venerdì, agosto 03, 2012

Londra è sempre quella cosa lì

"Thank you! Grazie Mr Richard. E' davvero gentile da parte sua riceverci al Naval & Military Club qui a St. James' Square, nel centro del centro di Londra. In questo club dove l'ingresso alle donne - tranne poche dipendenti - è interdetto. Club così devoto alle proprie regole che alcuni giorni fa mi è arrivata una email in cui mi si ricordava come fosse fatto obbligo di presentarsi in giacca e cravatta, e come fosse il caso di sbarbarsi la mattina stessa (italini pelosi!!).
Mr. Richard, questa brodaglia scura che sembra scolo liquido dello sporco della caldaia e che voi chiamate coffee, alla fine non è male. Dico davvero, si beve dai! "...

Sono lì lì che penso a quanto questi inglesi siano lontanissimi dall'Europa così moderna e postmoderna, un luogo in cui giustamente le tradizioni sono andate perdendosi (?) in nome di un europeismo (??) che ci renderà sempre più simili e poveri, quando faccio la domanda sbagliata. O, meglio, rivelatrice.

"Mr Richard: rimanendo strettamente aderenti alle questioni lavorative, come vanno gli affari tra i suoi associati?" e qui arriva la risposta, lucida e tagliente come quella lama per contropelo che ho evitato anche stamani: "Well, occorre registrare che nel 2011 c'è stata una diminuzione generalizzata delle vendite, nell'ordine del 15%. Devo dire che è un ottimo momento quindi per partecipare a nuove fiere, visto che esistono grandi possibilità e interesse nel reperire nuovi segmenti di business per tutti".

Temo di non aver capito e mi aggiusto nervosamente il cinturino dell'orologio, poi passo al ciuffo, al taschino interno della giacca e concludo martoriando il tastino di apertura/chiusura della penna che ho in mano.

No, non è possibile, non posso aver capito bene. In fondo comprendo un'inglese medio, non questa sorta di cockney mangiato e super accentato. Questo signore ha messo nella stessa frase le parole - 15% e grandi opportunità da cogliere? Eeeh?!?!

E invece sì, perchè questo è il secolare spirito britannico, quello che li ha resi imperiali in passato, che ci ha trascinato tutti nella modernità e, ancor oggi, conserva la popolazione con alcune specifiche caratteristiche proprie che li rendono diversi da qualsiasi altro popolo europeo.

Hanno uno spirito incredibile e una tremenda fiducia verso gli altri e il futuro, qualsiasi sia l'andamento contingente delle cose. Londra, in particolare, è questa cosa qua: un mix di tradizione, cambiamento e immarcescibile spirito di gloriosa fiducia nel futuro che arriva di soppiatto, mentre si conversa o si attende in fila il proprio turno dentro un negozio della catena EAT. La fiducia. E la cortesia al cliente, sempre, per vendergli di più.

Bastardi, come mai loro sì e noi, anche se abbiamo tre case, conti correnti gonfi e al sicuro, potenti SUV o spider sotto il culo (e quindi ancor di più se non li abbiamo, ma non stiamo certo lottando per non morire di fame) ci lamentiamo sempre e ci sembra tutta una complicazione e una fregatura?!
Che rabbia.

La cerimonia inaugurale dei giochi olimpici, pochi giorni orsono, non ha fatto altro che ribadire il concetto: la Gran Bretagna, con Londra assolutamente in testa, è un luogo e un paese così sicuro della sua incrollabile identità, tanto da bombardarla di humour e uscirne addirittura rallegrato. Grandi.

Io mica mi sottraggo al confronto, lo perdo per kot con grande serenità: mi lamento del lavoro ma non ne cerco un'altro, chiamo metadone questi viaggi mentre si tratta di qualcosa che mi piace assai!
E quindi, no lavoro vorrebbe dire no viaggi e no a questi post fuffi sghembi e inutili.
Avete capito, ecco cosa dovete augurarvi, che il mio lavoro perduri, o che si trasformi in qualcosa d'altro, se ne volete di nuove!

Ciao.

PS: andate o tornate a Londra asap!



lunedì, luglio 30, 2012

Gorriti cruzando Fitz Roy, un set

Del mio nuovo soggiorno sudamericano non ho tanto da dire, se non qualche fluida sensazione.
Questi non sono paesi, sono subcontinenti, e quindi vi potete immaginare quanto siano variabili, multiformi, sfaccettati, scaltri, eccitanti, a volte logorroici e se affrontati senza aver studiato anche un tantinino noiosi questi due paesoni che rispondono al nome di Brasile e Argentina.
Che poi, badate bene, Brasile e Argentina sono due luoghi dell'anima innanzi tutto, le due facce della stessa medaglia oppure, visto che ci sono più similitudini che differenze tra di loro, la stessa faccia di due medaglie (citazione dottisisma, caffè pagato a chi la indovina).

Lo che sta frase è noiosa come come il palinsesto della RAI, ma mi tocca di ripeterla. Non sono stato in Brasile e Argentina, sono stato a San Paolo, Curitiba, Buenos Aires (e per una sfiga ho mancato per un pelo Cordoba). Lo capite bene che tre città non fanno 2 paesi, per cui vado di sensazioni induttive e bonalè, non state lì a scandalizzarvi o puntualizzare che tanto lo so anche io che ha poco senso.

Insomma io non lo so che idea avete in testa voi del Brasile, probabilmente quella giusta: nel senso che è legittimo associare attraverso facili luoghi comuni il paese dalla bandiera verdeoro al calcio, il samba, i culi, le spiagge, la naturaleza, il Corcovado, la foresta amazzonica, il carnevale e per finire una bella rapina con arma da fuoco.
Ecco, di ste cose ne ho (intra)viste forse una, e attraverso la tv. Immaginate quale! Per il resto, roba da indagine poliziesca.
Il Brasile di San Paolo è invece sinonimo di grattacieli, ristoranti di lusso, centri commerciali, pioggia, auto fuoriserie e tanta, tanta idea di ricchezza esibita oppure a rate, che sbuca un pò dovunque.
San Paolo è una città giovanissima, se paragonata alle nostre, così si dà tanto da fare: i ragazzi lavorano mentre studiano all'università, frequentano corsi di sera, rubano il lavoro ai sesantenni, vanno all'estero e tornano, esportano petrolio e aerei, vincono le gare per Olimpiadi e Mondiali di calcio e hanno probabilmente il miglior ufficio stampa del mondo: tutti ma proprio tutti parlano di loro, anche se i numeri dicono che la crescita è ormai pronta alla planata.

La segmentazione anzi diciamo bene la segregazione là non avviene per sesso (Dilma è a capo del goverso) nè per razza (la mezcla è una delle principali virtù e orgoglio nazionali) ma per censo. Quelli ricchissimi li chiamano Clase A, poi a seguire la Clase B, la C e la D. Pratiamente si sentono legittimati, i paulistanos perlomeno, quasi di domandarselo a quale categoria appartenga l'interlocutore, e se proprio non lo domandano apertamente lo intuiscono in un baleno, solo vagheggiando su quale sia il centro commerciale in cui si recano con più frequenza, visto che anche questi ultimi sono caratterizzati da una lettera di appartenenza, indicando quale sia il loro target group.
Un pò diverso da un colpo di tacco o una samba, vero?

La gente, cazzo, va veloce. E' in fondo educata alla guida, pochi colpi di clacson e slalom impertinenti soprattutto se si pensa in che formicaio tocca muoversi, e tanta tanta pazienza ai semafori per loro. Ho visto con i miei occhi una delle arterie principali, la Avenida Ibirapuera, piena di macchine sfreccianti verso il downtown già alle 7,10 della mattina, e vedeste con che ritmo!
Qui traspaiono belli forti questi valori, uniti a una certa sicurezza in sè e una fiducia nel futuro che probabilmente è la mediana tra il carattere intrinseco di questo popolo, così aperto alla vita e alla socialità, mescolato con oggettive e ponderate analisi dei trend macroeconomici e alle recenti scoperte di nuove fortune nel sottosuolo che saranno estratte e vendute, dal petrolio a numerosi minerali rari.

