mercoledì, settembre 23, 2015

Se davvero fosse una questione di soldi e tempo

Hola gente!

stamani mi sono svegliato e alla radio parlavano di soldi, costo della vita. Poi di lavoro, torna-si-stabilizza-ma-va-là non ce n'è e altre robe simili.
Poi al bar, una signora che parlava con altri due che hanno aumentato la retta dell'asilo, poi s'è rotta la macchina e boia che due maroni non ce la fa, che deve correre al lavoro via via che la stanno già aspettando, per portare a casa lo stipendio, che senza sarebbero rovinati.
Poi sento di amici, o amici di amici, che perdono il lavoro e per fortuna che il suo ragazzo ha un buon posto; di altri che una volta dicevano che l'equilibrio è tutto e ora fanno le 21 a lavorare tutti i giorni e poi si spendono tutto in weekend nei resort e quelle cose lì.
Poi ce ne sono altri ancora che gli dici "ci vediamo per un aperitivo"? e quello ti risponde "eeeh magari guarda ho una giornata tremenda, poi domani a Roma e poi giovedì a Londra in giornata e poi sabato mi sa che devo stare in casa che ho da recuperare le lezioni del master!!".
E magari c'è quell'altro che "il mio contratto di lavoro prevede 7 ore e 40 al giorno, perchè dovrei farne di più"?
Quello che sono due soci e si separano, e non sanno come andranno a finire.
Quelli che se gli chiedi "ma cosa farai nei prossimi anni" ti guardano come se gli avessi domandato dove ha seppellito il cadavere.
Quelli che "bisogna pur far qualcosa!", quelli che imperterriti inseguono il loro sogno anche se il presente è misero, quelle che hanno studiato un casino e poi finiscono col fare la mamma.

Insomma un pò un casino, gli equilibri di un tempo si sono del tutto perduti e direi che siamo molto lontani dal ritrovarne di nuovi.

La domanda che mi è venuta stamattina, mentre sorseggiavo il mio caffè, è la seguente: se tu, proprio tu che leggi, da domattina ricevessi esattamente lo stipendio che stai ricevendo ora ma così, come dicono quelli, di cittadinanza, cioè potendo rimanere a casa, cosa faresti? Immaginiamo che lo puoi ricevere, lo stipendio, solo se hai ufficialmente qualcosa su cui vuoi dedicarti.

Io organizzerei un gruppo, nel senso di una banda proprio (naturalmente prima dovrei imparare a suonare un minimo uno strumento, una chitarra direi) e suonerei, anzi proverei a suonare, tutti i giorni.

Poi farei in modo tale che quel bar diventasse anche il mio bar, dove chiamare i miei amici e commentare quella partita, quella ragazza e quella vacanza.

Andrei in barca a vela fino a diventare un vero marinaio, ma sempre in Sardegna o comunque nel Tirreno. Vivrei tra Emilia e Romagna, con frequenti viaggi a Londra, diviso tra i progetti sostenibili delle Serre dei Giardini di Kilowatt, quelli folli di Fabio e la sua crew di Rockin'1000, quelli miei raccolti sotto l'effige di Dromomania, perchè devi sempre avere tutta la strada davanti.

Di certo vedrei molte persone, passerei molto tempo con loro poichè per l'alchimia ci vuole tempo, e di persone con cui vorrei passare tanto tempo insieme ne conosco, sia da decenni che da pochi mesi o settimane. Organizzerei dei pranzi della domenica e delle cene tutti insieme, ecco.

Il tempo andrebbe stampato in tagli da 1 ora, una giornata, un weekend, una settimana e messo nel portafoglio, a fianco delle banconote.

Leggerei Infinite Jest di DFW, guarderei una lista lunga così di film che non riesco più a guardare.

Finirei quel progetto di Cyclica con il Mentor Achab.

Farei il PoletoPole dall'Alaska alla Terra del Fuoco con Cristiano e Niccolò.

Andrei a Buenos Aires per comprare una casettina, in cui stare un paio di mesi l'anno.

Farei un corso di pasticcere, un programma radio e forse un MBA. Incontrerei Baggio, Springsteen e Obama, anche Papa Francesco e Mujica.

Calcolando che anche tu, e tutti, avremmo un sacco di tempo disponibile, sono convinto che trasformeremmo il mondo in un posto infinitamente migliore. Basterebbero due anni, direi.

Il fatto è che sono convinto che, con tutto il tempo del mondo a disposizione, non è mica vero che il mondo si fermerebbe: molti non farebbero più un cazzo o al massimo andrebbero a correre al parco, molti altri farebbero più di adesso, liberando la loro fantasia repressa. Dite di no? In fondo, io mi son scritto sta roba solo per avere una bussola delle cose da fare, perchè lavoro o non lavoro, se vuoi fare le cose, il tempo lo trovi e le fai.

Infine, ascolterei musica, più musica tutto il giorno, fantasticando su quale concerto andare, cosa comprare.. tutte queste cose qua. Magari aprire un negozio di dischi, e se fosse oggi, il 23 settembre, suonare Springsteen tutto il giorno. Auguri Boss!

E tu, se da domani ti trovassi sul conto in banca il tuo stipendio senza lavorare, cosa faresti?


martedì, settembre 01, 2015

Liolà

Ci scrivo poco ormai quassù ma stavolta, come alcune vecchie abitudini, so che mi servirà e mi piacerà, così lo faccio.
Estate, vacanze. Alla mia età funziona così: hai famiglia, già a Natale sai che destino ti attende. Sei accoppiato, spesso te ne finisci una settimana in un luogo super ameno con la tua metà, uno di quelli mai visti prima né da te e né da lei.
Se non sei accompagnato, il gioco si fa più complicato perchè crescono sia i rischi che le opportunità. Rischi di rimanere tagliato fuori, di non sapere che fare, di litigare con i tuoi amici su dove andare, di cullare sogni di viaggi incredibili poi non riuscire a metterli in pratica.
Opportunità di fare davvero quel che ti piace, di visitare i luoghi del cuore, di decidere in piena libertà chi avere accanto, di aprirsi alle possibilità novità.

Il mix di questa roba qua, per me, significa una e una sola cosa: salire su una barca a vela in Sardegna. L'anno scorso avevo tirato la moneta ed era uscita una vacanza bellissima e un feeling che non se ne voleva andare via. Quest'anno, penso, quei ragazzi li voglio ritrovare. Anzi sarebbero davvero perfetti per me, persone con le quali ho speso due settimane lo scorso anno, con i quali mi sono trovato benissimo e che soprattutto non sanno nulla del mio quotidiano, delle beghe al lavoro o della tipa con cui sto uscendo, se ho problemi economici o se sto attendendo l'esito di quel colloquio per un lavoro a Milano. So solo che sono due ragazzi con cui sono stato bene, quindi certamente lo sarò di nuovo, e che in fondo il gruppo su whatsapp dopo la vacanza dell'anno scorso proprio a questo scopo, in fondo, serve.


Occorre cercare la barca: la quarta compagna della vacanza lo scorso anno, così unica nel suo modo di essere, aggressiva ma simpatica e quasi materna, ci suggerisce di cercare sul web questo scafo, Liolà, e parlare con i proprietari, che anche lei vorrebbe venire ma tra amici che arrivano dal Brasile a trovarla e gli hosts di Airbnb che le occupano casa, sta nei casini - chi ha queste vite tumultuose, fateci caso, sta sempre nei casini.
Noi ci mandiamo un pò di messaggi poi diciamo che sì, Antonia ha ragione: dalle foto la barca appare molto bella, l'itinerario previsto ci piace, la ragazza che ci spiega un pò le cose ci ispira molta simpatia e poi abbiamo tutti questa voglia di rivederci, così sincera e così forte. Naturalmente, siamo liberi da impegni e siamo arrivati al 30 luglio che ancora non sappiamo cosa fare e quindi la tendenza a dire sì è piuttosto naturale.
Alessandra, che funge da collegamento tra il Comandante di Liolà e i vacanzieri con basici rudimenti velistici (e apprenderemo dopo essere la sua compagna, ritrovandocela in barca alla partenza), ci informa che una cabina è già stata presa da due ragazze tempo prima, due tipe molto tranquille e sulla trentina, ci fa lei.
Il meteo nella nostra testa passa da sereno con bonaccia a variabile, con possibile moto ondoso in aumento.
Sì perchè - chi ha mai fatto vacanze in barca lo sa bene - lo spazio a bordo, per definizione è angusto, non c'è un bar dove andare se si vuole stare soli, occorre stabilire insieme tutta una serie di cose (dalla cambusa alle rotte, ai tempi di stazionamento in una determinata caletta) e poi vai tu a sapere che cazzo di alchimia si può creare a bordo? Quella è sempre un terno al lotto. In cuor nostro, speriamo che Antonia (la nostra compagna dell'anno prima) si decida a unirsi a noi, in modo da formare una solida maggioranza a bordo, collaudata e in grado di "gestire" le cose in ogni momento in cui c'è da prendere una decisione. E invece no: una mattina, Alessandra ci informa che ha dato conferma ad un'altra ragazza, amica di amici suoi, che arriverà in traghetto e che conosceremo alla stazione marittima di Olbia.
Le mie sensazioni sono positive ma alcune nubi, in questa estate dei concerti e dei cieli tersi, si addensano nella mia testa. E se le 3 ragazze non andassero d'accordo tra loro? E se, peggio ancora, fossero in qualche maniera inutilmente coalizzate con lo scopo di crearci imbarazzi, una volta a bordo?
Chissà: fatto sta che ci si presenta e subito veniamo spediti tutti a fare la spesa per la cambusa, poi a bordo e via, rotta verso la Corsica.
Noi 3 ragazzi sappiamo come si stia bene insieme, gli argomenti da toccare e quelli meno interessanti, le confessioni da tirare fuori la prima sera e tutte queste robe qua. Veniamo a sapere che per le ragazze a bordo si tratta della prima esperienza velica ma appaiono sorridenti e strafottenti, anche quando finiscono di corsa al bagno per vomitare, che nelle bocche il mare è agitato. Sorridono, trasmettono un feeling di benessere e complicità aiutato dal fatto che il Comandante e Alessandra sono cordiali e pieni di esperienza per farci superare le piccole barriere iniziali.

