sabato, maggio 14, 2016

Dontellmymom visto da me

Quando scatto questa foto è un pò il momento in cui l'adrenalina e la fatica, vera e tanta, lasciano spazio alla felicità, che sarà presto rimpiazzata, dopo pochi secondi, dai mille complimenti e dai "bello ma" e dai "se me lo dicevi" e poi "scusa stiamo scappando", "stupendo ma non si potevano comprare le T-shirt", "hai fatto bene ma ho visto pochi depliant distribuiti", "come si chiamava quello là", "hai ancora delle drink card", "facciamo una foto", "hai due minuti", "vieni qui un secondo" e tante altre che dopo una giornata ho ormai rimosso, tutte chiaramente nello stesso momento.
Ma tra il prima  e il dopo c'è questo istante bello che diventa subito stiva per la memoria: gente allegra, tanti amici sparsi che si sono goduti una gran bella serata confezionata da me, quel che ho sempre sognato di fare. Eccola!

Ma la storia comincia molto, molto prima. Dalla prima volta che assito alle serate #dontellmymom a Milano, a cura dal grande Matteo Caccia. Un pò di tipico stalking elegante, come lo definisco io, e mi sono infilato tra la curiosità di Matteo. Un #dontellmymom a Bologna? Chissà!
Incomincio a cullare la mia idea, mi faccio sempre vedere e stalkerizzo con sapienza, conquisto il palco di dontellmymom Milano un paio di vole e poi sferro l'attacco decisivo: quando la facciamo a Bologna, Matteo?!

E ora lo so, cosa vi state chiedendo voi che leggete: e che cazzo è #dontellmymom? bella domanda. E' uno storyshow. Si sale sul palco e si raccontano episodi esileranti o iperboli o anche episodi più riflessivi, intimisti e si evita così di andare dall'analista, e magari ci scappa pure il drink offerto.

Per fare questo o qualsiasi altro evento ci vogliono un pò di cose, ecco le mie istruzioni per l'uso:

Ci vuole che occorre avere qualcosa che ti piace e che puoi sentire raggiungibile. Se sei quel figo senza pari di Fabio Zaffagnini il tuo sogno può essere anche quello di far qualcosa di mai pensato prima, con tutte le conseguenze. Se sei Emanuele, qualcosa di meno mastodontico ma non meno sentito, perchè le storie mi sono sempre piaciute in ogni loro forma.

Occorre dunque trovare la tua strada, che mentre la fai la serendipità ti farà trovare al fianco i temi e i compagni giusti. Seguo Matteo Caccia alla radio da secoli, ormai (posso dirlo?) sono suo amico e quindi, dopo aver inviato alcuni racconti ai suoi programmi, dopo aver assistito ad alcune serate milanesi di #dontellmymom e addirittura dopo essere salito sul palco due volte a raccontare le mie storielle, come dicevo sopra decido che è ora di passare allo step successivo e rompo gli indugi pronunciando la frase che dà il via a tutto: "Matteo, lo facciamo un #dontellmymom a Bologna?!" il suo sì d'istinto mi conforta.

E poi e poi. Ci vuole la consapevolezza che non sei perfetto in nulla ma sei intimamente convinto di essere bravo in un pò di cose diverse, e che ti piace organizzare. Qui spiegavo, su linkedin, nel momento in cui avevo compreso che stavo portando avanti un evento che era un hobby in modo professionale, perchè ricercavo nella nuova avventura quello che ora non riesco a trovare nel mio lavoro, che pure afferisce all'organizzare dei grandi eventi, delle rassegne. Mi ci ritrovo al 100% anche ora, rileggendolo.

Ci vogliono soci: pensare una cosa è bello, ma negli eventi come nella vita fantasticare e portare avanti le cose insieme è molto più bello. E allora si ragiona con l'amico bolognese più esperto sulla perfetta location, si passano notti e si spendono migliaia di messaggi con l'amica Stefy fan di Matteo Caccia su come sviluppare il progetto, che immagine dargli, da chi farsi aiutare (anche se non le perdono la sua arrendevolezza e l'essere arrivata dopo gli altri contastorie quella sera: eri la produzione e l'hai dimenticato!). Grazie a lei reclutiamo Marta e Silvia, ragazze splendide che accettano con un entusiasmo, illegale come la loro giovinezza, di aiutarci in tutto, dal volantinaggio nei locali della città alla raccolta delle email la sera dell'evento: davvero impagabili. Ricorda sempre, se non hai una crew con cui ti riconosci, il progetto nasce già stanco.