Insomma.. il nuovo mondo!

E dell'Argentina ve ne potrei davvero raccontare a dozzine: dai boutique hotel di design al traffico; dal peronismo che ora si declina in Cristinismo alla nazionalizzazione delle imprese; dallo spirito porteno furbissimo che fa essere il cameriere adulatore per quei 3 infiniti secondi che vanno dal primo sorriso all'estrazione della penna e annotazione sul notes dell'ordine, per poi degenerare sullo stronzo andante, incapace della benchè minima attenzione fino alla gran quantità di belle ragazze in giro, tutte con questo look simile, ossia detrminato dai geni italiani, spagnoli e inglesi ben shakerati e arricchiti dal più bell'accento del mondo, sensualismo allo stato puro se esercitato da una donna dalle belle labbra. Il porteno, quella jjjhh trascinata che fa davvero arrapare, non c'è bisogno che a farne uso sia Belen (nota bene: non ho detto che a Buenos Aires, nemmeno a Recoleta, Palermo Soho o Puerto Madero, tutte le ragazze sembrano la sorellina di Belen. Ho detto che ce ne sono in quantità di carine, vestite (ahimè..) con gusti, con culetti piccoli, chiome fluenti e voce roca ed impastata.... poi vedetevela voi e non mi tirate dentro questa storia, ok?!

Dicevo: di storie potrei raccontarvene diverse, ma ciò che davvero mi è rimasto impresso è questo momento pprofondamente cinematografico all'incrocio tra le vie Gorriti e Fitz Roy.
Uno spaccato aderente degli stereotipi e dei quartieri animati di Baires.. ma anche un ambientazione così assurda che si è portati a pensare che sia un set cinematografico.

Scena: esterno notte. Cielo terso, stelle in cielo e un'aria limpida che sembra quasi di essere in un'ambiente ricostruito in studio, ma non è così.
Io me la giro a piedi da solo, questa megalopoli in cui vorrei comprare casa e forse lo farò, non appena sarà possibile. Che poi non è mai possibile, quindi è sempre possibile.

Dicevo.. quartiere Palermo Hollywood, all'incrocio tra le vie Gorridi e Fitz Roy. Immaginate per un attimo che il tempo si fermi, e solo io rimanga in moto, un effetto come se fosse il film "Matrix".
Luce dei lampioni che si riflette sui parabrezza delle macchine e sulle piccole pozze d'acqua del sistema di pulitura delle strade; luccicore del pavé della carreggiata e, in lontananza, due taxi neri in arrivo costeggiano lentamente il marciapiede, con la scritta luminescente LIBRE bella evidente.
Su un angolo dell'incrocio, sotto un Platano, due innamorati si scambiano effusioni e un lungo bacio appassionato, che quasi sento il rumore e lo scivolare delle lingue, una cosa che - rifletto - non si vede con la stessa passione e frequenza in Europa. Non è un bacio camminando, è un lungo piano sequenza di loro che rimangono fermi, le mani che si allungano e le lingue che roteano... sul secondo angolo c'è una macchina, una BMW degli anni '80 forse, che giace appoggiata su due cavalletti di sostegno, visto che è stata privata dei 4 pneumatici. A fianco, la carcassa di un'auto molto più vecchia, una sorta di 128, cui il tempo e l'inutilizzo (e chissà che altro) l'hanno ridotta senza vetri e con solo brandelli di vernice. A un passo, un barbone suona un'armonica.

Sul terzo angolo c'è un locale cool, di tendenza, con luci al neon cangianti e una super figa che fa un pò da buttadentro: una sorta di hamburgheseria fusion, affollata di giovani alla moda; a fianco un locale jazz con alcune persone davanti, intente a fumare, qualcuno con bocchino.
Sul quarto e ultimo lato dell'incrocio-set, ovvero quello che si oppone al primo dei due amanti, un baraccio squallido con tavolini all'aperto. In uno di questi, 3 signori discutono animatamente fintantoché uno tira fuori dalla tasca una bustina bianca e la getta sul tavolo, puntando subito dopo al centro della strada e alzando un braccio: in 3 secondi sale su uno di quei taxi di sopra, che sgommando riparte.

Ecco, questo è un momento di banale straordinarietà a Buenos Aires: pur amandole, scusate ma credo che di fronte  certe scene ideali di naturale armonia e varietà urbana e sociale, non c'è Londra New York o Parigi che tengano.
Qui c'è il profumo dei momenti colorati, o qualcosa del genere.. che tanto lo avete capito no?

Ecco, avendo avuto scarso tempo e ancora minor spinta, credo che questo sia quanto di meglio lasciare ai posteri riguardo il mio ultimo viaggio in sudamerica, molto più del fatto - ad esempio - che il premier cinese, il compagno Hu Jintao, sembrava che seguisse i miei spostamenti e quindi prima me lo sono ritrovato in TV a stringere la mano a Dilma, poi a sorridere sornione accanto alla presidenta Cristina.
E vabbè.. by the way: vi starete domandando "e chissene!". Come no. Ma ora riflettete sul tempo passato dall'ultima volta che abbiamo ospitato il premier cinese in Italia. Ecco: quel numero è in diretta proporzione con la percentuale di rischio sul mantenimento della nostra occupazione nel Belpaese nei prossimi anni.

Catastrofico? Pensate a vela, curling, figa (e Olimpiadi!), va là!

Ringraziamenti speciali ai lettori che mi colgono di sorpresa e me lo dicono alle cene.
Che poi io penso: avrò scritto qualcosa di compromettente? .. e dopo tre secondi mi dimentico di essermi fatto questa domanda.

Grazie! Dai interagite qui sopra.. diventerà ancora più interessante!


photos: Emanuele Vicentini ©


giovedì, luglio 05, 2012

E venne la volta che vidi Bruce

Lo so, lo so.
"Andare ad un concerto di Bruce Springsteen (con il Ciccio)" non era tra l'elenco di cose che mi restano da fare, elencato nel post sotto. Ma è stato un errore mio: avrei dovuto scriverlo. 
In realtà fino ad allora non avrei mai pensato di scriverlo, ma a modo suo quello è stato un evento che ha determinato un "prima" e un "dopo" per mille e un motivi che cercherò di spiegare.
Partiamo dal presupposto che ho sempre considerato Springsteen un tipo forte ma che faceva musica non accattivante, non per i miei gusti. Lui stesso mi è sempre apparso un sempliciotto, un'espressione dell'America verace e burbera, pronta a reclamare il suo posto di leader nella storia ma piuttosto consapevolmente ignorante su tutto il resto.
La sua musica, tra chitarre, violini, piano e molto country e folk l'ho spesso trovata una nenia, tanto che fino a domenica le sue canzoni che più avevo chiare nella testa erano quelle iniettate di anni 80 e delle loro tastiere elettroniche e sintetizzatori, come "Borrn in The USA" e "Tunnel of Love".

Però qui la musica c'entra il giusto. E' qualcosa che, forse, ha più a che fare con il riconoscimento, l'appartenenza e la consapevolezza di ciò che si è. Domenica, allo stadio di Firenze che più volte ho raggiunto negli ultimi 20 anni, ho capito che Bruce Springsteen rappresenta un veicolo per tutto questo, un mezzo verso un percorso di redenzione a sè che si esprime in tanti, diversi modi. 