Il resto, beh il resto non lo posso raccontare.
Perchè non ci sono le parole, o perlomeno perchè io non le conosco. Le parole per descrivere l'assoluta bellezza e ineffabilità di quei sette giorni spesi tra il mare, rade e località stupendi e soprattutto ognuno un pò, sempre di più, dentro il tempo degli altri, con il piacere puro di stare insieme, conoscersi, confrontarsi, parlarsi. E ridere.. mamma mia da quanto tempo non ridevo così tanto.
E come sempre mi sono ritrovato a constatare che buttarsi, alzarsi dal letto e fare qualcosa porta con sé il potere fortissimo di aprirsi alla serendipità, apprendere da ciò che si sente, ciò che accade.
Ho imparato tantissime cose, che spero di portare con me il più a lungo possibile.
Ho imparato che andavamo verso Bonifacio, Cala della Rondinara o Lavezzi ma in realtà andavamo ogni giorno di più verso Isabel, Gigi, Eleonora, Paolino, Rosa con la grande fortuna di avere accanto persone che sono un pò così anche nella vita reale, un pò sono davvero quelle che sono state accanto a me in quei meravigliosi giorni intorno all'arcipelago della Maddalena, anche se le incroci al supermercato sotto casa. Che culo, ragazzi miei, avervi incontrato.

La vela è vita perchè impari a capire che non puoi cambiare il vento, ma puoi sempre regolare le vele.
La vela è vita anche perchè ti mette a stretto contatto con gli altri e ti impone di cercare il miglior te stesso da offrire agli altri, che la barca così sarà molto più stabile.

A volte ho fatto questo gioco di trovare i "momenti perfetti" e sono stato fortunato quest'estate perchè ne ho vissuto più di uno. Nella settimana passata su Liolà ce n'è stato uno che vi voglio raccontare.
Saranno state le tre del pomeriggio, o forse le quattro, nel rarefarsi del tempo che solo il sole sulla pelle e alcuni giorni nomadici in barca avela ti possono dare. Non riesci più a pensare a niente, anzi meglio: finalmente riesci a non pensare più a niente, che se ti chiedessero il numero del pin del bancomat rimarresti a bocca aperta per mezz'ora. La barca è quasi deserta, siamo rimasti  a bordo in tre, che tutti gli altri hanno deciso di nuotare fino a riva, battigia dell'isola di Cavallo, per quel poco che la si può calpestare visto che è privata e popolata da rade, meravigliose ville.
Io sono a prua, steso al sole, apro "L'estate infinita" di Edoardo Nesi e ne leggo alcune pagine, poi cado addormentato. Dopo un pò mi sveglio, mi guardo attorno, scambio due parole con il Comandante e realizzo che sono le 4 appena. Tutto il pomeriggio davanti. Magari potrei fare un tuffo, oppure mi rimetto a leggere, e stasera potremo giocare a indovinare i film mimandone i titoli, oppure raccontarci gli ultimi 3 anni della nostra vita.
E' ancora quel momento lì quello che a me piace più di tutti.

Con tutto il mare davanti
Con tutto il libro da leggere
Con tutto il tempo per aspettare gli altri che torneranno.

Che poi sceglieremo insieme una canzone, ci passeremo l'accendino e fantasticheremo su un possibile ritrovo ad ottobre. "Momenti perfetti", li chiamo io e sono la cartina al tornasole di una vacanza perfetta, che per fortuna si sta trasformando in una fine estate di nuovi contatti e progetti.

giovedì, luglio 23, 2015

Cominciare a sporcarsi le mani

Ci sono cose che se non le scrivi, mica ti entrano in testa.

Ti perdi nel lavoro dove vedi che sei capace, anzi forse a volte sei un tantino sprecato, e alla fine ti incazzi perchè non ti danno soddisfazioni. #graziealcazzo, lo sapevi già da prima!
E ti dimentichi di fare le cose che servono a te, conoscere meglio le persone che ti interessano, sporcarti le mani, prendere qualche calcio magari ma darne anche, sgomitare e costruirti bene la tua strada.
Hai sbagliato a leggere la cosa, a dare la scala di priorità. Hai sbagliato forse a pensare, o a pensare troppo, che il tempo passa e qui non succede un cazzo e te lo vendono come un successo.

I tuoi punti di riferimento che a volte non sono più tali: alcuni mostrano le loro fragilità, altri fanno cazzate o sono giù di corda, altri ancora semplicemente capisci col senno di poi che non lo erano in realtà, dei punti di riferimento.

Una vita dove le cose non si punta più a farle bene, ma a tentare di metterle in piedi, in un contesto dove non credi più a nessuno e non hai traguardi a lunga scadenza, non è una cosa bella.

Senza un progetto non ci si alza dal letto!! Morgan quanta ragione hai, Morgan.

Bene, arrotolarsi le maniche e cominciare a sporcarsi le mani! andale!

sabato, gennaio 03, 2015

Perchè le storie degli altri, sono le nostre storie.

Dopo anni chiude un programma su Radio24 che davvero, mi ha cambiato la vita. Che poi non è un programma, sono stati anzi almeno 3 programmi diversi. Con un tema comune: raccontare le storie. Che prima non sapevo come dirlo e ora invece sì: le storie degli altri sono le nostre storie e conoscerle ci rende un pò migliori.
A me le storie mi hanno reso migliore in un numero infinito di modi, che ho cercato di raccontare ai curatori del programma con la storia di sotto. 

Aeroporto come sempre, volo AZ1595. L'aereo prende il volo e io mi infilo le cuffiette, metto l'iphone in modalità utilizzo in aereo e apro la app dei podcast.
Ascolto sempre gli stessi due per primi: la puntata del 14 febbraio 2012, quella di Viola che si lascia con il suo ragazzo, una voce bellissima. 
Poi subito dopo quella del 20 febbraio, Massimo Neriotti e il suo Scagnolari

Ma la storia comincia prima, molto prima. Gennaio 2010, uno dei pochissimi giorni a casa dal lavoro senza un motivo particolare, dopo oltre 6 anni di lavoro e viaggi quasi ininterrotti.
Erano le 16, ero a zonzo in auto e su Radio24 c'era questa storia di una vita in vendita per cominciarne una nuova, una voce molto bella, una storia bellissima su una racchetta da tennis. Fu amore al primo ascolto.

Poi: passano i mesi, volo in Argentina, ascolto tante tantissime puntate in quella trasvolata di 12 ore, sempre con le cuffiette, e la signora di fianco a me, vedendo delle lacrime scendere lungo le mie guance, che mi chiede se va tutto bene. Si che va tutto bene, fu un momento di rara empatia.

Poi ho conosciuto la Stefania, non so perché. Ci facevamo like a vicenda nei commenti su quanto scrivevate su facebook, e da lì é andata avanti. Ora ci vediamo sempre e siamo grandi amici. Abbiamo inventato impegni di lavoro per venirvi a sentire al "live" e anche a #dontellmymum e parliamo di certe puntate e son cose che capiamo solo noi.

Ma andando ancora indietro, la vostra iniziativa a RivadelGarda con RadioIncontri e il mio racconto selezionato per la finale. Era il 2010 ed era vendo anch'io o qualcosa del genere. Una trasferta che diventa una festa, con molti amici che mi seguono, un bellissimo weekend che libera le sinapsi e allora chiamo un amico che lavora in una radio underground bolognese e gli racconto che vorrei fare un programma di storytelling, che ho in mente una storia e che l'idea di andare in onda con un radiodramma sarebbe stata "killer". Chissá in quanti mi hanno ascoltato, ma fatto sta che è uscito fuori "Dromomania", un programma in cui un malato di viaggio visitava e raccontava il mondo che vedeva, in attesa di trovare la città che "risponde alla sua domanda fondamentale". Insomma, ho fatto un programma radio, 40 puntate di mezz'ora. Un romanzo radiofonico con tutta la miglior musica e le pagine dei libri più belle di sempre. Uno spasso enorme.

Grazie alla Stefania ho deciso di imparare a nuotare, visto che stavo provando a imparare andare a vela. Bene: dopo 3 anni, posso dire di saper fare un pochino a nuotare, a stile e dorso, e questa estate in Sardegna dalla barca in rada sono arrivato fino in spiaggia, cosa impensabile prima.

Poi. Per lavoro sono dovuto andare al Sole24Ore a parlare della fiera e del settore per cui lavoro, che ci sarebbe stato da sviluppare uno speciale e poi Barisoni era stato pensato come il moderatore al convegno inaugurale.
Da lì si arriva a ragionare di avere Radio24 tra i padiglioni durante i giorni di fiera, per alcune interviste su "Focus Economia". Le mie parole alla direttrice marketing Luisa Valsecchi sono perentorie: l'affare si chiude solo se mi manda Caccia e Bonini a Bologna a fare una puntata sui meccanici.
E così avviene, in pratica ho una puntata del programma di storytelling a casa mia, o quasi, per la gioia di Stefania, unica spettatrice con sedia dedicata. Ancora oggi me la racconta, quella giornata.

Ecco. Volevo dirvi che tante cose sono nate, grazie a voi. Al vostro spirito, alla serendipitá. A non so che.

Per chiudere, confermo ancora una volta quel che vi dissi e purtroppo andó tagliato il giorno che avete letto la mia storia, nell'aprile scorso. Conoscervi per caso, ascoltarvi e divenire dipendente delle vostre storie mi ha reso una persona migliore perché conoscere le storie delle persone significa conoscere le nostre storie.

il programma riparte, su una radio nuova e con un nuovo progetto. Così come il programma, anche le storie e la vita ripartono, basta solo raccontarle, ascoltarle, viverla.

sabato, dicembre 13, 2014

Il calcio è la seconda cosa che ci interessa di più. La prima cosa, sono le persone.

Eilà,

ancora una volta torno da un viaggio e mi viene da scrivere.
E ci sta. Perchè se non sei bravo a notare i microcambiamenti, i feelings, i toni e gli umori - come io certo non sono - allora ti vuole sempre un bello choc per tirarti fuori un punto di vista, un paragone o anche un'emozione.
E il Sudamerica è emozione, come nessun altro luogo al mondo, per me e per quel poco che ho visto.

