un viso furbo. Mi fa l'occhiolino, poi si gira dall'altra parte. E a me viene una gran voglia di conoscerla, questa straniera della business class. 
Forse tutte queste letture saranno inutili, stavolta. Davvero.

martedì, agosto 30, 2011

C'è così tanto da fare

Basterebbero dieci minuti per scriverlo, sto post.
Ma c'è così tanto da fare..

C'è da sfogliare tutta la pila di riviste, quotidiani e stampe di articoli raccolti su internet appoggiate su quel ripiano, poi ritagliarli, metterli in un folder, e magari non leggerli mai. C'è da leggere quel fondo sull'ipad, e quel commento su yelp. Il futuro è nel palmo di una mano.

C'è da ripassare l'inglese, leggere il Paìs, ogni tanto. E' davvero l'ora di studiare il francese, che quello sarà il passacondotto per una vecchiaia più onorevole. Parabéns, non devo dimenticarmi del brasiliano!! Nel 2014 c'è da vivere i mondiali e il mondo in ascesa, là.

C'è da visitare tutto il mondo.. c'è da andare in Thailandia e in Provenza, alle Fiji e alle terme, in Mongolia con un'ambulanza e a vela nell'Oceano indiano. C'è da starsene un pò a casa. C'è da capire dov'è la casa, se può avere le ruotine sotto.

C'è da fare una famiglia, figli. Oppure no, c'è da restare solo. C'è da vivere in comunità. C'è da condividere la vita con una persona che non consideravo minimamente, e non mi accorgevo di come fosse meravigliosa.

C'è da diventare un timoniere, o almeno un prodiere. C'è da ricominciare a guadagnare spigliatezza, riprendere l'hobby del teatro, o almeno dell'improvvisazione creativa. C'è da imparare a scrivere creativamente ma con metodo.
C'è da imparare per arrivare a perdere una regata, abbozzare 4 accordi di chitarra, allenare i bambini allo sport. Voglio imparare a cucinare nel retro del Riva Cucina, così perfeziono anche l'inglese; 6 mesi potranno bastare.

C'è da conoscere la prossima persona con cui entrerò in empatia, la prossima ragazza che mi farà sobbalzare, la prossima scoperta sensazionale. C'è da guardare negli occhi la persona che mi salverà la vita, o magari quella a cui la salverò io.

C'è da scrivere il nuovo programma per Radio Fujiko. Magari sarà un successo: mollerò il lavoro e diventerò un curatore e autore di programmi radiofonici e televisivi. Scriverò libri e sarò invitato alle conferenze.
Invece, magari non riuscirò nemmeno a scrivere la prossima prima puntata: la fantasia va coltivata con altra fantasia, io non l'ho fatto e così sono rimasto a piedi.

C'è da vivere una vita in Emilia, sospeso tra Ferrara e Bologna. No, definitivamente a Bologna. Magari invio qualche cv e mi ritrovo a Milano. Oppure litigo col capo, faccio fagotto con i pochi risparmi e vado a Parigi, che lì la sanità è gratuita. C'è una comunità, il mondo sembra girare in spin un pò più velocemente.
Può anche essere che rimanga solo: anche lì ho un piano, il piano BA: vado a Buenos Aires e me la rido da là. Magari mi ritrovo a Montpelleir, o Verona.

C'è da andare a VeDRO', al Festival del Cinema di Venezia, al Montreaux Jazz Festival, a Las Fallas, a Glanstonbury, in quella città ideale costruita da architetti italiani vicino a Phoenix. C'è da andare a vedere tutti i film al BAFICI, poi il superclàsico, The Burning Man. C'è da vedere Noel Gallagher alla Royal Albert Hall, c'è da ascoltare tutte le conferenze del Festival di Internazionale, prender parte al prossimo raduno di Caterpillar e dei programmi di Caccia e Bonini. C'è da rispondere all'invito per la cena della Vittoria della Giraffa.

C'è da rileggere e studiare Keplero e Cartesio; Ricardo, Galileo e Keynes. Che Benini al liceo me li ha fatti odiare, o perlomeno non mi ci ha fatto innamorare, e invece c'è tutto da succhiare dalle loro parole.