Partiamo con ordine: l'arrivo allo stadio e l'analisi del pubblico.
Eterogeneo, facce pulite, nessuna droga o birra di troppo. Età le più varie, dai 20 ai 60 e oltre, con un senso di evento sacro laico nelle pupille degli occhi e nelle mani giunte o sulla fronte, in attesa dell'ingresso della band e del Bruce. C'è chi aveva la bandiera al collo, chi aveva un bimbo al collo, chi il Manifesto in tasca, chi le patatine, chi chiedeva dell'Italia che giocava agli europei e chi baciava la moglie. Uno spaccato di società civile, a modo suo.

E poi loro, quelli sul palco: gente diretta e semplice, bravi professionisti super allenati e pronti ad andar dietro alla scaletta e alle innumerevoli estemporanee idee di Springsteen nate sul momento.
Poi lui: non so come spiegare, ma già all'ingresso un brivido di consapevolezza mi è sceso sottopelle. Questo non ha nulla da dimostrare, col le luci semplici e la maglietta nera addosso e la chitarra a tracollo. Questo qui ha un'energia speciale che trasmette anche in silenzio, con il semplice sorriso che mai ha perso nelle 4 ore successive.
Poi ha detto "Siete pronti Ferenze? Allora c'mon!" ed ha attaccato con tutta l'energia che aveva in corpo, cantando con la vena che gli gonfiava il collo come se fosse l'ultima canzone che mai avrebbe potuto cantare.
Non può andare avanti così, questo ho pensato. E invece l'ha fatto. Anzi molto di più: l'ha fatto sotto una pioggia sempre più torrenziale, sempre con quel sorriso stampato in faccia e con quell'energia e quella fiducia così pure come solo l'America può regalare.

Quell'energia che è propria del suo pubblico: dagli esperti ai nuovi, chiunque è scattato in piedi saltando e così è rimasto per oltre 3 ore e mezza, sfidando un temporale potente ed infinito che ha fatto anche dei danni, il mio iPhone per esempio annegato sotto tanta acqua.
Noto una signora davanti a me, comincia a saltare come una dannata ma avrà forse 60 anni. Non li sente evidentemente, e non smette di certo, ma raddoppia slancio ed energia a ogni riff.
Poi c'è una famiglia: il padre sui 50 con gli occhialini tondi e la faccia da professore, la moglie bionda ed educata, due figli di circa 15 e dieci anni.
Quando il concerto è partitol e ancora di più quando è attaccato a piovere, si è letteralmente trasfigurato.
Cosa stava facendo quella signore? Cosa faceva quell'uomo con la faccia da professore alzando le mani al figlio adolescente e saltellando su un piede solo, mentre la pioggia gli inzuppava la fronte e gli occhiali? Cosa faceva la moglie che ondeggiava sulle anche, con la figlioletta in braccio e le braccia a disegnare traiettorie in cielo?
Si facevano del bene, ecco cosa.

E così poco a poco è accaduto anche a me: da ospite mi sono sentito parte dell'evento. Ed è in questi moneti che poi si passa dallo stare fermi al muoversi, anzi a ballare un pò "come viene viene" sotto la pioggia sempre più battente, per oltre 3 ore, e sfidarla questa pioggia e allo stesso tempo amarla perchè alla fine in cuor tuo capisci che ti regalerà una serata irripetibile per il resto della vita e forse ti ha acceso qualcosa. 
Mi sono ritrovato a condividere quei momenti prima interessanti, poi belli e alla fine inebrianti con  gli amici e con tanta, tantissima gente che era lì come me che ero al primo concerto, come chi era al trentesimo; chi con 20 anni e chi 60 e chi 12.. tutta gente che non conosci ma a cui senti di volere empaticamente bene perchè per un momento ci siamo ritrovati tutti insieme sotto lo stesso mood e tutti felici e i problemi e le speranze sono le stesse, per tutti, in quel momento.
Siamo rimasti esaltati e noncuranti di tutto quel che accadeva fuori, o che sarebbe accaduto dopo quello stadio.. c'è stato solo qui e ora per quelle tre infinite ore e oltre ed anche io ho quasi singhiozzato pensando che "The rising" parla dei pompieri morti l'11 settembre, che "Born to Run" è il messaggio di Steve Jobs lanciato 20 anni prima e chi se ne frega se i pezzi non sono sempre dello stile musicale che più amo.. qui si parla di energia forte e pura come un treno e avrei voluto che non finisse mai ed il merito di questa atmosfera indimenticabile alla fine ho dovuto ammettere felicemente a me stesso che è il suo, di quell'uomo che ama alla follia quel che fa ed è in grado di trasmettere come pochi le emozioni. Il merito è suo e della sua fantastica band.

Grazie Ciccio, dove andrà noi ci saremo, nella catarsi collettiva e nel sogno della vita (dream of life!).










sabato, giugno 02, 2012

La storia di due

Scrivevo di te solo pochi giorni fa.
Poi di notte, viaggio sotto il cielo di quest'Emilia Romagna che anche dopo come prima del terremoto è una sola e grande metropoli che ci fa tutti vicini e tutti uguali, accendo la radio e danno questo.
Questo non è un pezzo, questo è il 1995. Il 2 ottobre.
E' la storia di due che non erano amici, non erano amanti, erano lui e lei.



Lui ricorda il suo sorriso, come si siano tirati per le braccia quel giorno all'esame, facendo pericolose piroette.
E poi ricorda di come ha cominciato con lei una fase nuova, e di quella volta che dentro l'appartamento si sono presi a bacinellate d'acqua.
Poi le mille sere insieme, mille chiaccherate, quella sensazione che se ci si riprova, lo sa che non tornerà mai più, che non riuscira più nemmeno a trovare un termine per definirla, quella sensazione.

E Londra, dormire insieme, quell'odore di pulito e di fumo e di vinile e quel sapore di patate fritte e di birra e di mcdonalds e che era Londra, e loro due tra gli altri, ma insieme.
E quelle corse ad Hyde Park, quella passeggiata fino alla fermata di Notting Hill Gate dove forse le ha detto "ti amo ma non lo so e nemmeno io lo so ma sto bene con te e possiamo andare avanti così senza parlarne?"
Era quello che voleva, e quell'empatia non sa davvero se l'ha mai più ritrovata.
Quella corsa in taxi di notte, la torre della BT altissima sopra di loro.
Quella pizza a Islington dopo Chelsea-Arsenal, e di ritorno fermarsi al Virgin Megastore di Piccadilly per una scommessa.

Poi viene il 2003, sono anni che lui non la vede e basta un caffè a Riccione per ritrovarla sua, a modo suo perchè quello voleva. Inciampare su di lei e ritrovarla calda e morbida, una mano tra i suoi capelli, uno sguardo annegando senza scampo nei suoi occhi.
Aveva paura a toccarla, e sono finiti a camminare abbracciati, tutto il giorno.
Quella cena su in collina, nell'estate più calda di sempre che forse è stata lo "sliding doors" delle loro vite ma va bene così, perchè al circo della vita non si comanda mai.

E poi la voglia e gli impedimenti, gli anni che passano, le alternative che si creano, i miti che si mitizzano e il rincorrere gli appuntamenti per non fermarsi mai a pensare.
Ma sempre un messaggio di auguri, fosse a Budapest o Bruxelles, in Germania o negli Stati Uniti.
Fosse quello che li facevo o che li riceveva.
Difficile descrivere ciò che si è vissuto e, forse, non ha mai voluto comprendere.

Ora apprende che lei è pronta ad una nuova vita di mamma e un film di Polansky gli scivola sulla pelle. Sarà che ha bevuto e non ne è più abituato, ma stasera penso a lei, a quanto era bella, a quel bacio sull'incrocio anche se il suo moroso era dietro l'angolo e a quella frase "amici per sempre".