Su Buenos Aires ho ormai una memoria un pochino sbiadita, sono passati quasi 10 giorni e non ho nemmeno una foto da osservare per farmi tornare fuori qualcosa, perchè tanto per cambiare ho perso il mio iPhone e ora so dove andranno (tra le altre) i soldi per il mio regalo di natale.
Però un sacco di cose restano, eccome. I tanos di là, certo molto diversi tra loro, con una vena ora ironica ora disincantata ora nostalgica, ma pieni di sfaccettature e piacevolezze.
Andrea mi ha invitato a casa sua a vedere una partita in tv, poi in un'indigestione di calcio e parilla siamo andati alla cancha de Velez e quindi a mangiare, finendo con un caffè alle 3 a.m.
Indubbiamente è interessante, sono certo che Buenos Aires lo ha reso ancor più interessante, ha un modo di vivere la vita che un pò deve essere suo proprio, un pò deve essere come un'abbronzatura che ti dà il luogo, e che in Italia avevamo forse e ora si è persa, ma va ritrovata.
Alla fine della serata, mi ha lasciato alle 3 del mattino di fronte al mio hotel e per 10 minuti ho rivissuto la scena dell'esperienza di due anni fa, quando un set mi si parò dinnanzi nell'incrocio tra Gorriti e Fitz Roy.
Rileggetevi quel post, le tanto vituperate politiche della Cristina e un'inflazione reale al 30% poco hanno potuto, i venerdì sera a palermo Hollywood sempre quel feeling lasciano, datemi ascolto risparmiate un pò di soldi per il (lungo) volo e venite a vedere con i vostri occhi, di cosa sto parlando.
Andrea è uno che se stessi là lo vorrei vedere spesso, perchè quasi sempre dà una visione inedita di una situazione già vista. Mi fermo a pensare quante volte ho pensato, quante volte ho scritto se stessi là. Dopo 10 anni di viaggio e 6 di mazzate nel posto dove vivo, mai come ora ho ancora voglia di viaggiare per conoscere, importare e aggiustare un pò il posto in cui vivo, per provare a lasciare un mio segno. Ma ne parleremo.

Grazie alle chiacchere con Andrea ho saputo che i lavori in casa degli artigiani, sì quelli di idraulico o imbianchino, solo da noi si chiamano "a regola d'arte" perchè là no, non c'è la tradizione ("Che, que lo quedas asì eso??" ecco cosa dicono i duenos di casa mentre vedono nefandezze apparire sulle loro pareti di casa. Certo che lo lasciano così!).
Alla cancha de Velez ho capito che le partite di fine d'anno sono inutili in tutto il mondo, che anche il Velez è di fortissime origini italiane, che il calcio argentino è in una crisi profondissima poichè qualunque minimo talento è più pagato per giocare fuori, anche in Thailandia, piuttosto che nel campionato del suo paese; poi ho imparato che il papa è in effetti amatissimo, ma al secondo gol fortunoso e in contropiede, un tizio accanto a noi e fino ad allora silente si è alzato in piedi per gridare con voce baritonale "Papa Francisco la putamala que te pariò!!" e allora anche qui ci somigliamo proprio mannaggia.

Dieci minuti di gloria camminando alle 3 di notte per far scendere el asado: mi fermo a osservare una vetrina spenta e un ragazzo chiaramente inglese mi si avvicina, che sta per entrare in casa lì di fianco e con un accento fortissimo mi fa: "como fue tu serada?".
Io squadro sto biondino e decido di trasformarmi in porteno per 10 secondi: soppeso la risposta e poi a mezzabocca biascico "che, yo la voy a empezar ahora mismo, boludo!". Lui ride e entra in casa, facendomi il segno di vittoria. Gol!

Gol appunto: con 3 voli della compagnia arancione valico il confine e poi viaggio lungo il subcontinente verdeoro. E' un'esperienza da fare e rifare, perchè sono certo che non basterà mai. Vedi il sud e ti manca il nord, vedi le città e ti manca la natura, vivi le spiagge ma non conosci i locali e il loro modo di vivere. Non basta una vita per conoscere il Brasile. Te lo assicuro, è così.
Ho la fortuna di conoscere Fer, un'amica che ha vissuto tre anni in Ialia illuminandola con la sua sapienza e modo di essere. E' una bellissima ambasciatrice del suo paese e i certo la prossima Presidenta del paese. Lei mi fa da Cicerone e mi racconta la storia di Porto Alegre, mi ordina di continuo caipirinhas, mi fa provare la migliore picanha della città e insomma mi fa fare due passettini dentro la sua città, il suo stato, il modo di essere dei brasiliani tutti.
Che insomma, non sono diversi da noi ma cazzo stanno bene. Perchè anche noi lo stiamo, ma loro hanno come un pappagallo che deve ripeterglielo ogni mattina quando scendono dal letto.
La vita ha sempre una prospettiva da cui osservarle le cose e, salvo casi eccezionali, può sempre essere vista con più luminosità o più nuvolosa. Siamo noi a gestire questo photoshop sulla foto del nostro quotidiano.
A quanto ho avuto modo di vedere, dovremmo andare a frequentare corsi tenuti da loro su come usare al meglio quell'intrigante programma.
Porto Alegre è diversa e calda, brasiliana e italiana, ordinata e in salita, giovane e con stile classico. Un posto dove la gente va a lezione dopocena per prendersi la laurea in giurisprudenza a 40 anni (e la Fer gli fa lezione, 12 ore di lavoro no stop), dove per il carnevale fanno giusto un paio di giorni di stop, dove a luglio ed agosto può quasi ghiacciare. Dove uno scontrino è "uma notinha", dove il concierge dell'hotel si impegna a affinarti quelle 4 parole in brasileiro che so. Mi è piaciuto.

Poi a Belo Horizonte, ho trovato il perchè del titolo del post. Uno staff ad aiutarci, nella nostra missione di lavoro, sempre disponibile, sempre allegro, sempre tranquillo.

Tu che leggi, quanto daresti per avere una vicina di ufficio che, al suo del telefono risponde con voce vibrante con qualcosa del genere: "Olà.. sìm.. tudo bem... aaahh!! TODA JOYA!!"
Cioè ma ti rendi conto?
(e soprassiedo sui lunghi capelli neri fin quasi al sedere e sui tacchi a spillo di mercoledì mattina!)

C'era poi quest'altra ragazza, Julia, bellissima e con un modo di fare davvero incantevole che ci accompagna a una visita per farci un pò da interprete. Svolge il suo lavoro perfettamente: è una brasiliana che ha scelto di studiare italiano al liceo andando a fare la scuola della Fundacao Torino così.. perchè l'italiano è un sogno (ribadisco: ma ti rendi conto?), non ha origini italiane lo ha fatto proprio perchè le piaceva!
E' elegante, avrà al massimo 25 anni e alla fine, dopo avermi sedotto ancora di più chiedendomi se amo il calcio e che la sua squadra del cuore, che segue sempre, è il Cruzeiro, ci saluta con convenevoli che saranno durati 15 minuti, poi ci prende le mani in un gesto innocentissimo ma che racchiude tutto l'olismo cosmico del bene, una perfezione così assoluta in un movimento che noi in Europa o nel nord del mondo non sappiamo neanche più cosa sia, che nemmeno tra moglie e marito alcune coppie non vivono (ndr: sì, alla tua domanda rispondo sì! me la sarei trombata seduta stante!! e tu se sei uomo, lo stesso).
E alla fine, dopo tutto questo, si accomiata dicendo "spero di essere stata utile per voi in questa giornata, so che questo incontro era importante per voi e mi ero preparata al meglio". 47 minuti di applausi, abbiamo parlato di lei tutta la sera.
Ma il giorno dopo, anche di meglio: c'è una interprete ufficiale che dovrebbe andare ancor meglio di Julia (che in sala è indaffaratissima tra microfoni, foto, cartelline, networking.. a proposito: dopo il liceo, una laurea e un master in marketing), anche lei molto giovane molto appariscente e molto carina. Però va in banana!
Si blocca spesso, la aiutano un pò tutti nel trovare le parole da tradurre, ci sono spesso silenzi imbarazzanti, le nostre frasi si fanno sempre più brevi nel tentativo di aiutarla... vabbè, non una gran figura.
Ma alla fine, quando dopo i convenevoli e lo scambio di biglietti da visita e quattro chiacchere in portoispanoingloitaliano un pò con tutti rimaniamo solo noi, lei, la ragazza giovane e quasi tremante, viene da me e mi dice che si scusa perchè era nervosa e ha fatto un pessimo lavoro, era molto emozionata e ora è dispiaciuta, che sa che non si può rimediare ma che ci augura che tutta la nostra missione vada per il meglio.
Cioè, voglio dire: lei poteva andarsene, confondersi tra la gente, stare zitta e sbattere gli occhi invece è volontariamente venuta a prendersi il suo piatto di merda da mangiare, perchè le persone sono la cosa più importante, questo danno davvero la pena di pensare i giovani brasiliani. Che saranno anche corrotti, scostanti, imberbi, talvolta svogliati ma almeno sulla mia esperienza posso dire che la parte buona del paese è in buone mani.

Di San Paolo non parlo che ho un crampo alla mano, ma lo farò presto. Voglio ringraziare tutti quelli che sono venuti a pranzo il 23, spero si possa ripetere presto.
La cosa più importante sono le persone e a volte occorre andare lontano per ricordare bene questa verità.
L'ho già scritto ma lo ripeto: occorre che torniamo a provare stupore nelle piccole cose!

W O' Brasil!

sabato, ottobre 25, 2014

Qualcosa su Roma

Mó oo sai che a mme er lavoro me piasce.. te o sai.. Peró mó me sto a scojonà!! Un giorno er toner bloccato, un altro er fax che nun funziona, na cosa n'artra mó me comincio a ffa deee domande! Si ffossi n'diriggente nun dormirei aa notte!! Só ssolo n'funzionario có determinate funzioni.. - (s'arza na voce) Ehmmó! sei n'direttore daaa cosa!! - certo!! Peró mó ce stanno i ddiriggenti che un ponno bloccacce.. - dolceee??!? Dolcino?! (prorompe il cammeriere, e il tavolo da 8, in coro, per tutta risposta) EMBÈ!!!!
Vellutata di nocciola tutta a vida!! Mó ce scofaniamo pure questa!! Tanto chessó.. Eeeh duequaranta.. Embè?!


Roma.

Interno. Pomeriggio. Location: Giggetto, Portico di Ottavia, Ghetto. Roma.

"Mó ammè ma mancano dieschanni paa pensione, mó na vorta a questo punto aveii finito de lavorá, mó come stamo messi ce tocca d'annà avanti!!"