Ci vogliono intuizioni: grazie ai contatti di lavoro recluto 2 amici/sponsors che finanzieranno le spese (ridotte ben al di sotto del minimo) e mi permetteranno di invitare Matteo e altri ospiti da fuori Bologna e di realizzare flyers e locandine progettate dalla Stefy. Denaro e fantasia sono un pò vasi comunicanti nella realizzazione di eventi, e quando manca il primo di contrasto sale esponenzialmente la seconda. Con Stefy ragioniamo sulla possibilità di intrattenere il pubblico tra le 19,30 e le 21 quando è previsto che cominci la serata. E allora perchè non invitare i comuni amici Pretty Green che fanno del bellissimo brit rock e poi ci daranno microfono e ampli per l'evento?
Infine, da un aperitivo delle 20 con Serena esce la sua richiesta di aiutarci, e così un evento nato per riempire una serata di maggio diventa qualcosa che ha addirittura un ufficio stampa professionale e annunci che verranno rilanciati su tutti i media locali il giorno di #dontellmymom.
Che figata, il network è davvero tutto.

Ci vuole perseveranza, quando ti ritrovi che quelli del locale ti dicono che forse quella sera avranno un altro evento e tu sei nuovo e forse ti spostano, quando la tua socia ti dice che se non ce la facciamo possiamo sempre rinunciare, quando Caccia ti annuncia che arriverà con la morosa Marta alle 21,20 e dovrai pregare il Dio di Trenitalia che il treno arrivi puntuale, quando mancano i soldi e tutti coloro a cui chiedi un aiuto non ti rispondono o ti danno rispostine ironiche (non mi ricorderò di voi perchè non è il mio carattere, ma mi sono segnato tutto! hehe) e quando accadono tante, tante altre cose che per fortuna ho già dimenticato.

Ci vuole che occorre ascoltare la tua vocina, quando tutti cominciano a sussurrarti cose nelle orecchie, a ridosso dell'evento. Ci vuole il palco, no è lo stesso. Le luci vanno chiare sennò non si vede!! E poi, soprattutto e prima di tutto, #dontellmymom si compone di una serie di persone che salgono sul palco e se Matteo e l'ineffabile scrittore Ugo Cornia (da lui reclutato e da me nemmeno salutato, magia degli eventi) ci sono, gli altri 5? La Stefy afferma di volerlo fare e tutti tranne me le danno fiducia, il responso della sua performance è qui.
Serena oltre alla stampa e alle pr che porteranno ad avere nella sala il doppio della gente che umanamente ci poteva stare, è una miniera inesauribile di contatti e intuizioni e grazie a lei arriva Ivo Germano, un poliedrico accademico della parola e poi io punto su Stefano Bottoni, ideatore del Ferrara Buskers Festival che nelle notti in cui prestavo servizio da pischello (non uscirò mai dagli anni 90..) ci ha raccontato episodi straordinari ma forse non è la persona più adatta a salire su un palco ma alla fine  - spinto anche dalla figlia Rebecca grane fan di Matteo Caccia - viene e, spero tanto, si diverte.


Poi per una serie unica di circostanze arriva un tizio che di professione fa il General Manager ma invece che dall'
analista, ha capito che i cazzi suoi è meglio se li racconta da un palco e lo fa in modo meraviglioso. Con lui nasce una naturale empatia fatta di scambi di tweet e messaggi telefonici. Sarà lui a regalarmi il momento più esilerante della serata quando, in attesa di entrare in pizzeria a mezzanotte e mezza sotto il diluvio universale e con una sigaretta simpatica in bocca, mi svelerà il suo segreto per essere un manager con grande self control.
Infine, Zaffagnini. Già lo avevo stalkerato l'anno scorso in una assurda e bella giornata con la Fede e alla sera, una volta seduto al tavolo con lui, avevo capito quanto puro, speciale e sereno fosse.
Ecco perchè era riuscito in un sogno talmente assurdo, quello del rockin 1000 dell'anno scorso, che ha portato 1000 musicisti a suonare insieme un pezzo-tributo ai Foo Fighters e poi avere il loro world tour modificato per fare una tappa a Cesena, una roba talmente incredibile che "non sembra nemmeno una storia italiana". Mi ci voleva lui per rendere la serata #dontellmymom Bologna davvero da ricordare e, tra missed calls e l'aiuto impagabile di Agustina amica sua, alla fine ce l'ho fatta.
Ma ti assicuro che i 7 storyteller che sono riuscito a raccogliere quella sera sono la sintesi di almeno 50 a cui abbiamo pensato, di almeno 20 a cui ho scritto o telefonato, a tanti no che ho ricevuto. Per questo ho capito, ancora una volta, che..

Occorre sbattersi: creare gruppi su whats'app, negoziare i free drink col manager del locale, salire sul palco e scattare la foto che vedete sopra, fare volantinaggio settimane prima, spostare decine di sedie per vedere di fare sedere tutti, salutare gli amici e conoscere il numero possibile di sconosciuti che sono venuti lì apposta per vedere qualcosa che hai voluto per primo tu; sono tutte azioni indispensabile e di pari dignità e mi dispiace se qualcuno non l'ha intuito.
Dopo che avrò finito questo post che sancisce il tributo al lavoro e alla libidine mia e vostra per la realizzazione di #dontellmymom Bologna, creerò un file excel per inviare tutte le email dei partecipanti registrati allo sponsor che me le ha già richieste, come parte del nostro agreement, e vi assicuro che andrei tanto volentieri a farmi un aperitivo!