Solo noi sappiamo cosa voleva dire.

mercoledì, maggio 02, 2012

Oggi è il primo maggio..

Cosa mi è successo oggi.

Nel senso, oggi mi è successo che mi sono riunito con amici di Ferrara e clienti/amici di Milano e abbiamo pensato al futuro possibile della nostra start up, di come sia bello sentirsi il vento sospingerci dalla schiena.. Poi abbiamo pranzato e ho riso di gusto, ho tentato di spiegare gli scenari futuri delle mie attivita' di lavoro. Ho pensato a come sarebbe vivere con lei, dove portarla in viaggio. Le ho scritto una poesia. Ho aggiornato il blog, mi sono fatto portare dalla brezza di terra dei "Kings of Convenience", chattando con la mia amica a Bruxelles.
I tigli erano profumatissimi e mi sono fermato a pensare che, ogni anno, sembra che un po' di magia cali sulle prime sere lunghe.
A day in a life.
Poi dopo che ho lasciato queste righe nel solito posto, una persona mi ha chiesto l'amicizia (virtuale) e siamo rimasti a scriverci messaggi fino a tardi. Lei scrive meglio di me, è più schietta e le ho invidiato l'attività del pomeriggio, soprattutto quel meravigliosamente.
Prima di addormentarmi ho ripensato ai miei amici ora su ad Amsterdam, ai destini incrociati di ognuno di noi, all'alchimia delle persone e delle cose. A come lei lo osservava con trasporto e passione, poi a quell'amico di amici che ha perso la moglie e come possa sentirsi ora. Come potrà sentirsi domattina, tra un mese.

La fortuna non esiste ma.. sono fortunato.

martedì, maggio 01, 2012

Quanto ti manca

... tratto dalla pagina facebook del programma "Voi siete qui", su Radio24: "La speranza di vita alla nascita in Italia è di 79 anni per gli uomini e di 84 per le donne. Queste sono le stime fornite dall’Istat, l'Istituto nazionale di statistica.

Quanti anni avete? In base a questi dati, quanti anni vi rimangono?

Ma soprattutto: quanti anni vi servono per realizzare ancora le cose che volete fare e non avete ancora fatto?"


.. ed ecco che ci provo.. 

Mi mancano 42 anni: il tempo per fare due figli, cambiare 3 volte lavoro in settori completamente diversi, girare il mondo via terra a sud dell'equatore, leggere Infinite Jest, vincere un pò di volte contro la Juve, diciamo vincere almeno uno scudetto. Farmi qualche migliaio di conversazioni col dottor Pirani, ascoltare almeno altre 5 volte dal vivo Noel Gallagher, scrivere la sceneggiatura di un film, baciare almeno 4-5 volte ancora delle sconosciute, drogarmi con consapevolezza, camminare da solo nella notte in mille centri città, leggere qualche migliaia di "Navi in Bottiglia" di Romagnoli, vedere vincere la sinistra, dirle "ti abramo" e vederla scoppiare in una risata cristallina, aprire una partita iva e creare un posto di lavoro, ritrovarmi a urlare con trasporto ".. un fiume scorre su un divano di pelle, ma chi erano mai questi Beatles!", 
organizzare una vacanza in barca a vela in qualità di comandante, correre una maratona, respirare l'odore dei tigli come in questi giorni alcune altre migliaia di volte, andare allo stadio col mio babbo sperando in una bella vittoria, riconoscere un mentore e venire da lui ricambiato, bere un Gin&Tonic con Richi dove vuole lui, passare la notte a parlare con Aurore, rubare in un supermercato ancora un'altra volta, incontrarmi con Vitto e MIrko alla reunion degli Oasis, mangiare i cappellacci al Riva Cucina di Berkeley, baciare il collo della Frenci sotto il tramonto di Firenze come nei sogni di ragazzo, scrivere un post al bar dell'Orsa aspettando di raggiungere Pippo a Piazza del Campo, ascoltare i prossimi 100 spettacoli di Marco Paolini, recitare una scena come dio comanda sotto l'occhio apprensivo e severo della Frab, vivere alcuni anni senza auto, completare il tragitto "Ushuaia-Vancouver" con Cristiano e Niccolò, sorridere a mia mamma che mi chiede se ho una sorpresa per lei, vivere ancora cento sere improvvisate senza piano e sognanti, andare a Londra con Vitto a dissertare dell'impossibile, fare il Camino di Santiago, rivedere il Boca Junior alla Bombonera. 
Andare ad una trasferta europea della Fiorentina con Stefanenko e Fulvio e ritrovarsi a parlare del senso della vita andando allo stadio, giocare a calcio sotto la pioggia alcune centinaia di volte, conoscere almeno 2-3 persone che diventino miei amici per la pelle, partire con i soccorsi volontari subito dopo una grave calamità, ascoltare almeno altre 1000 volte "The dark side of the moon", realizzare un programma radio su network nazionale magari con Zuck, imparare a cucinare il pesce, offrire il giusto tempo alle persone che se lo meritano, fare una foto con Baggio, fare l'autostop fino a Lisbona, convivere con le malattie, andare al matrimonio dell'Elisa, imparare a nuotare a rana, assistere ad un intero Festival del Cinema di Venezia dal primo all'ultimo giorno, imparare a memoria tutte le battute di "C'era una volta in America", andare almeno 3 volte al Glastombury Festival, fare il barista, imparare il portoghese, vivere un pò all'estero e contribuire davvero a rendere il mio paese un gran bel posto in cui viverci.

E tu? Te la senti di affrontare la "lista delle cose da fare"?



lunedì, aprile 23, 2012

Del perdersi e della riconoscenza


Ciao,
il programma radio sullo storytelling sta finendo e mi sono imbattuto in un racconto non bellissimo, ma che mi è piaciuto perchè parla di Buenos Aires e soprattutto di perdersi e della riconoscenza.

In fondo è un pò la storia delle vita della maggioranza di tutti voi, anche tu che stai leggendo, immagino: tu che pianifichi una carriera, addirittura una vita, poi presto o tardi ti accorgi che le cose vanno da tutt'altra parte.
Che non sei il solo con il timone in mano, ma c'è come qualcun altro oltre a te. Guardi la strumentazione ma la bussola come impazzisce, influenzata da campi magnetici tutt'intorno.

"La vita è ciò che ti accade mentre sei indaffarato a fare tutt'altro": avevo letto questo aforisma tanti anni fa nel risvolto di un'agendina trovata su una corriera. Una frase breve, semplice e perfetta. Il regalo più bello di John Lennon, insieme alle sue canzoni. Non me la sono mai dimenticata, come la tabellina del 7.
 
Perché la traccia della nostra vita è influenzata da eventi, decisioni, disgrazie, evoluzioni e opportunità che semplicemente non sono nostre, ma di altri che in un modo o nell'altro ci piovono addosso e ci influenzano. Ecco, lì è facile perdersi.

Allo stesso tempo, quella traccia dipende però anche dalla nostra volontà o naturale tendenza a cambiare idea o traiettoria, affascinati dal nuovo. Perchè alcuni amano cullarsi nell'area di comfort delle abitudini, altri al contrario sotto quella luce si sentono inevitabilmente morire, e io sono tra questi. Ecco, lì ci si vuole perdere.

Questo non significa solo cambiare paese, fidanzata o dentifricio solo perchè qualcuno te ne regala uno di una marca nuova all'ingresso di un supermercato: credo che sia legato alle priorità, ossia abbia a che fare con qualcosa che finiamo con il guardare con occhi diversi.