Mi venga un colpo se ho capito dove sono impiegati questi 8 che ho di fianco a pranzo, con età tra 45 e 60 anni, so solo che non lo nominamo mai il posto in cui lavorano.
Di contro peró alcuni altri interessanti termini: ragioneria, centrale acquisti, ufficio permessi, permessi speciali, inpdad, rappresentanze, ritardi, assenteismo, selezione, concorso tagliato su misura, piano assunzione diriggenti, mobilità, rivalutazioni, scorrimento graduatorie, inps, accantonamento, diritti stabbiliti, negozziazzione, stadio nuovo della Roma, delibbera, mó quant'effiga a nuova ingegneressa.

Ma facciamo un passo indietro. Ore 10,20 arrivo alla stazione Termini

Ancora in stazione decido di prendere un caffé e mi reco in un bel bar di quelli profondi e con i banconi neri. Impossibile rispondere a un sms sul telefono: la gente in coda per lo scontrino passa avanti da ogni lato e in tutti i modi. Occorre spingere e allargare i gomiti!
Coda lunghissima: il cassiere è al telefono e si dilunga sfottendo sulla Roma e sulla Lazio.
Al banco, un secolo per avere il caffé e non come lo avevo richiesto, domandando per favore.
Prendo la metro e faccio le scale: quelle mobili sono rotte sia a salire che a scendere.
Arrivo alla guardiola della sede del Ministero dello Sviluppo Economico e nessuno mi guarda perché i due carabinieri sono impegnati sul loro smartphone a battere il record di qualche videogioco.
Alla porta, suono (giuro suono!) ma nulla: la usciere che dà il badge (e apre porte) chissá dov'è. Arriva giustificandosi e lamentandosi.

Riunione: nessuno ricorda della mia email di due giorni prima, pare sia un problema fare 4 fotocopie, il dirigente é stato trattenuto in un meeting improvviso, le poche considerazioni dei due pellegrini di fronte a me sono del tutto strampalate.
Però si lamentano benissimo: che sono pochi, che lavorano troppo, che hanno risorse scarse, che non nutrono di adeguata considerazione.
Esco e la usciere (la stessa di prima) che mi deve consegnare il documento di identitá non c'è. Avrà il diritto di andare al bagno pure lei, mi apostrofa mentre arriva con tutta calma.
Vado verso la metro e tutto é sciatto: arredi alla stazione divelti, accattoni ovunque, sporco, vagoni imbrattati, annunci incomprensibili.

Torno al centro, scendo al Circo Massimo e cammino col naso all'insù fino al Ghetto, in preda alla solita Sindrome di Stendhal. Come fanno a lavorare questi? Con che crudeltà glielo chiediamo?
Leggo annunci immobiliari con valori che forse solo a Londra vengono equiparati, noto moto costosissime, suv ovunque, bar e ristoranti pieni. Roma.


Ordino carciofi alla giudea e bucatini alla amatriciana e ascolto questa commedia dell'arte in scena al tavolo a fianco. Penso che Roma non sará mai un posto normale. Davvero: o la chiudiamo come un museo o ce la teniamo cosi.


Per la cronaca: era il pranzo per salutare uno di questi funzionari che andava in pensione. Chissá che stanco che sarà stato dopo secoli di duro lavoro. Mica ho capito per quale ente fossero impiegati. Ho capito peró che avevano tante cose per cui lamentarsi.

Fuori, un fiume di gente che inondava come ogni giorno Roma. Mi si é rivelata in tutta la sua meraviglia la perfetta definizione di "città eterna" per questo luogo.

Riforme? No, Roma.


martedì, ottobre 21, 2014

London means energy London means everything

Sono tornato a Londra la settimana scorsa, terza volta per me quest'anno e forse non è finita nel 2014.
Naturalmente ai due giorni di business ho sommato 2 giorni di incontri miei, osservazioni, esplorazioni. Due giorni per vedere amici, amiche, conoscenti che sta cosa qua lo so che ormai è forse fuori fuoco rispatto a quello che dovrei fare, ma a me continua a piacere. Ragazzi, mi piace.

Io tornerei indietro, ai vecchi post che ho scritto quando sono passato da là.. tornerei anche ad ascoltare quella grande sega che è stata Dromomania, programma di Storytelling radio in un periodo fertilissimo della mia vita creativa, 4 anni fa. Tornerei ad ascoltare la puntata dove il malato di viaggio si reca a Londra, ma non mi serve. Me la ricordo ancora perfettamente.

Ricordo tutte le volte che sono venuto a Londra, tutte le cose che ho scritto su questa città, tutti i feeling che ho avuto, gli odori che ho respirato fossero quello di fumo sotterraneo nella Tube, di solvente nei grandi department stores appena puliti al mattino, di muffa nei vecchi record shop, di piscio girando certi angoli dietro pub che ormai non ci sono più, di erba bagnata attraversando Hyde Park.
E poi mi ricordo tutte le sinapsi che mi ha aperto Londra: la southbank che mi rimandava alla mente l'inizio di "4 matrimoni e un funerale; lo scalpitio di zoccoli di cavallo che mi ributtava al piazzale davanti al vecchio Stamford Bridge, a vedere Chelsea-Arsenal rigorosamente al sabato pomeriggio; quel ragazzo che calcia una lattina fuori da una fermata di metro della Hammersmith appena parte "She's elettric" e tutto un lavoro così.
E i suoni, tutte le canzoni di Londra, tutti gli atterraggi in aereo, tutti i viaggi in metro con le cuffie nelle orecchie e via di Pink Floyd e Bowie, Clapton e gli Stones, Massive Attack e Portishead, Wham e Queen, Clash e Jamiroquai e Amy Winehouse perchè Londra più di ogni altro posto al mondo è LA musica, tutta la musica, tutti i suoni.

Però poi Londra è energia, ancora una volta, velocità. E sorpresa.
Energia significa la hostess che ti sorride aperta e ti dà una pacca sulla spalla mentre ti saluta; è la receptionist che ci mette passione nel raccontarti le 4 banalità del suo lavoro; sono i milioni di italiani che sorridenti occupano tutti i bar ristoranti tavole calde e catene di cibo delle zone 1, 2 e 3 di Londra; sono le francesine strafiche che camminano sulle punte lungo Kensington, è Gianlu che ti vuole vedere anche se non ha tempo e si attacca a facebook per fissare un appuntamento e ti viene a prendere alla fermata della metro, è Lucia che non sarà a Londra in quei giorni ma ti manda qualche suggerimento sempre azzeccato, è Margherita che nella sua semplicità mista a serenità si muove precisa tra case da acquistare e reparti maternità, tra fiere del caffè e concerti alla Royal Albert Hall; l'energia di Londra è Silvia che due settimane prima tenta di prenotare all'Esperimental Cocktail Club e lo trova esaurito ma non si prede d'animo e ne scopre un altro quasi migliore; sono i doorman all'Intercontinental di Park Lane, le donne in carriera che spingono dentro la Tube, i kuwaitiani che chattano allo smartphone mentre sorseggianio un tea in un Café Nero, un compleanno improvvisato in un bar kitch di Regent Street, le spagnolite che in gruppo camminano e charlano lungo Portobello Road, le old ladies con berrettino a elica perse a Belgravia che, con un accento pescato con la macchina del tempo, ti chiedono dove sia Crescent Park o Garden o Lane o chissachè.

Velocità significa corsa alla casa: trovarla in affitto, migliorarla, cambiarla, comprarla, aprire un mutuo per lei, convocare un solicitor, rivalutarla, passare il sabato a vederne 4 nuove "di scorta", se non venisse accettata l'offerta per quella scelta. Velocità significa fissare 5 appuntamenti lungo la giornata e durante il quarto parlare del giorno dopo e pensare a ieri, segnarsi il nome di un contatto, di un ristorante, di un sito, di una app, di un libro, un suono, un sogno, un taglio di occhi.
Londra va veloce, e vecchi ricordi liquidi si sovrappongono a quelli presenti e già invercchiati, in un effetto saudade che proietta il te ventenne nelle domande del te quarantenne che sa che ce la farebbe ancora, se decidesse di muovere qui, ma che il sogno non esiste e allora per cavarsi l'astinenza di dosso basta comprare il Guardian lungo Cromwell Road, pedalare con le Borisbikes fino a Portobello e poi da lì, dietro le ville di Holland Gardens, fino a Marylebone e Baker Street e poi su oltre Hampstead heats e chissà dove, senza pensare perchè Londra è veloce, al massimo fermandosi a catturare quel suono con Shazam, perchè Londra è un suono.

Sorpresa significa Harrison Ford vicino di tavolo e quasi non darsene caso, ridacchiando appena con la cameriera aragonés sul drink che si sta bevendo; poi significa una nuova città a est che si è innestata su quella che conoscevi e ne ha creata un'altra, un flavour nuovo ancora che sembra quasi di andare in vacanza se per una sera o una vita si decide di essere uno di loro; infine significa prendere un taxi con la furia addosso e ritrovarsi a parlare in spagnolo con la conducente che è una cilena simpaticissima e scoprire che sta con un tipo del Bangladesh conosciuto durante una vacanza a Londra che è diventato l'uomo della sua vita. Storie di Londra: sei mesi a guidare un cab nero lungo le strade della City of Westminster, sei mesi a descansarse nelle foreste dell'entroterra di laggiù, un posto oltre l'India dove forse prima di lei un cileno non aveva mai messo piede.
La mia curiosità e lo spirito da sociologo da 4 soldi fa sì che le chieda: ti sembra felice la gente qui a Londra? macché, fa lei, vanno tutti di corsa e si dimenticano di vivere!
E chi lo sa, qual'è l'essenza di vivere qui. Forse correre, forse inseguire i propri miti. Forse stringere la mano a David Nicholls (Apple Store di Regent Street, la domenica). Forse parlare in inglese con una ragazza italiana seduta accanto alla fila 7 sul volo BA al rientro. Forse non pensarci più, specchiarsi negli occhi di chi ha fatto certe scelte, incamerare l'impeto di energia quanto più a lungo possibile, invidiarli ma solo un pò e continuare a fare, che il tempo rimasto è ormai poco.
Londra significa energia, ma Londra significa tutto.
Bello viaggiare, bello fermarsi, magari.
Bello pensare all'idea di casa e sognarne una, un giorno.