Vivere l'imponderabile con il giusto karma: a un certo punto la stegista Silvia mi dice di straforo che c'è anche Matilda De Angelis la coprotagonista con Accorsi di "Veloce come il vento", quel film bellissimo sulle corse ambientato in Emilia. Ebbene io vado, saluto lei e le sue amiche e le dico che "è fortissima!!", ma cazzo vedo che le sede sono finite e so che a minuti se ne andrà e nemmeno ho l'intuizione di farmi una foto con lei, ma è comunque un bel momento che solo sere del genere, belle e organizzate pensando a tutti i particolari, ti possono regalare.
E poi l'avere avuto storyteller fighissimi mi ha consentito di conoscere, ad esempio, la storia di Fabio Zaffagnini che, senza tendone prima messo a disposizione poi ritirato da parte del management dei Foo Fighters che poteva contenere 50 mila persone, ha letteralmente perso un mucchio di soldi per la sua organizzazione ma nonostante questo, con la sua faccia serafica e allargando le braccia, si è goduto da Re squattrinato quel folle concerto di Cesena in loro onore

Occorre imparare a godere delle tue creature. Ma  è un processo lungo. Perchè #dontellmymom ha avuto tanti aiuti e lodevole supporto ma senza di me non si sarebbe mai realizzato, è la semplice verità. E qui sono molto scarso, fatico a gioire delle cose anche se vengono bene, sono sempre troppo focalizzato sul seppur banale aspetto che non è andato come previsto, scervellandomi da subito su come migliorarlo per la prossima volta, anche se potrebbe non esserci mai, una prossima volta.

Ingrediente fondamentale, il primo e l'ultimo in tutti i progetti che decidi di realizzare, sono gli amici. Quelli che ti dicono che verranno prima ancora che gli dici di cosa si tratta; quelli che ti mandano messaggi di "in bocca al lupo" dalla Thailandia, Londra, Brasile. Quelle che ti chiedono com'è andata il giorno dopo. Quelli che arrivano, si prendono una birretta, stanno in disparte perchè vedono che non hai il tempo di cagarli eppure ti sorridono, quelli che ti scrivono il giorno dopo per riportare l'entusiasmo di altri ancora, quelli che ti vedono in difficoltà e ti aiutano la sera stessa, e lo fanno sorridendo. Alla fine l'equazione dei Beatles è ancora quella che muove il mondo: l'amore che dai e quello che ricevi si equivalgono.

Infine, ho avuto l'ennesima conferma che ci vuole una voglia feroce di fare le cose che sai che ti piacciono, perchè presto sarà tardi e solo tempo di rimpianti. E senza lotta anche il premio sarà meno dolce.
Così invece, si passano 3-4 giorni di naturale depressione post parto, poi si ricomincia alla grande con tutti i nuovi contatti aperti da esplorare, la tara dei pros and cons da valutare, le idee nuove da sviluppare e quelle note da sedimentare.


Dopo pochi secondi da quella foto ispirata dai rituali di fine concerto dei Subsonica, quando è la band che fotografa il suo pubblico, sono sceso e mi è venuta incontro Emma abbracciandomi. Era andata, dai, avevo regalato belle impagabili ore ai miei amici e a chi aveva scommesso una sera sulle storie e su chi le avrebbe raccontate, e d'improvviso mi sono ritrovato le spalle più larghe, capaci di sostenere tutta la fatica che c'era stata dietro.

Dopo un'oretta circa da quella foto eravamo in pizzeria, noi dello staff e i performer della serata. Tra le cazzate di Matteo sulla juvemerda e le imitazioni strampalate; la confessione di Fabio che sì sta meglio ora di un anno fa ma non sa dove andrà a finire e che alla fine il suo sogno starebbe stare tutto il giorno sdraiato sul divano a vedere "Boris" alla TV; le sigarette simpatiche di un direttore generale figli di partigiani che ha combinato più cazzate in vita sua che tutto il Gruppo Fefo messo insieme.. beh in mezzo a tutto questo mi si è aperto un sorrisino perchè ho avuto la conferma, con esempi pratici che mangiavano una pizza intorno a me in quel momento, che "occorre essere molto seri per poter apparire stupidi" (cit.)