Il protagonista del racconto che leggevo  vive queste onde lunghe dei suoi bioritmi esistenziali come surfandoci sopra, sempre cercando di coglierle e mai di scansarle.
Forse non casualmente, si ritrova a percorrere la strada della sua esistenza quasi sempre all'estero, attratto dalle opportunità, mentre in Italia vi fa ritorno solo quando costretto dalle circostanze drammatiche che colpiscono chi gli sta vicino.

E poi, forse non per caso, tutta la storia è una lunga reminiscenza raccontata in un bar di Buenos  Aires, luogo in cui il protagonista Antonio giunge più o meno casualmente ma che mi piace pensare sia il luogo che lo cura definitivamente, anche grazie all'aiuto fondamentale di una donna che incrocia la traiettoria del suo cammino.
Perché la nostra destinazione sono sempre e prima di tutto le persone, non i luoghi.

Perché a Buenos Aires ci sono stato, poi ci sono tornato e me ne sono innamorato. Non é una città meravigliosa, mancano sia mare che montagna, ma c'è quel qualcosa, quel fascino ineffabile che la fa essere il luogo perfetto per ritrovarsi, la città che ti può offrire la meravigliosa possibilità di essere riconoscente.

Perché quando si è andati dappertutto e raggiunto nessun luogo, occorre ammettere a sè stessi che forse è giusto che a decidere per noi sia chi ci ama, chi ci sta accanto e un pochino muove il timone della nostra rotta, inclinandolo impercettibilmente fino a raggiungere l'andatura perfetta.

La riconoscenza in fondo sta lì: accettare la nuova rotta e mantenerla. Non badare ai propri impulsi ma aprirsi alle nuove prospettive, meravigliarsi del bello che sta in ogni aiuto, soprattutto quello non richiesto.

C'è un dolce gusto nel perdersi, soprattutto quando non si ha la sicurezza di essere salvati, ma solo la speranza di vivere un'esperienza che ci porterà ad essere riconoscenti. Qualcosa che accade, ma perchè inconsciamente lo desideriamo.

Ci ho messo molti anni a capirlo, ma dire sì - quindi in qualche misura aprirsi alla riconoscenza - è una figata. Ascolta il consiglio: apriti alle persone e impara a dire sì. Ma occhio! E' un duro lavoro...


martedì, gennaio 31, 2012

Gli inglesi e l'oroscopo 2012, un post rivelatore

Vabbè ragazit sto post l'avevo inizialmente scritto nella notte del 14 gennaio, appena rimesso piede in casa di ritorno da una trasferta britannica. Ma era incompleto, l'ho finito adesso. 
Infine.. Amore, Affari, Salute: c'è scritto il tuo futuro, leggi! ziao!


Torno or ora da tre giorni nel Regno Unito e ho proprio voglia di scrivere un post così, di getto, sulle sensazioni a pelle.
Bada bene, non ho detto che sono stato a Londra, ho detto Regno Unito.


Sì perchè Londra è troppo scintillante, internazionale, gigante, cosmopolita, proiettata in avanti per offrire l'immagine pura e intima dei britannici. Ma io sono andato a Birmingham, e lì le cose cambiano.


Per inciso: lo sapete che l'area urbana di Birmingham è la seconda dell'intera Inghilterra, con quasi 2 milini di abitanti? No, eh? Ecco, questo già spiega in parte quel senso di isolazionismo, anonimato e voglia di fare le cose a modo loro che contraddistingue quella gente.


Che, innanzi tutto, ama il brutto. Sennò come potremmo spiegarci il fatto che la seconda città del paese annovera tra i suoi "monumenti" più caratteristici uno svincolo autostradale praticamente in centro, e un centro commerciale che è tecnicamente il suo centro? Prego osservare con dovizia il reperto fotografico, per comprendere appieno quanto abbia ragione!


Poi, ama distinguersi. Nella valuta, nel modo di vestirsi, nel modo di fare aggregazione. Nei modelli di taxi, nel modo in cui si sono formate quelle comunità, nella musica. E molto altro. E' una nazione che attrae e respinge, non come la Germania o la Polonia che sì, ci saranno delle persone anche simpatiche e delle città anche efficienti, ma in fondo in fondo non si vede l'ora di tornare a casa. Qui è diverso, il Regno Unito è il luogo del mistero, che pertanto attrae di per sé stesso.


Il primo mistero sono le manopoline dell’acqua nei bagni. I miscelatori, incredibile a dirsi, non hanno ancora fatto apparizione in questo paese, fatta eccezione forse per qualche top hotel a cinque stelle, a Chelsea o Knitghtbridge. Nelle West Midlands sono ancora in attesa, e chissà se arriveranno prima gli agenti veneti degli idro termo sanitari o i Maya in persona, ad annunciare la fine del mondo. 
Le manopoline caldo-freddo, quelle fatte a stella con pomello a capocchia blu o rossa, spopolano ancora nei bagni britannici, e questo lascia un certo alone di mistero sul perchè dell’avversione ai ben più comodi miscelatori. Poi, i lavandini sono così piccoli che la pretesa di sciacquarsi la bocca mentre ci si lava i denti è pura utopia. E poi, da quali rubinetto? Quello completamente gelato, o quello incandescente?!
Non parliamo poi della moquette e dei bidè. Le moquette nei bagni sono ormai in via di estinzione anche nella terra d'Albione: sopravvivono in pochi hotel e case con particolare attenzione e amore per la tradizione di un tempo che fu, generalmente sghangherati.
I bidè sono un miraggio; mal comune in mezza Europa, vabbè.


Però poi scendi alla sala colazioni la mattina e non si sente della pallosa musica classica, o quel frocio di Ramazzotti duettare con la Pausini: qui ci sono i Massive Attack, e la mattina dopo i Radiohead. Sul taxi, Rolling Stones a tutto volume fuoriuscire dalle decrepite casse del cab guidato come un carretto da un Punjabi voglioso di stringere conoscenza ("Wheee ya from, brodaa!"). E all'ora di pranzo, veloce stop da EAT per mangiare quei sandwich cartonati accompagnati da uno Smoothie improbabile, roba che in Italia condannerebbe a diarrea, vomito o perlomeno dileggio.. ma tutto passa quando la sala risuona delle note degli Smith e la voce cristallina e ineffabile di Morrisey ricorda che sei nella terra che ha inventato i più bei passatempi della storia, cibo per la mente per milioni, forse miliardi di ragazzi in tutto il mondo: la musica pop e il calcio.
Tornando ai cessi degli alberghi, il vero grande mistero per me resta l’assenza di prese di corrente per asciugacapelli o altri aggeggi elettrici: quelle spuntano in prossimità di scrivanie o in presenza di altri specchi in giro per la casa, mentre i bagni ne sono sistematicamente privi. Così dopo ogni doccia ocorre girovagare allegramente, e ci si domanda se in un mìpaese così rispettoso delle altrui sventure, questo non sia una cervellotica forma di rispetto per i calvi.


Ma la cosa più bella in UK sono certamente 2 cose: i notiziari della BBC e i Gala Dinner. Nei primi, non mancherà mai un'intervista di un esponente Tory del parlamento scozzese intento a dichiarare la messa in atto delle procedure per la richiesta di referendum per l'indipendenza; nei ricevimenti, sarà impossibile non imbattersi in uno sconosciut collega di lavoro, certamente nemmeno intenzionato a porgere un semplice cenno del capo in segno di saluto solo poche ore prima, nel pomeriggio, finire ammorbandovi di chiacchere seduto al tavolo a fianco a voi, passando dalla famiglia alla Regina, dal football alle barzellette sui tedeschi... e sarà uno spasso.


Questi inglesi.. se non ci fossero, bisognerebbe inventarli!