mercoledì, ottobre 08, 2014

Lasciatemi cantare

Izmir. E non dico Istanbul, dico Izmir. Istanbul è 15 o 20 milioni di persone e il quartiere-sogno di Bebék, tradizione e folla ovunque, alcool (forse) vietato la sera e minigonne, orizzonti mozzafiato al tramonto e grattacieli a perdita d'occhio, gente che va di corsa e ingorghi, stipendi da 5 o 10 mila euro al mese e 2 milioni di siriani profughi che cercano un'esistenza, bar meravigliosi con terrazze all'aperto che allietano i giovani con brani di Celentano e navi cargo che solcano il Bosforo da sud a nord, oppure sostano a decine nella grande insenatura che si apre sotto il Topkapi. Baklava, vecchi che fumano, ragazzine col cane che sembra la Marina di San Francisco, thé e caffé turco, scorci di mare e di colline, odore di soldi e hotel di super lusso fatti apposta per gli emiri che vengono a pizzicare l'Europa, centri commerciali e fiere, il faccione barbuto di Prandelli e quello meraviglioso di Elcin che esce a cena con me solo perché così "tiene allenato il suo italiano", gatti tra le viuzze di Fatih e ragazze sempre più occidentali quindi belle: un incrocio di razze, una prospettiva diversa sul mondo a 2 ore da casa. 
Izmir è distante un pomeriggio in macchina. 4 milioni di abitanti, Efeso e Cesme come gite fuori porta, paradiso per coloro che (rispettivamente) non possono stare senza arte e archeologia, vela e kite surf.
Una città adagiata su una baia fatta a C rovesciata, immaginate di simulare una C rovesciata con la mano destra: ecco, quella è la baia e Izmir sorge proprio lì, nell'incavo tra pollice e indice.
C'è un lungomare di 5, forse 6 chilometri e io ero lì per lavoro e, nonostante le bestemmie, devo dire grazie azienda che, per lo meno, in questi anni mi ha fatto scoprire quanto il mondo sia grande e diverso, come gli affari possano essere conclusi in molti diversi modi, come ci si possa capire al volo senza parlare una parola della lingua dell'interlocutore.
In questo lungomare, la sera 200, forse 300 ristoranti a fianco del seafront sempre pieni offrono branzino e pesce spada, frutti di mare e pistacchi, mezze e baklava. Tutto un lavoro così.
Di giorno organizziamo il nostro business lunch, poi il pomeriggio un pò di lavoro in camera con vista mare e al tramonto alzo lo sguardo e vedo che sì, davvero, il sole cade sul mare esattamente nella parte aperta della baia, lo spazio tra il pollice e l'indice della vostra C della mano. Scendo e faccio questa foto, nessun effetto mi sono solo inginocchiato. 
Parlassi un minimo di turco, non tornerei più indietro. 

E come me direi che l'hanno pensata in tanti perchè in due sere di passeggiata e ristorante ho sentito parlare francese e tedesco, arabo e naturalmente italiano.
Mi infilo le sneakers e mi faccio una corsa di iodio come neanche in Sardegna due mesi fa, davvero una libidine.
Poi a cena organizzando business futuri, aziendali e personali, quando d'improvviso arriva un venditore di accendini che qui allarga la sua mercanzia a velieri in legno e sigari, mi si avvicina inquisitivo e mi chiede se prendo qualcosa. Alla mia risposta, si allarga un sorriso. Mi riconosce subito: "italiano? Lasciatemi cantaaaareee..... sono un italiano vero!".
Boh, non chiedetemi perchè, ma mi sono sentito non dico orgoglioso, ma quasi. Sempre storia, sempre testa girata al passato, sempre cose un pò di merda ma cazzo se c'era un rumeno seduto al posto mio, che gli cantava il vu cumprà?
Come dice Tolga: "Hey man, being italian still means something!"

Andate in Turchia, trovate un motivo e andateci

mercoledì, settembre 24, 2014

La risposta sta sempre negli altri

Vivo a Bologna da oltre un anno e mezzo e mi sono resoconto anche io, tra una trasferta e l’altra, che non è più lei.
Qualche uscita con amici storici e qualche altra con amici recenti ha tentato di offrirmi un giudizio più lieve, ma erano solo serate di balsamo sulla scure della bocciatura.

Voglio dire: Bologna rimane interessante, ti offre l’opportunità di conoscere gente interessante e talentuosa, ma ormai è un luogo dove prevale inevitabilmente sporcizia, degrado, brutture e se non stai attento, banalità. Di luoghi e di persone.
Forse il mio giudizio sarà determinato dal mio peregrinare che mi porta in luoghi più interessanti ma che sono capitali che non possono essere accostate a Bologna, ma cazzo la sofferenza c’è, la tocchi.
La gente si accontenta, bighellona. I posti nuovi magari sono fantasiosi, ma poveri. Quelli belli sono ormai appassiti e fuori tempo. La città non ha mai avuto una grande anima ma ora è alla mercé del primo che passa. E’ una tensione continua tra chi ci prova a cambiare le cose (le Social Streets, Kilowatt, la Cineteca) e chi si erge comitato per ostacolarle. Come fare?

E’ con questi pensieri che mi affollano la testa che esco per incontrare il mio amico Saverio, un tipico prodotto della sottocultura bolognese del tempo che fu e quindi un individuo splendido, pieno di idee e di positività e un pochettino senza rotta. Si parla di progetti inquinati, si fanno progetti nuovi, si fanno presentazioni lungo un via vai di gente che passa che conosce solo me, o solo lui.
Ci si saluta dopo due ore e il rilancio di nuovi progetti, con sempre al centro quella positività e la voglia di muovere il culo, pur in un contesto sempre più lassista e complicato.
Ma quando è cominciato questo processo di passion drain? boh!

Sono solo le 21 e allora rispondo a un sms arrivatomi un po' prima e raggiungo questa amica che è anche collega, un po' apolide un po' ancora alla scoperta in cui butta il suo frugale stipendio, perché lei a Bologna ci è arrivata per lavoro (a proposito, di lavoro per rimanere poveri ne parlerò presto).
La raggiungo e in realtà sono 4 e tranne le presentazioni le altre non me le filo un granché (ma va?) e rimango fitto a parlare di vacanze e rientro al lavoro veloce viaggio a Mosca e di come facciamo con la mia amica.
Viene il momento di andarsene dal locale in cui siamo (super attivo culturalmente ma adornato da pochi oggetti di riciclo del tempo che fu: un tipico bolognese!) poiché, vengo informato, due delle sue 3 amiche (conosciute con blablacar - ci sarebbe da scriverne un libro) il giorno dopo devono partire presto perché “lasciano Bologna”.
Due salutano e si allontanano appena fuori il locale, la mia amica ha la macchina parcheggiata lontana e allora mi offro di accompagnarla e l’altra ragazza è di strada e viene con noi. E comincia la mia curiosità.
Di dove sei? Cosa fai? Perché te ne vai? Quando hai preso la decisione? Come si fa a prendere una decisione del genere? (niente da fare, avrei dovuto fare il giornalista no way! anzi, sono ancora in tempo!!).

Lei attaca a parlare, molto spigliata e con una faccia simpatica ma soprattutto con dei fuseaux neri attillatissimi e le gambe lunghe e le Superga ai piedi, non la fisso in basso solo perché noto - per la prima volta, giuro! - i suoi bellissimi capelli biondi. Lei prosegue a parlare, a macchinetta, e in 3 minuti e 27 secondi netti mi risponde a tutte le domande, mi tratteggia il suo passato - presente - futuro, mi dà il giudizio definitivo su Bologna e sull’Italia e al contempo, continua a giocare con i suoi boccoli biondi, ad ancheggiare su quelle gambe flessuosissime e ad ammiccare pure con i suoi occhi (blu? sono forse blu?! non li vedo bene… è un quarto all’una).

La mia amica, fino ad allora la sola con cui avevo colloquiato lungo la serata, diventa silenziosa e si defila di fianco, ascoltando e cercando di capire cosa stia succedendo.
Camminiamo per qualche minuto, lei sempre con il pallino della parola in mano ed io a controbattere, fino a che non arriviamo al punto in cui dovremmo separarci e lì ci fermiamo, assumendo questa chiara posizione che le teorie sulla pnl spiegherebbero in modo estremamente chiaro: io di fronte a lei, lei di fronte a me con le mani sui fianchi, la mia/sua amica di fianco a me.
A quel punto il quadro per un attimo si inverte, perché dacché prima l’avessi guardata solo in viso, addirittura l’avessi guardata solo nelle parole oserei dire, attacco a fare l’inverso.
Le osservo i capelli, la linea del collo, le tette enormi (veramente enormi!), il sorrisino inquisitivo stile Monnalisa, l’ancheggiare furetto, le lunghe gambe avvolte nei fuseaux neri, le mani che da buona italiana volteggiano sempre nell’aria, l’occhietto calmo e sereno. E penso: ma guarda che bella figa, vedi cosa ti regala Bologna?

Però, contrariamente a quanto avviene di solito in questi casi, non interrompo di ascoltare quel che sta dicendo, perché è ancora più strampalato e affascinante di lei. Questa vive qui, viene dal mare del nord ovest, lavora (anche se certo non si esalta per quel che fa, ma è un dolore comune) e decide “dopo un anno di pensieri e ripensamenti” di mollare tutto. Ancora una che molla tutto? Sì, ancora una.
Ma fa una cosa diversa: va a studiare in Spagna, 5 anni di studio la attendono in una città di mare ed economica, dove se non hai pretese con due anni del mio stipendio ti compri una casa.
non ho capito se con il moroso o no, ma il progetto sembra ben assettato (“il primo anno poi prenderò anche la disoccupazione..”) e il suo sguardo cosciente e rilassato. 
Le chiedo cosa le mancherà di Bologna, lei che tra studio e lavoro c’è rimasta sette anni, e lei di rimando dice “ma sai? credo nulla. Bologna è una città che attrae gente dai paesini del sud, dunque è una accozzaglia di gente di provincia del sud, ormai offre assai poco di più” e d’un tratto penso che io, considerato attento conoscitore dei fenomeni sociologici, non ci ho mai pensato a questo. Non ci ho mai pensato, no, ma al contempo rifletto e di dico che sta biondina gettona c’ha davvero ragione, ha letto la realtà assai meglio di me. Mi sento d’un tratto nel posto sbagliato nel mio momento adatto.