lunedì, febbraio 22, 2016

Cambiano i ruoli, siamo sempre le nostre relazioni

Tu ci provi a tracciare la rotta, ti metti anche ad armeggiare con le squadrette e il compasso, ma se non sai fare a leggere la mappa, se non trovi la fora di studiare, se non hai una crew che ti tira avanti, non ce la farai mai.
Sarai al massimo il capitano di una nave in bottiglia, nella cieca illusione di ordinare manovre che vedi solo tu, mentra qualcuno sposta te e la tua imbarcazione da una mensola all'altra.
Nel frattempo, cambiano i ruoli. E tu te ne accorgi vivendo, che la mamma di un caro amico si agghinda e sembra splendente, ma lei sì ha smarrito la bussola e lui la tiene mentalmente per un braccio nel resto del suo percorso, e sta trovando le parole giuste per dirtelo e tu sai che l'unico modo per essere un amico, è fare un sorriso e uno spergiuro di saluti.
Poi l'amico saggio che sbanderna completamente e diventa quello che va aiutato o perlomeno sostenuto per partito preso, che lui ha una situazione brutta ora e non puoi lasciarlo solo. E poi, dopo un anno e un pò, si rivela lui il vigile dei sentimenti e ti traccia una possibile rotta, ti dà una sveglia, ti dice hey sporcati le mani, che l'amore è comunque amore.
Nel frattempo cerchi dei stringere la tua comunità e per un tratto capisci che se è così difficile farlo è perchè ci sarà un motivo, che tutti sono impegnati a saltellare da una parte all'altra del ring della loro personalissima battaglia quotidiano, e allora ti viene da giustificare tutti, da far pace con tutti, da addirittura cercare di aiutare tutti, che poi alla fine è una faciloneria romantica anche questa e allora finisci col dire eccheccazzo o è troppo presto, o è troppo tardi e comunque non va mai bene nulla.
Senti tua madre che ti parla in modo un pò diverso, quasi capisce un pò delle tue non scelte, e si crea un'alchimia nuova che speri tanto che duri.
Poi un amico che ti chiamava boss si rimette in contatto, e vive nella città più bella del mondo e ha trovato una donna piacevole che lo ama e che gli ha dato un figlio, e pensi che il boss sia lui e la sola cosa da fare sia andarlo a trovare.
Ti scrivi per il secondo anno consecutivo le stesse resolution sul diario, le stesse identiche dell'anno scorso, che hai passato 365 giorni accarezzando l'idea di intraprenderli quei propositi e poi nulla, e ti viene un pò di freddo lungo la schiena impaurendoti che possa passare una vita, nell'attesa finalmente di vivere.
Ti rileggi un libro che hai sugli scaffali dal 1997 e decidi che lì dentro, che tu abbia 20 anni o 40, c'è tutto. Ne rileggi un altro uscito pochi mesi fa e rifai il ragionamento, perchè l'obiettivo ormai non è più catalogare, pianificare o confrontare, ma semplicemente sottrarre.

Tiritrovi a pensare che stai vivendo un periodo perfetto tra azione, sogno e consapevolezza e ti lamenti che sai che sarà breve, e la fretta torna, maledetta.
Mentre lavi i piatti, fai delle pensate della madonna e quindi maledici le lavastoviglie: siamo sempre la somma delle relazioni che abbiamo, e per il tempo che le abbiamo, e per la loro profondità e verità. Ci illudiamo di poter avere il controllo ma non è così, abbiamo solo il controllo della miscela delle relazioni, che è un pò una fregatura e un pò una salvezza.

Certi momenti vanno fotografati, pensi mentre guardi quella scatola rossa e ripensi al continente obliato e tutto quello che c'era stato prima.

giovedì, febbraio 18, 2016

Risposte

Carissimo,
In questo inizio d'anno, come ormai mi accade da qualche anno a questa parte, mi sono scritto gli obiettivi, le resolutions, e anche un breviario delle cose che devono essere fatte sempre.
hai presente no? Andare in palestra, perdere meno tempo sui social networks, socializzare, dimagrire, scopare, ascoltare musica. Dall'anno scorso, alla svolta del decennio, grazie al sempre più mitico mentor ne ho aggiunto uno: fare una cazzata al mese, che pare sia l'elisir per ottenere delle risposte. Da sé stessi, naturalmente.

Per esempio: tu lo sai a come reagirai se salissi su un palco a raccontare, solo con te stesso, una storia a un pubblico di un locale, un lunedì sera, col le luci puntate contro come i loro distratti giudizi denigratori? No, non credo. Io nemmeno. So che mi piacciono le storie, al limite mi piace raccontarle agli amici. Ora so, più o meno per certo, che mi piace anche raccontarle in pubblico (ora non immaginatevi una folla, intendo 70-80 persone, ma vi assicuro che anche solo strappare un sorriso a un perfetto sconosciuto che ti guarda interrogativo, beh è una bella prova di forza, altroché il colloquio di lavoro. Ammetto che mi ero preparato, che mi ero portato la claque, che avevo bevuto un gintonic preventivo, ma quando ho preso il microfono ed ero sul palco con i faretti di fronte ad accecarmi, beh mi è tremata la voce. Poi sono andato, mi hanno applaudito e addirittura fatto gli uuuuhhhh di approvazione, che alla fine mi è pianto il cuore a dover scendere. Ho avuto una risposta, cazzata di gennaio checked!