C'è da vedere tutti i film dei fratelli Coen, aprire un dibattito dopo la proiezione di Novecento o di 8 e 1/2, rimanere a parlare fino all'alba. E non dimentico I 400 colpi, Bergman, anche Wenders e Altman.

C'è da conoscere Oscar Farinetti e Bonilli, Federico Taddia e Paolo Zito. Capire cosa girava in testa a Olivetti e come mai oggi tutti i dirigenti e gli AD oggi non abbiano un briciolo del suo genio e del suo intuito.

C'è da leggere tutto David Foster Wallace, poi magari Hemingway, indubbiamente "L'uomo senza qualità" di Musil, ma dopo i 40 anni.

C'è da aprire una partita IVA, sviluppare un'idea, assumere almeno una persona. C'è da avere successo, poi recesso. C'è da evadere, fuggire, fallire. Risorgere. Oppure c'è da rimanere dipendenti tutta la vita, qualche lampo ogni tanto e un'infinita attesa di non essere più giovani. C'è da vincere denaro e vivere di rendita, oppure sperperare quel poco e vivere d'inedia.

C'è da scendere in politica e diventare sindaco, o almeno amministratore di condominio. C'è da parlare con la gente, cercare risposte etiche. Faticare, nascondere le preoccupazioni e tentare di portare fiducia. Oppure c'è da connivere con gli inganni e chiudere un occhio per egoismo e umana protezione familiare. C'è da diventare lobbista, non dico diplomatico ma arrivare alle istituzioni europee, quando l'Europa non ci sarà più.

C'è da sorridere ogni mattina, tenere i conti delle uscite e delle entrate, non farsi fregare dai giornali e leggere solo quelli brasiliani.
C'è da organizzare una cena tra amici al mese, c'è da fare da Trait d'Union tra di loro, che magari nascono nuove liasons. C'è da essere diplomatici senza perdere la rotta: credere sempre nella verità.

C'è da rimanere al lavoro fino ai 70 anni, accendere un mutuo per una casa più grande, informarsi sui piani di accumulo perchè quel momento arriva, per tutti. No, invece c'è da dimettersi, fare due conti nelle proprie tasche e fare un gran tour, per conoscere e interpretare il futuro. Nel frattempo, due uragani saranno passati, e le stime di crescita saranno riviste al ribasso.

C'è da trascurarsi e ammalarsi, lottare e curarsi. C'è da avere fiducia.

C'è da onorare un impegno preso con un bambino oltre 25 anni fa, correre lungo un prato con una bandiera in mano. Che poi mi scappa da ridere, la mia disaffezione sa di tradimento. Che poi alla fine magari un bimbo ci sarà davvero, su quel prato.
C'è da dare a Vittoria quei 2, 3 consigli spero giusti, al momento giusto.

C'è questo e molto altro da fare, che mi sa che una vita non basta.
"La Filosofia va studiata non per amore delle risposte precise alle domande che essa pone, perchè nessuna risposta precisa si può conoscere, ma èiuttosto per amore delle domande stesse: esse ampliano la nostra concezione di ciò che è possibile, arricchiscono la nostra immaginazione e intaccano l'arroganza dogmatica che preclude la mente alla speculazione"

Bertrand Russel

martedì, luglio 26, 2011

Ma come! Mancava anche Napoli e Mosca all'appello!

Ok, vale come giustificazione dire che in quel periodo lavoravo 14 ore al giorno girando come una trottola tra padiglioni e sedi di eventi pseudo mondani?!
No, chiaramente.
Mi rendo conto ora di avere omesso i link delle puntate su Napoli (doppia!), Mosca e Caprera.
Per i miei due ascoltatori via blog, la sequenza è Montreal (la trovate sotto), Napoli, Mosca (le trovate qui) poi Stoccolma (il post precedente) quindi Caprera (di nuovo qui) e infine il Gran Final che sta un paio di post sotto.

Insomma un gran delirio!
Intanto qui si ragiona sulla nuova sfida, ispirato dai grandi scopritori di storie e i suoi narratori. Sarà "Oggetto, luogo, nome" oppure "La deriva"?
Chissà. L'importante è avere ancora tempo e ispirazione!