Non posso non salutare indicando alcune massime previsionali per l'anno che da poco si è cominciato. Sì un oroscopo... ma non mporta sapere il vostro segno: sono indicazioni o precetti buoni per tutti, tanto anche i più acclamati non fanno altro che riutilizzare le indicazioni dedicate alla bilancia, nella casella dei pesci quella successiva.. e non dite che non è vero!!


Dunque... Affari: quando si parla di crisi tu non hai dubbi, “La crisi vera dobbiamo ancora vederla…”. Hai appena fatto debiti per comprare una licenza dei taxi. Hai aperto un conto corrente all'estero e il nuovo governo tecnico ha applicato un'apposita tassa del 7%. Finalmente libero dal posto fisso, puoi ora inseguire i tuoi veri sogni, che tanto mai raggiungerai: ma c'è un aspetto positivo, risparmierai sulla palestra.


Salute: rispetto a te, Ronaldo era Iron Man, scendeva le scalette dell'aereo di corsa e aveva le ginocchia zincate. Rispetto a te, lui è sottopeso. Hai 45 anni e ancora ti pisci nel letto! E non sono abluzioni, è la prostata... Oh allora, parli siculo o toscano?
Stai ancora lì a ricordarvi come eri figo e invidiato da tutti, mentre adesso sei diventato noioso, con sempre meno amici e seri problemi psicologici. Non riesci più a divertirti. Ma non preoccuparti, non sei  a rischio depressione, hai solamente somatizzato la tua squadra del cuore


Amore: le lasci perché tanto prima o poi tanto ti lasceranno loro. Il bello è che hai ragione! Ora che hai 45 anni puoi smettere di fare domande del cazzo. Se lei ti sussurra “baciami”, non rispondere domandandogli: “con la lingua o senza?”.
Diffida da chiunque dica cose del tipo “Io in questa fase non cerco una storia seria”, che due mesi dopo di sicuro sarai in coda all’Ikea a scegliere tra le presine coi cuoricini e quelle con gli orsetti.


PS: CON la lingua, idiota!


sempre voster (con molti copyrights violati, ma per ridere!)

martedì, gennaio 03, 2012

Le liste nei sacchi del "fatto" e del "da fare"

Ogni stop è solo un altro start, dicevano quelli.

E allora mi ritrovo qui sul divano, con uno stiramento al polpaccio che mi forza a stare fermo e mi spinge a riflettere. Anzi, senza esagerare, a "fare liste".
Quella delle cose da fare nel 2012, certamente.
Ma anche quella delle cose che ho già terminato, così come quella delle cose "messe in cantiere", cioè da terminare, da timonare, da sviluppare. E non sono poche.

Beh nel 2012 mi accontenterei di cambiare qualcosa. Perché parecchie cose in fondo, vanno bene. E poi perché occorre essere molto thankful per quel che si ha.
Per essere pronti al peggio, per cominciare davvero ad usare quel che si ha.

Innanzi tutto vorrei cercare di portare avanti gli hobbies così emozionanti che ho scoperto amare negli ultimi anni, così affascinati e bisognosi di tempo per essere appresi almeno in modo rudimentale.
La radio, la vela, la scrittura e lo storytelling in generale.

E poi, vorrei provare a stare più tempo con le persone con cui sto bene, che mi piacciono.

Devo continuare a sbattermene del lavoro, trovare una direzione che mi spinga a compattare le energie verso una (vabbè, poche..) direzioni chiare, piuttosto che mille rivoli.
Mi sono rotto il cazzo?!? E allora via, Emanuele prendi sta cazzo di decisione e cambia! Ogni stop è solo un altro start, dico bene?
Magari non ci sarà un altro lavoro così di etichetta dietro l'angolo, ma ragionevolmente ci possono essere almeno 2 collaborazioni, più la gestione del proprio tempo che apre teoricamente a scenari molto interessanti.
Sono troppo fifone per fare sto salto? E allora bòna! Emanuele fermati, smettila di pensarci e goditi il bello di quello che fai: pianifica i prossimi viaggi, godi delle esternalità vantaggiose e rifletti sul fatto che hanno più bisogno loro di te, che tu di loro.
E poi sai cosa? Come dice Achab: la vogliono bianca? E allora dagliela bianca! La vogliono blu? Voilà, basta dargliela blu!

Sì insomma occorre pensare meno al lavoro, dedicarci meno ore a meno che non piaccia da morire. E come mai accade sempre così di rado? Mah. Che poi se lo si perde, poi si passano le giornate a pensarci sopra. Forse è proprio un'equazione inversa.
Mi sono ritrovato a leggere le storie di Ferruccio Lamborghini o Flaminio Bertoni o Adriano Olivetti e mi dico che gente con quel coraggio oggi non esiste più. Davvero, non esiste, anche andandoli a cercare non se ne troverebbe uno!

E invece è solo la mia ignoranza, perché di ragazzi talentuosi e coraggiosi e geniali ce ne sono moltissimi, basta andare a stanare evitando di limitarsi ai connazionali, che l'ennesima crisi valutaria e dell'equilibrio delle forze finanziarie in campo ce l'ha detto, che i confini sono una roba stupida.
E allora basta sbirciare tra coloro che lavorano sulla frontiera delle nanotecnologie o del crowdsurcing per intuire come questa ricerca del nuovo non potrà mai fermarsi.

Poi penso che di cose ne ho anche fatte, e di belle, potrei addirittura azzardare.

Il programma alla radio Dromomania è il mio fiore all'occhiello del 2011. A voi farà cagare, a me è piaciuto da morire farlo, riscoprendomi anche un minimo creativo e organizzato!
Nel 2012 con il nuovo programma "Tracce" le aspettative aumentano, dall'alto della sua copertura finanziaria mi osserva anche la Venere alata, occorre non deluderla! Se poi penso che certi amici dell'adolescenza, sempre emeriti cazzoni come allora, hanno il compito di far crescere figli in questo 2012, beh mi mando a fanculo da solo.

Nel 2011 ho imparato un pò meglio a cavarmela con i punti di cima, di scotta e di randa; con le orzature e lo scarroccio: ma c'è tanto altro da fare! Omar mi aiuterà, conto tanto su di lui.
Il mio obiettivo è un tramonto al lasco con la birretta in mano e i 5-6 fidati amici con me. Tra 3 anni, dai.
Ho ripreso ad andare in moto con puro piacere e su itinerari brevi, bene per ora.

Si è affievolita la mia passione di tifoso ma, prosciugando tutto il superfluo, rimangono vive alcune solide amicizie con le quali ritrovarsi per una bistecca meditando sul futuro e sognando al passato, ma stando bene insieme.

Ho tanto viaggiato per lavoro, consapevole che sia l'unica alternativa all'emigrazione: e in futuro chissà cosa mi verrà riservato! Obiettivo 2012 è viaggiare ancora tanto, tutti i mesi. Farlo al massimo per lavoro, capitalizzare le altre opportunità nel privato. Socializzare per quanta voglia ancora ho addosso di mettermi in gioco. Riservarsi sempre il tempo di fare conoscenza con qualche persona nuova che possa arricchirmi. Perché come mi ha insegnato "Dromomania", la destinazione dei viaggi sono sempre le persone, non i luoghi.

Forse i germi che si sono generosamente schiusi in questa fine d'anno, daranno gli sperati frutti in primavera. Lo spero tanto!
Forse vado a vivere a Bologna, con un occhio sempre verso le lowlands e un'altro verso il mondo.
Forse ho incrociato il suo destino, forse imparo a cucinare, forse faccio un master serio.

Infine, nel 2012 vorrei riuscire a dare una concreta mano ad un'amico nel suo visionario progetto di campare con l'intangibile. Aumentare la realtà... e chi lo dice che ci sarebbe riuscito solo il Doc Emmett Brown di "Back to the Future"?