Ho scritto una lettera bella, appassionata. L'ho scritta, letta, riletta, riscritta. Gettata, ripresa, copiata in parte, chiusa in un puzzle di due belle storie. L'ho spedita a una persona che mi piace e mi piacerà sempre, per quello che è e come lo è, che ho avuto la fortuna di conoscere bene l'anno scorso. Contavo su di una risposta, chissà se mai l'avrò.

Ho finalmente aggiornato il mio curriculum, ci ho messo dentro tutto scopiazzando da quelli belli e spruzzandoci un pò del mio, alla fine, come un profumo prima di infilarsi il giubbotto. Che coglione.. dopo solo una giornata sono qui che ansimo per leggere la risposta, di quanto sono stato apprezzato, che mi stanno aspettando per un colloquio, che voglio me. Quanta insicurezza, che tragico bisogno di essere lodati.

Ho chiesto a una ragazza il suo numero e lei mi ha risposto parlando d'altro, poi le ho richiesto del tempo che fa e abbiamo attaccato a parlare, e poi ci siamo ritrovati al cinema uno accanto all'altro, a confessarci quanto fosse palloso, e lei che non la smetteva più di parlare.

Ho letto distrattamente, conosciuto autori mitici della mia adolescenza rivelarsi belle persone, ma collegate a serate strane non me ne sono fatto nulla, e alla fine ho ripensato che uno dei comandamenti d'oro che ho imparato è che i miti devono continuare a rimanere miti, che è meglio per tutti e soprattutto per quel senso inevitabile che di ha di voler ottenere delle risposte che loro in fondo sanno di non poterti offrire.

Ho chiesto ad un amico cosa si prova a diventare padre, e lui mi ha registrato un file audio notturno di questa specie di gatto che rantola, e lui che ride in sottofondo. Un'altra risposta.

Ho sentito i discorsi di un'amica che aveva tutto il sentiero perfetto di fronte e ora di ritrova tra le curve del Gran Premio di Montecarlo, e vorrebbe solo ripartire a razzo nel circuito di prima, e chissà se ce la farà.

Ho letto di Massi dopo un mese a San Paolo: scrive che all'inizio era preoccupato e con le aspettative bassissime, ora dice che anche solo dopo un mese, "sente" che ne è valsa la pena e poi usa quella formula che spesso ho usato io, che un pò mi appartiene, e di certo non lo fa a caso. La risposta sta nelle persone, solo andando verso di loro ci si può avvicinare.

Per ora basta così, a presto.




venerdì, ottobre 02, 2015

2 ottobre 1995 - 2 ottobre 2015

Vent'anni fa oggi, 2 ottobre, entravo al Virgin Megastore di Piccadilly Square a Londra e compravo questo disco. E la mia vita, come quella di tanti come me che sono cresciuti con il suono del BritPop, il mito del calcio inglese e i primi due libri di Nick Hornby, non sarebbe stata più la stessa. Ma molto più bella. Alcuni dei miei ricordi più incancellabili si legano indissolubilmente ai suoni di questo disco e per sempre, sempre lo saranno.
Perché il suono dei Beatles, Rolling Stones, Who o Springsteen era già storia per noi, ma avere 20 anni nel 1995 ha significato crescere con il suono del grunge, britpop e la elettronica di allora, è stato dunque un provilegio che i poveracci che hanno 20 anni oggi nemmeno possono immaginare.
La sera stessa andammo a vedere lo showcase a HMW in Oxford St. chiusa al traffico e Liam come menava quel tamburello, fu il mio primo "concerto" degli Oasis. Tanti ne sono seguiti.
Il sabato successivo, allo scambio della metropolitana di Hammersmith, due rude boys rientrando dalla partita del Chelsea, calciando una lattina di Coors, attaccarono a cantare "sheees iletttricc!!" e fu subito chiaro che quell'album avrebbe fatto la storia della working class inglese, quella che sembra non esistere più, per molti anni a venire.
E prima di tornare ci andammo anche noi, all'alba delle 6 a.m., lungo la stretta Berwick st. a farci fare una foto come quella sulla copertina, camminando strafottenti senza pensare a niente.
E se anche per voi, come per me, il momento più bello é quell'attimo di silenzio tra la track 3 e 4 di questo album, allora vuol dire che anche voi avete ricordi indelebili impigliati in queste canzoni.
20 anni fa.
Believe. Belief. Beyond.

dedicato a Richy, Vitto, Mirko, Sandro e a tutti quelli che hanno condiviso i suoni e i ricordi. 

mercoledì, settembre 23, 2015

Se davvero fosse una questione di soldi e tempo

Hola gente!