Scrivo alla mia amica giornalista sulla cronaca locale e le dico che questi sono i fenomeni nuovi da descrivere: un tempo la gente arrivava carica di aspettative, non solo dai paeselli del sud ma da un pò tutta l’Italia e creava quell’atmosfera che era propria di questa città, mentre ora se ne va disillusa e senza regrets. Lei mi dice che darebbero trovate altre storie, ma che sì, ora le cose stanno così, e che in fondo storie del genere ne conosce parecchie anche lei.

Sto post l’ho titolato “la risposta sta sempre negli altri” ma non so il motivo per cui l’ho fatto, perché di risposte quella sera non ne ho trovate davvero.


Anzi, a dir la verità una sì, l’ho trovata. Hai un bel da dire che ti piacciono le tette piccole, che la figura della donna così è più armonica etc etc.. la verità è che le tette grandi sono ancora il più grande anestetico sulla faccia della terra, come le sirene di Omero!

sabato, agosto 30, 2014

100 giorni o giù di lì

No dai cazzo, non è possibile... Come possono essere passati 100 giorni in 10 minuti?
Se qualcuno sa il trucco, me lo spieghi! Qui ci vedo sotto una puzza di fregatura che... Boh!
Anyway, 100 giorni di estate non estate, di viaggi e di weekend nei panni altrui, di camminate e cene e chiacchiere e lavoro e idee. Tante idee. Ah non c'é niente da fare, mi piacciono le idee e mi piace fantasticare.
Viaggi: Dubai e Londra mi hanno confermato che le alternative ci sono e chi é in crisi ma ha un minimo di sacro fuoco ci mette il sacrificio e la fantasia, Parigi mi ha confermato che é un pò bloccata, la Via Francigena che l'Italia e camminare sono bellissime cose, e degli amici non ci si stanca mai.
La vela ha proseguito la sua incisione nel mio cuore e la Sardegna mi si é scoperta in tutta la sua bellezza, più nascosta e più incantevole.
Ho ballato per i concerti in piazza, ho scritto un business Planning, ho detto non dico ti amo ma ma mi piaci.
Ho fatto un lungo giro in moto con la borsa nel portapacchi epoi ho deciso di venderla perchè dall'amore all'affetto mi pare un salto troppo grande. E poi devo alimentare la mia nuova start up di cui parlerò!

Un giorno un amico ha fatto un salto da un cavallo e quindi un volo in elicottero, poi l'hanno fatto dormire per un pò.
Ci ha regalato un weekend a fumare sulle scale antincendio come fossimo ancora al liceo, e tanta tanta apprensione e paura.
C'è l'abbiamo ancora, ce l'abbiamo... ma in cuor mio so che andrá bene per la sua enorme tenacia e per quelle colonne al suo fianco che si ritrova, E e la mamma M.

Un altro amico dopo non avermi chiamato più per mesi, ho scoperto tristemente il perché... non un motivo bello, qualcosa che lascerá tracce indelebili ma che vede della vita davanti. Forza! Lo ringrazio per avermelo voluto dire di persona, rompendo le pessime abitudini dei post precedenti.

Ho conosciuto gran belle persone in Sardegna, gente che lotta e che sorride e che merita tutto il mio rispetto e che vorrò rivedere.

Di recente, sono ripassato da Amsterdam venendo a sapere che i mentor sono in attesa e sempre piú Iron e battaglieri, che amici cari si adattano alla pioggia e al muschio delle scarpe e mai tornerebbero indietro, che la cittá accoglierebbe anche me e, grazie a Lisa, che ormai non conta piú il curriculum, contano network e self branding e quello occorre far uscire per migliorare o virare (ne parlerò poi e vi ricrederete, miscredenti!!).

Altre notizie belle, neutre, tenui, brutte vissute con coraggio, distratte, pessime... ma la barra è sempre in mano salda, pronta a virare per vento migliore, aiutare un amico, lasciare le vele e godersela. Vela, grande scuola di vita.

Infine, arrivo a Mosca e in una folle cena in centro scopro che esistono stanze in affitto a 800 euro, che nelle separazioni di norma il papá si dimentica di aver avuto una famiglia, che i russi sono più furbi degli italiani (avete mai sentito dire di "contratti" di agente e fidanzamento tra imprenditore italiano e agente/fidanzata russa, per pagare meno tasse e avere compagnia a letto nello stesso tempo? Beh, a Mosca esiste!).
Poi ho sapuro che i russi pensano degli americani quello che gli europei pensano dei russi. E che I ragazzi moscoviti amano stare in casa cosí le ragazze indossano tacchi a spillo e mini ed escono tra loro perché amano farsi vedere... che mondo!

sabato, maggio 10, 2014

come arrivano le notizie oggi

Non scrivo da un casino.
Riprendo per dire che insomma sono un pò giù.
Di quei "un pò giù" del cazzo, quelli che magari incontro le persone giuste stasera e già cambio umore, ma insomma sono un pò giù adesso e mi gira il cazzo.
La vera ragione per cui sono un pò giù è in realtà doppia: non riesco a creare una rotta come dico io, chiara precisa e poi perchè non si apprendono più le notizie di persona, ma con quei nuovi mezzi di comunicazione del cazzo dei quali sono drogato anche io.

In pratica, sto disattendendo su tutta la linea il mio post programmatico di qualche mese fa e questo mi fa incazzare, perchè la risposta è sempre nel fare. Avevo preso una bella marcia fino a fine marzo, poi aprile dolce dormire di merda mi ha rallentato, e questo non va per niente bene in quest'anno catartico che mi porterà a chiudere un decennio e aprirne un altro. Ma c'è tempo per recuperare.
C'è sempre, quando hai una bella mappa tracciata sotto mano. Dai, me la devo fare. Tutti quelli bravi e interessanti con cui mi circondo mi possono aiutare, questo sì, ma la mappa è sempre la mia e devo disegnarne un altro pezzo, la storia del mio film lo richiede e tra l'latro è una cosa che mi è sempre piaciuto fare, per cui concludo che mi lascio cullare dalla mia (bella) vita perchè sono un pigro di merda, quindi fanculo dai!
Che magari è anche qualcosa in più, ma non riesco di certo a "leggerlo" e di sicuro ha a che fare con piccoli multipli cambiamenti attorno a me e che riguardano me con i quali litigo sempre, sempre un pò fregato dal mio idealismo che mi fa riflettere anche sulla macchina da cambiare, chi mi frega quanto consuma quanto inquina e tutte quelle menate lì. Che è giusto farsele, poi si passa all'azione però.
Side effect di questa mancanza di rotta di lungo periodo è che non riesco a programmare i viaggi, nè quelli di lavoro (per causa non mia, ma non rompo il cazzo per cambiare le cose) nè quelli privati che potrei ricavarne o pianificare da zero. E di solito quella è un'altra cartina al tornasole.
Poi c'è il tema lavoro che forse sarebbe davvero ora di cambiare, il mio ciclo è finito e l'energia si rinnova solo con il nuovo e quelle menate lì ma pure lì mi blocco: ci vuole tanta energia e self confidence: niente sono in riserva con entrambe. Avanti.

Poi c'è che ieri sono stato informato su due importanti novità di persone che mi conoscono: una con la quale ho passato a stretto contatto 5 anni di quotidiano ha forse scelto definitivamente altre strade, che è una cosa bella per lei. L'altra mi ha confessato cose su di sé che sapeva da tanto ma che non riusciva a digerire, ed è certamente una gran cosa bella per lui.
Le ho sapute una via facebook, una via whats'app e c'è sempre quel senso di impotenza e di mancanza di contatto in quel modo di apprendere le cose che lascia un pò così, smaronati.
Ho pensato che avrei voluto sorridere loro, dirgli "alla grande comunque!!" con la mia voce, magari abbracciarle e prenderci da bere. I nuovi mezzi di comunicazione e internet hanno reso il mondo un mondo una tavola piatta e liscia, ma cazzo ci rendono aridi. Il contatto sarà sempre fondamentale nei rapporti tra le persone, se solo ripenso ai miei giorni a Istanbul e come ci si conosca attraverso lunghe giornate passate insieme, anche per stabilire rapporti di lavoro, ne trovo una immediata conferma.
Anyway, in bocca al lupo E. e M. queste parole sono per voi! M. spero che ora mi chiamerai Manu, ormai siamo amici! E. il mondo si divide solo in stronzi e amici, non vedo altre differenze. Good luck.

Poi sono andato a una partita di calcio e ho visto il peggio di quanto può essere teatralizzato e drammaticizzato uno sport, che è divertimento passione e stare insieme. Due anni fa scrivevo questo post e tra le cose che "mi mancano" nel periodo di vita che mi resta, c'era quella di andare ancora qualche volta allo stadio con mio padre. Beh una finale insieme non so se ci sarà offerto ancora di vederla. A me dispiace perchè ci avete rovinato una giornata speciale, tutto qua. Non solo col le sparatorie e i ritardi, ma anche con ingressi che sembravano pollai, ritardi, gendarmi irriverenti solo con noi, disorganizzazione ovunque. Il sogno lo teniamo legato per noi, non per voi.

Dai che presto torno simpatico, ho da scrivere di come stiamo diventando tedeschi, di genitori che festeggiano 50 anni e ancora va tutto bene, di mentori che non vendono bici ma li vedo felici, di dolore e contegno, di uscite geniali, di bimbi appena nati, di amici che non chiamano più, di Londra e di Amsterdam, di Parigi e di Buenos Aires.
Di amiche che tornano e altre che itinerano. Di gente che ride sempre e tu la vuoi sempre vedere.
Del Dr. Pirani che è sempre lui, individualista e colui che realizza i tuoi sogni in un sol colpo.

Fermarsi guardarsi attorno per poi ripartire è essenziale.

giovedì, febbraio 20, 2014

mi sorridi #difronte

Pomeriggio quasi sera di gennaio, quell'aria pungente ma stranamente piacevole che sanno avere le quasi sere di metà gennaio, io - trafelato come sempre - tra i miei pensieri ti raggiungo, camminiamo verso il solito bar ecochic dove passano un pò tutti quelli che piacciono, ma a cui non interessa "contare". Perchè sono trasversali, o chissà perchè.

Ti guardo dritta negli occhi per un secondo, che sembra che stia succedere chissàche e invece non succede mai niente, e poi ti ascolto dirmi che "prima o poi bisogna scegliere".