Grande Giove!!! Al solit casìn!



mercoledì, dicembre 28, 2011

L'Impero di Mezzo, "questa cosa qua" e quello di cui hanno bisogno le donne

E poi viene il momento che vai a Shanghai.


Che era una delle due sole città che mi ero "inventato" lungo il frenetico percorso di "Dromomania", e infatti era uscita proprio male.


Chi parla di "paesi" emergenti, di "BRIC", di "pericolo giallo" mica mai c'è stato, di solito.


Chi c'è stato invece, dice "Shanghai", "Pechino", "Guanzhou" e cioè città, luoghi fisici precisi; al massimo regioni o aree produttive. Perché la Cina è un concetto troppo ampio per essere spiegato: meglio parlare di qualcosa di più piccolo, comunque incomprensibile, decisamente inevitabile se vorremo - noi fragili europei - garantirci uno spazietto, nel futuro mondo del benessere.
Quindi meglio affidarsi a chi ci vive, a Shanghai. A chi lavora a stretto contatto, giorno dopo giorno, con i cinesi e che quindi ha afferrato almeno in parte i costumi, le abitudini.


Alessandro. 
Che è un pò il mio "Ambasciatore nelle terre d'Oriente", o forse addirittura il "Ministro per il Commercio Estero" del mio personalissimo governo, di cui un'altra volta scriverò.


Alessandro, dicevo. Lui è là, io viaggio. 
Allora, faccio in modo di andare là a visitare una fiera, di quelle fatte bene dai tedeschi, che non siamo nemmeno in grado di imitare, noi italiani della fine 2011, con lo spread a 500 che forse, dicono i più incoscienti, magari si rivela addirittura un vantaggio tanto l'interesse è all'8%, e l'Italia mica fallirà. 
Lui mi ospita, casa sua diventa il mio albergo a Shanghai. Vivo per 6 giorni nella sua vita, e decisamente, mi piace.


Shanghai è un rullo compressore in azione, punta di diamante di quel sistema non efficiente ma sicuramente efficace che è la Cina. Credo che mia madre, così come la madre di Alessandro, non riuscirebbero a sopravvivergli nemmeno per un weekend. Ti sovrasta con i suoi flussi, con l'assenza di ogni forma di natura e grazia, con l'equilibrismo di progetti senza programmi urbani, con la necessaria maleducazione dei suoi cittadini.


Che sono in primo luogo bruttini. Cioè bruttissimi. E ti spieghi perchè certe giovani cinesine si rivelino così disponibili all'approccio anche nei brevi spostamenti in metropolitana: lo charme, anzi meno, il buon senso nelle relazioni umane non si può ancora impiantare sottopelle.


Però qui vivono tanti giovani expat, e l'atmosfera è decisamente elettrica. Ok Alessandro mette in guardia sul fatto che i più grandi affari sono già sulla via dell'esaurimento e che il sistema di sviluppo metropolitano e nazionale potrà autoalimentarsi ancora soltanto con un tasso di crescita del 7%, che verrà messo a rischio nella previsioni sul 2012.


Però chissenefrega: qui c'è il senso delle opportunità a un palmo, tra bimbi che pisciano allegramente a 5 metri dalle vetrine di Louis Vuitton e canuti settantenni che devolvono le proprie giornate alla gestione dei flussi pedonali lungo le arterie urbane, grandi o piccole che siano, come se i semafori da soli non fossero un avvertimento sufficiente. 


Ci sono i tedeschi che qui hanno venduto tecnologia; americani che garantiscono la partita di giro tra produzione locale e consumo in patria, finché qualcuno azionerà l'invertitore di fase. Ci sono i francesi che hanno posizionato il loro modello distributivo e spruzzato un pò di allure per le loro destinazioni turistiche; inglesi e olandesi che qui ci commerciano da secoli. Ci sono spagnoli che l'hanno capito da un pezzo che senza lavoro anche la gaudente madrepatria può essere tagliente come una lama.
E poi ci sono gli italiani, con le loro caratteristiche inconfondibili e gli occhi che si muovono veloci: sono isolati, rumorosi, eleganti, geniali, arruffoni, arroganti, in ritardo, ammirati, spesso troppo vecchi per poter gestire la mole di stimoli che li colpisce quotidianamente quando sono qui. Ma ci sono, Alessandro con loro. E io con lui, per qualche giorno.


Invito tutti ad andare a Shanghai e a parlare con qualcuno degli expat che ci vivono: allora comprenderete in un attimo tutto ciò che io non riesco a spiegare qui a parole. Quelle espressioni smart, quell'accozzaglia di inglese "mondializzato" e di metalinguaggi che riunisce attorno ad un tavolo ragazzi delle più disparate nazionalità, accorsi qui a gestire la finanza o importare capi di moda, creare una rete distributiva o ampliare il business di una web agency con clienti dall'altro capo del mondo. Contatti veloci che però lasciano il segno, mentre sorseggio Martini nei bar alla moda di fronte allo skyline di Pudong, che Philip Dick quando scrisse "Do Androids dream of electric sheep?" pensava proprio a questo.


La voglia di fare che pervade gli uffici, quelle strade e quei ristoranti inevitabilmente affascina la gente irrequieta come me, per una settimana estraniata dalle dolorose immobili quotidianità, e spinge fino a fantasticare di un breve trasferimento, 1 o 2 anni, prima di cedere all'inevitabilità di una famiglia, ma anche no perchè queste sono chances che non prevedibili. 


Apprendo che Shanghai è inquinata ma accessibile, senza parchi degni di questo nome ma con una metro così maestosa ed efficiente come in Europa non ne vedremo mai.
Realizzo che a Shanghai il costo del lavoro sta salendo (3000 RMB un impiegato) ma per un dipendente in un'agenzia viaggi fare proposte via email alle 22 è normale. Che ne pensano i nostri fautori delle tutele tout court? E ve lo dice uno di sinistra: le email fendono il mondo da un continente all'anno in un secondo, meditate!

Poi comprendo come Shanghai, in relazione alla dimensione, sia un luogo sicurissimo. Certo, mille volte meno affascinante di Buenos Aires o meno ricco di sventolone dalle cosce chilometriche come a San Paolo, però questo è un dato molto importante.



Poi, nei miei brevi spostamenti in metro pigiato a parecchi musi gialli, ho riflettuto sul fatto che a Shanghai ci vivano almeno un milione di expat secondo stime grezze: infatti ne avevo sempre uno a portata di sguardo, anche lui pigiato ad altri piccoletti. Tutti invariabilmente a smanettare con lo smartphone: eccerto, via VPN aggirano regime e utilizzano fb, twitter e youtube: mica per la rivoluzione, semplicemente per alimentare il contatto con i propri cari lontani 9 fusi orari, o più.

Ripensandoci, davvero non sono riuscito a capire come il "comunismo di mercato" possa trionfare in quella maniera: sperequazioni sociali clamorose, con alcuni che trascinano carretti carichi di legna mentre qualcun altro gli sgasa a fianco dall'alto del suo SUV tedesco. Se non ci si ricorda più quali fossero gli status symbol negli anni dell'arricchimento, ad esempio in Italia negli anni '80, beh quì si possono rinfrescare le idee per benino.. i gioielli, le auto, le case e tutto ciò che costa carissimo!
D'altronde, non sono nemmeno riuscito a spiegarmi se gli shanghaiani siano villani poiché troppi, o troppi poiché villani..

Mi sono ritrovato a pensare a questa energia enorme che emana la città e ho immaginato cosa potessero essere NY o Londra nei tempi d'oro, in cui anche loro l'avevano. Anzi proprio loro, che questa energia l'hanno inventata e senza di essa non potrebbero esistere.