stamani mi sono svegliato e alla radio parlavano di soldi, costo della vita. Poi di lavoro, torna-si-stabilizza-ma-va-là non ce n'è e altre robe simili.
Poi al bar, una signora che parlava con altri due che hanno aumentato la retta dell'asilo, poi s'è rotta la macchina e boia che due maroni non ce la fa, che deve correre al lavoro via via che la stanno già aspettando, per portare a casa lo stipendio, che senza sarebbero rovinati.
Poi sento di amici, o amici di amici, che perdono il lavoro e per fortuna che il suo ragazzo ha un buon posto; di altri che una volta dicevano che l'equilibrio è tutto e ora fanno le 21 a lavorare tutti i giorni e poi si spendono tutto in weekend nei resort e quelle cose lì.
Poi ce ne sono altri ancora che gli dici "ci vediamo per un aperitivo"? e quello ti risponde "eeeh magari guarda ho una giornata tremenda, poi domani a Roma e poi giovedì a Londra in giornata e poi sabato mi sa che devo stare in casa che ho da recuperare le lezioni del master!!".
E magari c'è quell'altro che "il mio contratto di lavoro prevede 7 ore e 40 al giorno, perchè dovrei farne di più"?
Quello che sono due soci e si separano, e non sanno come andranno a finire.
Quelli che se gli chiedi "ma cosa farai nei prossimi anni" ti guardano come se gli avessi domandato dove ha seppellito il cadavere.
Quelli che "bisogna pur far qualcosa!", quelli che imperterriti inseguono il loro sogno anche se il presente è misero, quelle che hanno studiato un casino e poi finiscono col fare la mamma.

Insomma un pò un casino, gli equilibri di un tempo si sono del tutto perduti e direi che siamo molto lontani dal ritrovarne di nuovi.

La domanda che mi è venuta stamattina, mentre sorseggiavo il mio caffè, è la seguente: se tu, proprio tu che leggi, da domattina ricevessi esattamente lo stipendio che stai ricevendo ora ma così, come dicono quelli, di cittadinanza, cioè potendo rimanere a casa, cosa faresti? Immaginiamo che lo puoi ricevere, lo stipendio, solo se hai ufficialmente qualcosa su cui vuoi dedicarti.

Io organizzerei un gruppo, nel senso di una banda proprio (naturalmente prima dovrei imparare a suonare un minimo uno strumento, una chitarra direi) e suonerei, anzi proverei a suonare, tutti i giorni.

Poi farei in modo tale che quel bar diventasse anche il mio bar, dove chiamare i miei amici e commentare quella partita, quella ragazza e quella vacanza.

Andrei in barca a vela fino a diventare un vero marinaio, ma sempre in Sardegna o comunque nel Tirreno. Vivrei tra Emilia e Romagna, con frequenti viaggi a Londra, diviso tra i progetti sostenibili delle Serre dei Giardini di Kilowatt, quelli folli di Fabio e la sua crew di Rockin'1000, quelli miei raccolti sotto l'effige di Dromomania, perchè devi sempre avere tutta la strada davanti.

Di certo vedrei molte persone, passerei molto tempo con loro poichè per l'alchimia ci vuole tempo, e di persone con cui vorrei passare tanto tempo insieme ne conosco, sia da decenni che da pochi mesi o settimane. Organizzerei dei pranzi della domenica e delle cene tutti insieme, ecco.

Il tempo andrebbe stampato in tagli da 1 ora, una giornata, un weekend, una settimana e messo nel portafoglio, a fianco delle banconote.

Leggerei Infinite Jest di DFW, guarderei una lista lunga così di film che non riesco più a guardare.

Finirei quel progetto di Cyclica con il Mentor Achab.

Farei il PoletoPole dall'Alaska alla Terra del Fuoco con Cristiano e Niccolò.

Andrei a Buenos Aires per comprare una casettina, in cui stare un paio di mesi l'anno.

Farei un corso di pasticcere, un programma radio e forse un MBA. Incontrerei Baggio, Springsteen e Obama, anche Papa Francesco e Mujica.

Calcolando che anche tu, e tutti, avremmo un sacco di tempo disponibile, sono convinto che trasformeremmo il mondo in un posto infinitamente migliore. Basterebbero due anni, direi.

Il fatto è che sono convinto che, con tutto il tempo del mondo a disposizione, non è mica vero che il mondo si fermerebbe: molti non farebbero più un cazzo o al massimo andrebbero a correre al parco, molti altri farebbero più di adesso, liberando la loro fantasia repressa. Dite di no? In fondo, io mi son scritto sta roba solo per avere una bussola delle cose da fare, perchè lavoro o non lavoro, se vuoi fare le cose, il tempo lo trovi e le fai.

Infine, ascolterei musica, più musica tutto il giorno, fantasticando su quale concerto andare, cosa comprare.. tutte queste cose qua. Magari aprire un negozio di dischi, e se fosse oggi, il 23 settembre, suonare Springsteen tutto il giorno. Auguri Boss!