Eh già, cara amica mia. Prima o poi, bisogna scegliere.

Poi vado a cena: ci sono queste due che bisogna parlare di cose serie e poi magari ci si scioglie e si finisce per lascare un pò la randa e prendere quel refolo da ponente, se ci si tranquillizza.
Lei mi guarda di traverso, che lo so che c'ha tutta un'esistenza sulla schiena, cose di cui so poco in realtà e non voglio nemmeno sapere.. però lei mi guarda un pò languida, allunga quelle mani lunghe da adolescente e continua a toccarsi i capelli e versarmi del vino, e io penso: ecco, potrebbe essere così.

Potrebbe essere così che scollino, supero quella piccola ulteriore salitella, quello strappo e vedo cosa c'è dopo, se mi si para davanti la cima Coppi oppure parte un dolce declivio.

Te lo vorrei succhiare e leccare quel collo, finchè non si consuma, altrochè.

Poi vado lontano in treno e finisco in quel posto lì, quello di fronte, e tu leggi Monocle e mi sorridi #difronte ed io che di nuovo "ecco!!" ma allora è una coincidenza seriale o cosa? Mi sorridi di nuovo, attacchi bottone, mi chiedi se voglio qualcosa al bar... si può dire che flirtiamo?
E qui? Dopo questo scollinamento, cosa ci sarebbe? Una cima Coppi, o un dolce declivio?
O addirittura una discesa a rotta di collo, di quelle in cui chi si lascia andare senza saper fare perfettamente poi scivola e sbatte la testa contro una pietra a bordo strada? Non so, davvero.

Poi ci sei tu, che parli una lingua straniera in una terra straniera, che mi parli a lungo poi rimani ad ascoltarmi, #difronte. Sì, poi sorridi, anche tu: anzi ridiamo di gusto tutti e due e lo so che stai pensando a chissà cos'altro, chi altro, dov'altro. Anche io lo sto facendo, sai?!
Però poi siamo in metro, tu sei un pò inclinata rispetto a me e d'improvviso muovi il collo in quel gesto sensualissimo e femminile, e pare che le tue labbra siano più rosse che mai e te le vengo ad assaggiare, non c'è nient'altro che possa fare ora, mentre ognuno si porta dietro il fardello delle proprie vite.
Cosa credi, che non lo so?

E poi ci sei tu, con quel maglioncino a V che fa vedere un pò di divertimento e infatti ridiamo un casino.. cosa cazzo avrà da ridere questa?

Ma forse questa è già un'altra storia che vi racconto la prossima volta, ok?
Si vede, vero? che ieri ho ascoltato la puntata di Matteo Caccia su Voi Siete Qui, Radio 24, in cui si parlava di una copy che come secondo lavoro scriveva storie per "Le Ore"?

Giuro che mi sedo, buonanotte!!

martedì, dicembre 17, 2013

Trying to chase the stars

Sarà passata pasqua da una settimana, massimo 2..
E' l'inizio della storia, della mia storia e di quelli della mia età.
Ricordi, esperienze che sono ancora di là da venire, tranne quelle paciugate degli anni del liceo, mentre in un liquido giovedì pomeriggio ci ritroviamo in sala studio a chiederci: "Perchè non adiamo al Pineta stasera?"

Sta cosa mi colpisce al centro della fronte adesso, tanti, tantissimi anni dopo, che di ricordi ne ho collezionati un pacco eppure quando ne vorrei immagazzinare qualcun altro ancora. Non so perchè.


C'è odore di primavera, di fretta, di sorrisi di eterno e di sesso in tutto quello che succede quella primavera, e chissene se ci sarrano gli esami tra poco e se con i soldi rimasti devo anche pagare l'affitto. I soldi, anche se sono uno studente, ricordo che non sono mai un problema a metà degli anni '90, sbucano fuori dalle tasche magicamente sempre dei gran fogli da 50 mila come ridere, e quando non ce li ho io, li tira fuori Richy, o Massimo, o Enrico.

Vesto sempre firmato, prendo le prime low cost per Londra, compro dischi ogni weekend e vado a ballare. Ogni tanto provo anche le novità sul mercato, ma con sale in zucca che non ci voglio rimanere..

Non che adesso stia male, s'intende, ma allora si stava meglio, poco da dire.


Il grande fratello, le braccia tatuate, i pantaloni col cavallo basso, i villani in giro dovevano ancora arrivare, e per fortuna!

Andare a ballare era ancora considerata un'occasione: noi ragazzi passavamo tempo a pettinarci o indovinare l'accoppiata T-shirt bianca e panta scuro, e ci inondavamo di Jean Paul Gautier femme! ..perchè con quello - ci si diceva - le ragazze avrebbero trovato un morbido terreno per l'atterraggio, mentre le ragazze si chiudevano nel bagno già dal tardo pomeriggio uscendone ore e ore dopo con chiome curate, ciglia delineate, phard per allungare la forma degli zigomi e minigonne con belle gambe tornite, già abbronzate ad aprile, che dove non arrivava il sole, potevano le lampade, ma usate con stile, non cafonaggine.

La musica era un elemento fondamentale della nostra vita, dall'easy listening al groove al britpop, era tutto un fiorire di suoni nuovi e rivisitati, che dopo pochi anni sarebbero entrati in scena i Daft Punk con il loro repertorio di french touch, ma allora, in quei mesi infiniti di serate morbide come la seta, verso la Riviera era ancora la sinuosa voce di Bjork che usciva dalle casse della macchina, my name is Isobel e tutta quella roba là.


"Oh, ma la Patti allora ci sta con Kalle? Matteo l'hai sentito, ha vinto la borsa Erasmus.. e la Sara c'è stasera.. soccia che due tette che ha la Sara.. ma la smetti di darmi i pizzicotti?! basta!! Stai buonino e pensa alla francesina... - e l'altro di rimando, dal sedile dietro -  ooh! mercoledì prossimo andiamo all'Echoes?! sai Bufo ha le liste, tranqui chiamo io, sennò sono 30 carte a entrare... chi mette su i dischi? Boh, mi pare i Pasta Boys, comunque roba figa... serata gay, ci sarà pieno di gnocca!!" 


Era tutto un lavoro così, almeno tre o quattro sere a settimana.. studiare e fare cene in casa, studiare e andare a ballare.. le stagioni passavano lisce come l'olio.

Chissà come facevamo a comunicare: non avevamo né email, né telefonino, e ovviamente nemmeno facebook e quella roba lì. Al massimo, il telefono di casa. La gente usciva e basta, si ritrovava agli orari stabiliti per andare al mare, i ragazzi si guardavano negli occhi, ci si innamorava in 2 minuti, poi un'ora dopo si pensava già a un'altra..

Perchè mai mi è venuta in mente tutta sta roba, come ricordi usciti da un comò polveroso? Perchè cipollavo su Spotify e ho ascoltato una delle canzoni cult dell'epoca e uno stream of cosciousness è partito, ha fatto tutto da sé.

Mi sembra ancora di essere là per un'ultima sera: una gran limonata con la Laura alla rotonda, due gin lemon con i regaz da Bologna che avrebbero attaccato a lavorare tre ore dopo, le pizzette da Baldani, il ritorno a casa con il finestrino giù, l'odore di morbido che accarezza l'avanbraccio, e questa qua soffice, tenue, leggera che ci riaccompagna, che domani il gioco ricomincia, e con lui il piacere e la speranza sempre declinate al presente. Che bei tempi cazzo.

Then you answer your feelings
And looked deep inside
You know there's got to be meaning
Or are we here for the ride?
Caught up
Here with you
Trying to make this old thing new
Caught up
Trying to chase the stars..






giovedì, dicembre 05, 2013

la settimana scorsa e poi, cosa mi metto a fare.



Cosa avevo di così importante da dire l'altra sera, senza avere la forza per farlo?
Che sono felice e pieno di energia. Ecco.
Ma questa mal si accoppia con la serenità, almeno nel mio caso.
L'energia me l'ha data il bioritmo e la settimana scorsa, e la settimana scorsa per me ha significato 
tutta una serie di incontri, corse, voli aerei, viaggi in treno, chiacchiere davanti a un Margarida, sveglie alle 6, dediche sui libri, cartoline nella cassetta della posta, abbracci, lavori notturni, condivisione di ricordi e considerazioni su come l'ingresso di una sola persona possa cambiare totalmente la scena. Tutto ciò mi ha fatto sentenziare inderogabilmente che la chiave di tutto è non quello che si ha, ma la fiducia.

La fiducia in sé stessi, nella forza delle proprie idee. La fiducia negli altri, che sono poi il riflesso dell'anima o almeno del passato e di come ci si è posti verso il mondo. Avere la fiducia è il passepartout verso il figo, il benessere, tutte quelle robe là, che sembrano impossibili a volte, e invece sono solo nascoste in una tasca dell'altro giubbotto.

Poi l'altro giorno mi sono preso le ferie, sono andato al Buy Tourism Online e ci ho visto dentro il mondo che vorrei, soprattutto il mestiere che vorrei e che forse farò, perchè un pò io i sogni me li realizzo.
Giravo per Firenze alle sei della sera, solo, leggendo i commenti dei partecipanti a questa rassegna su Twitter finchè non arrivo a Piazza Duomo, e una vista così magnificiente mi fa dire che lo vedi, puoi avere il lavoro più figo del mondo ma come fai a misurare questa cosa qua? Una serata tra risate e pacche sulle spalle con gli amici di sempre? Un bacio morbido tutte le volte che vuoi? Un caffè fatto con passione? Chissà, magari la risposta è che occorrono tutte e due, il lavoro figo e le piccole cose. Soprattutto occorre inseguire tutti e due i traguardi, sempre di più.

Quella mattina a Firenze era in collegamento da Chicago Oscar Farinetti quello che ha fatto tante cose tra cui l'ultima, quella più straordinariamente sognata, Eataly. Beh Farinetti ha detto "fortunatamente gente mia c'è ancora quasi tutto ancora da fare, e sempre sarà così. Per chi lo vede, ci sarà sempre ancora quasi tutto da fare. Ed è per questo che il futuro è radioso, per tutti quelli che la vedono così, compresi gli italiani e l'Italia, che ha un patrimonio inestimabile, più di tutti".