Poi, altri pensieri in libertà che per 5 secondi o 5 minuti mi hanno occupato la testa, in questa epilessia di informazioni e di sensazioni che una visita alle metropoli cinesi oggi provoca: la VolksWagen domina nelle auto, e presto saremo invasi da brand di elettronica a marca cinese, sospinti dalla richiesta interna.
Lo stupore delle chiacchere con sconosciuti in metro lascia sempre con belle sensazioni addosso, e altra voglia di fare.
La vita delle ragazze expat pare essere piuttosto dura: l'offerta è molto ampia e ribassista!

Mi sono sentito apostrofare con sonori "dai! fatti un periodo qua!" da almeno 3 persone, appena conosciute in cene di gruppo, come se fosse una cazzata. Loro, sempre sorridenti e un tantino irriverenti verso ciò che si erano lasciati dietro.

Cose che ho visto: la pubblicità sull'utilizzo degli smartphone a favore della Realtà Aumentata o (Augmented Reality) sugli schermi interattivi della metro, e numerosi touchscreen interattivi al Shanghai New Exhibition Center.
Tutto ciò mi ha confermato ancora una volta come quello non sia un paese in crescita, ma il centro del mondo in divenire. Con queste applicazioni noi al massimo ci giochiamo, e i marketing managers sghignazzano al pensiero di utilizzarli per fare business: là sono in marcia, e questa è esattamente una corsa. 


A Shanghai ho amaramente dedotto che siamo già poveri, Italia e buona parte d'Europa. Nella prossima generazione l'epicentro sarà tutto sul Pacifico, con buona pace dei figli dei miei amici che dovranno armarsi di pazienza e tanta voglia di viaggiare. 
E fra 10 anni, dove sarò io? Nella migliore delle ipotesi ancora impegnato a salire sugli aerei tutti i mesi, perchè sarà inevitabile e perchè ogni viaggio porta esperienze e sensazioni che nessun libro, video o app potrà mai sostituire, ma il sol fatto di saperli utilizzare li fa meglio comprendere.




In quei giorni conosco, tra gli amici di Ale, una producer di CNBC e una giovane italiana che ha aperto il primo ufficio in Cina di un'azienda italiana di strumenti optometrici, le famose multinazionali tascabili di estrema nicchia che ancora ci tengono a galla. 
La vita della producer, di Singapore, è di qualità, tra viaggi e press day all'ambasciata USA, ma pur sempre una vita da controllata. L'italiana si da un sacco da fare, con ritmi di lavoro intensi e un quotidiano elettrico di progetti senza storico.


Due persone brillanti, intelligenti e molto, molto stimolanti. Finisco con l'andare a cena con loro e alla fine non rincasiamo prima delle due. All'inizio della serata avevo chiesto all'italiana quale fosse la cosa, in assoluto, che più stava amando di questa sua esperienza che l'aveva sradicata dalla provincia mantovana e catapultata tra le vie della french concession, e lei aveva titubato nel rispondere.


Finiamo in un fantastico ristorante spagnolo e la serata si rivela decisamente interessante, di quelle incui viene spontaneo fare domande, anche le più indagatrici, perchè non si vede l'ora di sentire le risposte e poterle confrontare con il proprio mindset. Spaziamo dalla geopolitica alla cucina, dai luoghi di villeggiatura alla musica, dai diritti umani alle relazioni di coppia. Bello, raro. Ed è giusto che sia così: serate del genere occorre andarsele a cercare dall'altro capo del mondo.
Ad un tratto l'italiana mi afferra un polso e con il suo sguardo ironico e l'espressione soddisfatta mi fa: "Ecco, questa cosa qua! Mi avevi forse chiesto la cosa che più di ogni altra amo vivendo qui? Eccola! E' questo, le serate come questa, avere la possibilità di mettere tutto ciò in cui credo in discussione perchè mi ritrovo a parlare con persone così interessanti, con background e visioni del mondo così diverse. E gli stimoli che scaturiscono. C'è forse qualcosa di meglio? Per avere questo, ben sopporto tutto ciò che non mi piace!". 
Limpido, incontestabile. Raramente sono stato più d'accordo che con questa affermazione.


Ma la serata non era finita, e così approfondendo l'inesplicabile tema delle relazioni tra gli uomini (che vengono da Marte!) e le donne (che, oh certo!, sono di Venere!!) ed essendo in minoranza, decido che è giunto il momento di attaccare, per potersi difendere. 
"Sentite voi, con amori intercontinentali e desideri di affermazione: me lo volete dire cosa vogliono davvero le donne?!".
A seguire, dopo una fragorosa e infinita risata amplificata dalle coppe di prosecco che teniamo tra le mani, ne sento  davvero di ironiche, affascinanti, corrosive teorie, mentre ci allunghiamo comodi sui divani al piano superiore. 


"Le donne donne vogliono uomini che risolvano il problema, o che almeno diano l'impressione di saperlo fare!", questo il riassunto delle loro risposte.


"Ma guarda che lo sappiamo, che le donne inventano problemi già risolti, per il solo gusto di farci credere che siamo stati noi a farlo: tutto parte da voi!!", e mentre pago il conto, mi conquisto l'ultimo applauso della serata.. alè!


"Count on your blessing my dear!" mi dice una sconosciuta mentre salgo sull'aereo. Macchè, è la mia vicina di posto, 12G. Ha un sorriso bellissimo, un pò di lentiggini e un viso furbo. Mi fa l'occhiolino, poi si gira dall'altra parte. E a me viene una gran voglia di conoscerla, questa straniera della business class. 
Forse tutte queste letture saranno inutili, stavolta. Davvero.

giovedì, novembre 10, 2011

I fondamentali

C'è chi va, chi viene, chi latita.

Io, tutti e tre. E in più, rilancio.

36 anni (ancora per poco), curioso e preoccupato, con ancora quasi tutto da fare.
Iero ho fatto una bella corsa, e ho intuito che decrescere è forse passare dal multitasking al fare una cosa alla volta.
Cercando di comprendere cos'è, per me, quello che è l'acqua per il pesce. E non ditemi l'aria!

a presto

giovedì, settembre 15, 2011

Tracce, presto su Radio Città Fujiko

Ciao ragazzi,
con buona pace del Ciccio e forse altri due lettori che "odiavano" l'inserto della trasmissione radiofonica "Dromomania" invece dei soliti, vecchi, cari post... sono lieto di annunciarvi che sta per partire una nuova avventura radiofonica. Ecco il testo di presentazione:

Ti piace scrivere racconti brevi? Radio Città Fujiko ti sta cercando. Partecipa al concorso!



Tracce - Vite raccontate in tre parole è un nuovo programma della fascia serale che avrà inizio prossimamente. Il tema è semplice: un oggetto, un luogo, un nome. Racconta un oggetto, descrivi un luogo, rivela la storia di qualcuno partendo dal suo nome, dal luogo in cui vive e dall'oggetto che più lo caratterizza.


Inviaci il tuo racconto (massimo 3 pagine!) partendo da queste semplici indicazioni. Puoi scrivere di una persona cara lontana, di tuo nonno. di qualcuno che abbia una storia curiosa. I migliori saranno selezionati e diventeranno protagonisti di una puntata del programma Tracce. A fine stagione, il racconto migliore riceverà un premio. Dopo la stagione di Dromomania - Conoscere le città attraverso la cura del viaggio, con questo nuovo programma Emanuele ti porterà in viaggio dentro le storie quotidiane, le vite di molti di noi.


Mettiti alla prova, diventa protagonista!


Invia il racconto alla e-mail concorsi@radiocittafujiko.it.
Per informazioni puoi chiamare il numero 051 7401371.

Dai non arrabbiatevi, piuttosto fatemi un grosso "in bocca al lupo"!