E tu, se da domani ti trovassi sul conto in banca il tuo stipendio senza lavorare, cosa faresti?


martedì, settembre 01, 2015

Liolà

Ci scrivo poco ormai quassù ma stavolta, come alcune vecchie abitudini, so che mi servirà e mi piacerà, così lo faccio.
Estate, vacanze. Alla mia età funziona così: hai famiglia, già a Natale sai che destino ti attende. Sei accoppiato, spesso te ne finisci una settimana in un luogo super ameno con la tua metà, uno di quelli mai visti prima né da te e né da lei.
Se non sei accompagnato, il gioco si fa più complicato perchè crescono sia i rischi che le opportunità. Rischi di rimanere tagliato fuori, di non sapere che fare, di litigare con i tuoi amici su dove andare, di cullare sogni di viaggi incredibili poi non riuscire a metterli in pratica.
Opportunità di fare davvero quel che ti piace, di visitare i luoghi del cuore, di decidere in piena libertà chi avere accanto, di aprirsi alle possibilità novità.

Il mix di questa roba qua, per me, significa una e una sola cosa: salire su una barca a vela in Sardegna. L'anno scorso avevo tirato la moneta ed era uscita una vacanza bellissima e un feeling che non se ne voleva andare via. Quest'anno, penso, quei ragazzi li voglio ritrovare. Anzi sarebbero davvero perfetti per me, persone con le quali ho speso due settimane lo scorso anno, con i quali mi sono trovato benissimo e che soprattutto non sanno nulla del mio quotidiano, delle beghe al lavoro o della tipa con cui sto uscendo, se ho problemi economici o se sto attendendo l'esito di quel colloquio per un lavoro a Milano. So solo che sono due ragazzi con cui sono stato bene, quindi certamente lo sarò di nuovo, e che in fondo il gruppo su whatsapp dopo la vacanza dell'anno scorso proprio a questo scopo, in fondo, serve.


Occorre cercare la barca: la quarta compagna della vacanza lo scorso anno, così unica nel suo modo di essere, aggressiva ma simpatica e quasi materna, ci suggerisce di cercare sul web questo scafo, Liolà, e parlare con i proprietari, che anche lei vorrebbe venire ma tra amici che arrivano dal Brasile a trovarla e gli hosts di Airbnb che le occupano casa, sta nei casini - chi ha queste vite tumultuose, fateci caso, sta sempre nei casini.
Noi ci mandiamo un pò di messaggi poi diciamo che sì, Antonia ha ragione: dalle foto la barca appare molto bella, l'itinerario previsto ci piace, la ragazza che ci spiega un pò le cose ci ispira molta simpatia e poi abbiamo tutti questa voglia di rivederci, così sincera e così forte. Naturalmente, siamo liberi da impegni e siamo arrivati al 30 luglio che ancora non sappiamo cosa fare e quindi la tendenza a dire sì è piuttosto naturale.
Alessandra, che funge da collegamento tra il Comandante di Liolà e i vacanzieri con basici rudimenti velistici (e apprenderemo dopo essere la sua compagna, ritrovandocela in barca alla partenza), ci informa che una cabina è già stata presa da due ragazze tempo prima, due tipe molto tranquille e sulla trentina, ci fa lei.
Il meteo nella nostra testa passa da sereno con bonaccia a variabile, con possibile moto ondoso in aumento.
Sì perchè - chi ha mai fatto vacanze in barca lo sa bene - lo spazio a bordo, per definizione è angusto, non c'è un bar dove andare se si vuole stare soli, occorre stabilire insieme tutta una serie di cose (dalla cambusa alle rotte, ai tempi di stazionamento in una determinata caletta) e poi vai tu a sapere che cazzo di alchimia si può creare a bordo? Quella è sempre un terno al lotto. In cuor nostro, speriamo che Antonia (la nostra compagna dell'anno prima) si decida a unirsi a noi, in modo da formare una solida maggioranza a bordo, collaudata e in grado di "gestire" le cose in ogni momento in cui c'è da prendere una decisione. E invece no: una mattina, Alessandra ci informa che ha dato conferma ad un'altra ragazza, amica di amici suoi, che arriverà in traghetto e che conosceremo alla stazione marittima di Olbia.
Le mie sensazioni sono positive ma alcune nubi, in questa estate dei concerti e dei cieli tersi, si addensano nella mia testa. E se le 3 ragazze non andassero d'accordo tra loro? E se, peggio ancora, fossero in qualche maniera inutilmente coalizzate con lo scopo di crearci imbarazzi, una volta a bordo?
Chissà: fatto sta che ci si presenta e subito veniamo spediti tutti a fare la spesa per la cambusa, poi a bordo e via, rotta verso la Corsica.
Noi 3 ragazzi sappiamo come si stia bene insieme, gli argomenti da toccare e quelli meno interessanti, le confessioni da tirare fuori la prima sera e tutte queste robe qua. Veniamo a sapere che per le ragazze a bordo si tratta della prima esperienza velica ma appaiono sorridenti e strafottenti, anche quando finiscono di corsa al bagno per vomitare, che nelle bocche il mare è agitato. Sorridono, trasmettono un feeling di benessere e complicità aiutato dal fatto che il Comandante e Alessandra sono cordiali e pieni di esperienza per farci superare le piccole barriere iniziali.