La mia amica Giovanna (che poi un giorno devo raccontare anche questa, anzi spero di farlo e di metterci tanta ciccia dentro) lo vorrebbe ministro, io non lo so. So solo
che ho dato di me quella definizione (uno che ha ancora quasi tutto da fare) che non so perchè mi sono sentito orgoglioso per un secondo, elettrizzato per due ore. Ecco, la fiducia. Che Matteo Caccia su Laeffe forse ci ha già dedicato una puntata, e se no, dovrebbe!


Sai cosa mi metto a fare? Mi metto a rompere il cazzo, perchè ho dormito anche troppo.
Perchè quando ho chiesto, le opportunità scaturite sono sempre state di più delle sdentate sulla faccia, e poi anche un pò di quelle rinforzano, non fanno male.

Quindi scrivere, telefonare, prendersi il tempo per andare a conoscere di persona ciò che interessa, chiedere introduzioni, liberare tutta quella curiosità che ancora ho addosso. Ecco cosa voglio fare.
E non so se sarà un piano per poche settimane o parecchi anni, mi interessa solo sapere che voglio intraprenderlo subito, adesso. Ora. Cominciare a fare qualcosa di nuovo è nella mia natura, che se volessi essere comodo con il culo al caldo, tre cene a settimana, una casetta carina e una donnina da coccolare e che mi tenga tranquillo, avrei già tutto il mano.
Ma la mia natura è diversa, diversa.. non c'è niente da fare.

E comincio ora, anche se domani vorrà dire viaggio ad Amsterdam, poi Shanghai.. o forse esattamente per quello.

lunedì, dicembre 02, 2013

Prossimo post

Ora, se voi portate un pò di pazienza e non rompete il cazzo, domani vi scrivo una bella storia!


lunedì, novembre 18, 2013

Upper deck and the mug

E via in America, guess what? 
Ho voglia, visto che sarà anche l'occasione per prendermi un break dai miei amici italyankee.


E lo racconto ora, che sto tornando indietro. Ne avevo voglia, ne ho avuto abbastanza (tranne che di San Francisco: di quella non ne avrò mai mai mai abbastanza).
Beh insomma all'andata per la prima volta mi accomodo alla fila 77, upper deck del 747 KLM su cui salgo (grazie azienda, che ancora ci sei!). Beh, una figata: clima ancor più lazy e cozy (se tale aggettivo può essere utilizzato per reale compagnia aerea olandese..), l'impressione di una esperienza piuttosto rara, l'occasione per vedere quanto i flight assistants vadano avanti e indietro dalla cabina dei piloti. Cazzo ci vanno a fare poi?
Detto ciò: volo tranquillo, cibo buono ma nulla di trascendentale soprattutto pensando che è una business class; solito seggiolone che un pò si stende un pò no e ti fa coricare in discesa, enorme selezione musicale con cuffie potenti che ti portano da un'altra parte, ma solo se ti va.
E poi: hostess sorridente e giunonica che storpia il tuo nome in tutti i modi possibili ma - imperterrita - ci riprova a farti sentire un pò più unico, e un pò più coccolato. E ci riesce, sapete? O perlomeno, con un'alchimia tutta sua, riesce a portarti buonumore e tranquillità. Che poi ci vuol poco, se dall'altra parte, una volta atterrati, ti aspettano la California e alcuni giorni di vacanza nella città più bella del mondo.
Mi guardo attorno, tra gli ospiti tra le file 72 e 78, e mi ritrovo a pensare che lavoro fanno, quanto guadagnano, di che nazionalità sono.
Una cosa che mi sorprende (e l'ho notato anche nei voli in business class con Air France, le non poche volte in cui l'ho presa) è che ci siano persone piuttosto giovani, mescolate a qualche arzilla coppietta fiamminga. E c'è anche qualche donna, anzi meglio ragazza, cosa che ai tempi in cui ero un affezionato frequent flyer alla ricerca di status member Senator con Lufthansa, mai si verificava. Sugli aerei dell'airone era tutto perfetto, asettico, con senso molto più di efficienza che di lusso e con ospiti che al 90% rispondevano al profilo di cinquantenne con pantalone grigio, camicia bianca, occhiale con montatura tecnica e trolley Rimowa nelle cappelliere. Molti di loro, intenti a picchiettare sui tasti del loro portatile per tutta la durata del viaggio, oppure coricati su un fianco con l'impossibilità di rivolgere loro nemmeno una parola, perchè stronzi come sono ti giravano il culo come auf wiedersen.

Sui voli KLM la gente ride, guarda i film proposti dal sistema di intrattenimento, va avanti e indietro, attende il momento del regalo più ambito dai paranoici ossia la Blu Delft House che ce ne sono 94 ma loro, i paranoici, si ricordano benissimo quelle che a loro mancano per finire la collezione, e se non se lo ricordano magari si sono scritti una listina ad hoc. Folli!
Beh insomma dicevo prima, stare in upper deck chiude il cerchio di un milione di viaggi, centinaia di foto scattate, discorsi con i pochi amici frequent flyers come me ma al contempo mi offre la possibilità di stare in un'ambiente piccolo, con poco più di 20 persone e quindi analizzarne il comportamento, ammirarne il fascino (c'erano un paio di tipe molto carine, chissà magari studentesse a qualche scuola di recitazione o giù di lì) e realizzare che gli assistenti di volo fanno avanti e indietro con la cabina di pilotaggio ogni dieci minuti, una cosa incredibile! Me li riesco a immaginare i piloti, con un'occhio agli strumenti e uno alla scollatura della giunonica, le domandano se è rimasto un pò di chicken, beef o cod da mangiare e riguardo i beverages chissà qual'è la policy?
Solo acqua e CocaCola? Vietato bere alcolici come fossero dei taxisti? Oppure per loro non vale la regola, perchè si tratta di Comandante, primo ufficiale e gente con dei titoli del genere una volta per aria fà ciò che gli pare? Ricordo di essermi perso a lungo tra quei pensieri, finchè ovviamente mi sono ritrovato con la bolla al naso per ore e ore, in attesa del touchdown a LAX.
Poi arriviamo e quindi si richiude la borsa, si raccolgono le proprie cose, si rubacchia tutto quel che si può (la trousse, principlamente, ma a volte un cucchiaino, la saliera..) si infila il giubbotto e si va.. un momento.. chi cazzo è quella sventola?!?! Dov'era seduta?!?! Impossibile che non l'abbia notata, avrò fatto il corridoietto almeno 4-5 volte.. ma vuoi vedere che.. naaaa!! Minchia era in cabina di pilotaggio! 
Maglia leggera e scollata con le spalline sfasate, jeans che più aderente non si può, stivaletto arrapante, capelli biondo cenere e sguardo da panterona: mi faccio un film in testa in 2,8 secondi.
Adesso lo so cosa mi direte: sarà stata la fidanzata di un pilota, avrà avuto un biglietto di economy e ricevuto un upgrade, fatti i cazzi tuoi.. ma qualunque sia la ragione ufficiale, io mi son fatto un film della madonna. Sta tipa in una cabina minuscola e letto a fianco con il comandante e gli altri 2, per 11 ore? Beh io mi sarò fatto 4 coppe di Champagne, ma voi siete delle belle merde valà! Te invece, sei una gran sana!
Menzione speciale per lo steward che, beccatomi a osservarle il lato B come ipnotizzato, mi sorride e mi fa l'occhiolino mentre saluta deciso "hope to see you soon, Mr Vinceiinei!".

E "the mug", diranno i più attenti e rompicazzo di voi?
"The mug" è un pò il compendio degli USA, almeno in questa storia.
Conclusosi il mio periodo diciamo vacanziero in questo posto qua a destra, mi stavo accingendo a riprendere il lavoro e volare a las Vegas, per le solite visite e le mille strette di mano alle sempre più grandi ed euforiche e vocianti fiere di settore. Bene.
Ho passato giorni belli e piacevoli con il mio vecchio amico massi, che ormai 12 anni fa ha fatto una svolta a sinistra e ora si ritrova a ragionare in dollari. Sono stato con lui soprattutto, a bere, girare, mangiare e parlare di tutti gli altri che non lo vengono mai a trovare. Ma sono stato anche con i suoi figli Giulia e Luca (prime parole in italiano!!), con Jen sua moglie, l'anima jankee, con alcuni loro amici delle wineries, con lo staff del Rivacucina e ho pure incontrato Amira, amica di un'amica curiosa e smart che qui (beata lei!) ha trovato l'amore e il suo principe azzurro che proprio in quei giorni l'ha portata davanti all'oceano e le ha chiesto di sposarla. Roba forte! 
Il giorno della partenza Massi è impegnato e allora è Jen che si offre di accompagnarmi fino al Bart con il quale raggiungerò l'aeroporto.
Saranno forse 45 minuti di viaggio in auto, stiamo per partire ma lei sentenzia: ho voglia di un caffè! Rientra in casa e ne esce poco dopo con una tazza, una mug appunto, colma di caffè americano nero e liquido e bollente. La ficca nell'oblò della nuova fiammante Volvo XC90 e si va.
Conversazione interessante con quella che Massi chiama "il boss", Jen conosce l'Italia e fa domande sempre intelligenti e argute, cerca di fare un parallelo tra i diversi sistemi sanitari, domanda perchè la crisi "non va via", chiede delle novità del mio lavoro mentre, ogni tanto, sorseggia la sua brodaglia. E io, piccolo e provinciale, a chiedermi che senso abbia portarsi dietro una tazza da cucina in auto, solo perchè si ha voglia di un pò di cazzo di caffè.
Poi arriviamo a destinazione, lei gentilissima e premurosa mi vuole abbracciare per salutarmi, quindi salta fuori dall'auto. Ma ha troppe cose attorno a sé: uno smartphone con le cuffie, una borsa piena di cose, trucchi tra le dita, la tazza nell'altra mano.. che ovviamente le scivola e rimbalza sul sedile della fiammante Volvo XC90, impregnandolo per sempre di caffè nero americano, finendo poi la sua corsa sull'asfalto, disintegrata in mille pezzi.
"Ma cazzo di budda, non potevi lasciarla a casa e tenerti la voglia?!" penso io!
"Shit!! no way!!" Urla lei. Ma poi aggiunge: vabbè la tazza la ricompriamo, i sedili li facciamo pulire, anzi magari compro un set nuovo di "mugs" da cucina.

Cazzo, l'America.