Il resto, beh il resto non lo posso raccontare.
Perchè non ci sono le parole, o perlomeno perchè io non le conosco. Le parole per descrivere l'assoluta bellezza e ineffabilità di quei sette giorni spesi tra il mare, rade e località stupendi e soprattutto ognuno un pò, sempre di più, dentro il tempo degli altri, con il piacere puro di stare insieme, conoscersi, confrontarsi, parlarsi. E ridere.. mamma mia da quanto tempo non ridevo così tanto.
E come sempre mi sono ritrovato a constatare che buttarsi, alzarsi dal letto e fare qualcosa porta con sé il potere fortissimo di aprirsi alla serendipità, apprendere da ciò che si sente, ciò che accade.
Ho imparato tantissime cose, che spero di portare con me il più a lungo possibile.
Ho imparato che andavamo verso Bonifacio, Cala della Rondinara o Lavezzi ma in realtà andavamo ogni giorno di più verso Isabel, Gigi, Eleonora, Paolino, Rosa con la grande fortuna di avere accanto persone che sono un pò così anche nella vita reale, un pò sono davvero quelle che sono state accanto a me in quei meravigliosi giorni intorno all'arcipelago della Maddalena, anche se le incroci al supermercato sotto casa. Che culo, ragazzi miei, avervi incontrato.

La vela è vita perchè impari a capire che non puoi cambiare il vento, ma puoi sempre regolare le vele.
La vela è vita anche perchè ti mette a stretto contatto con gli altri e ti impone di cercare il miglior te stesso da offrire agli altri, che la barca così sarà molto più stabile.

A volte ho fatto questo gioco di trovare i "momenti perfetti" e sono stato fortunato quest'estate perchè ne ho vissuto più di uno. Nella settimana passata su Liolà ce n'è stato uno che vi voglio raccontare.
Saranno state le tre del pomeriggio, o forse le quattro, nel rarefarsi del tempo che solo il sole sulla pelle e alcuni giorni nomadici in barca avela ti possono dare. Non riesci più a pensare a niente, anzi meglio: finalmente riesci a non pensare più a niente, che se ti chiedessero il numero del pin del bancomat rimarresti a bocca aperta per mezz'ora. La barca è quasi deserta, siamo rimasti  a bordo in tre, che tutti gli altri hanno deciso di nuotare fino a riva, battigia dell'isola di Cavallo, per quel poco che la si può calpestare visto che è privata e popolata da rade, meravigliose ville.
Io sono a prua, steso al sole, apro "L'estate infinita" di Edoardo Nesi e ne leggo alcune pagine, poi cado addormentato. Dopo un pò mi sveglio, mi guardo attorno, scambio due parole con il Comandante e realizzo che sono le 4 appena. Tutto il pomeriggio davanti. Magari potrei fare un tuffo, oppure mi rimetto a leggere, e stasera potremo giocare a indovinare i film mimandone i titoli, oppure raccontarci gli ultimi 3 anni della nostra vita.
E' ancora quel momento lì quello che a me piace più di tutti.

Con tutto il mare davanti
Con tutto il libro da leggere
Con tutto il tempo per aspettare gli altri che torneranno.

Che poi sceglieremo insieme una canzone, ci passeremo l'accendino e fantasticheremo su un possibile ritrovo ad ottobre. "Momenti perfetti", li chiamo io e sono la cartina al tornasole di una vacanza perfetta, che per fortuna si sta trasformando in una fine estate di nuovi contatti e progetti.

giovedì, luglio 23, 2015

Cominciare a sporcarsi le mani

Ci sono cose che se non le scrivi, mica ti entrano in testa.

Ti perdi nel lavoro dove vedi che sei capace, anzi forse a volte sei un tantino sprecato, e alla fine ti incazzi perchè non ti danno soddisfazioni. #graziealcazzo, lo sapevi già da prima!
E ti dimentichi di fare le cose che servono a te, conoscere meglio le persone che ti interessano, sporcarti le mani, prendere qualche calcio magari ma darne anche, sgomitare e costruirti bene la tua strada.
Hai sbagliato a leggere la cosa, a dare la scala di priorità. Hai sbagliato forse a pensare, o a pensare troppo, che il tempo passa e qui non succede un cazzo e te lo vendono come un successo.

I tuoi punti di riferimento che a volte non sono più tali: alcuni mostrano le loro fragilità, altri fanno cazzate o sono giù di corda, altri ancora semplicemente capisci col senno di poi che non lo erano in realtà, dei punti di riferimento.

Una vita dove le cose non si punta più a farle bene, ma a tentare di metterle in piedi, in un contesto dove non credi più a nessuno e non hai traguardi a lunga scadenza, non è una cosa bella.

Senza un progetto non ci si alza dal letto!! Morgan quanta ragione hai, Morgan.

Bene, arrotolarsi le maniche e cominciare a sporcarsi le mani! andale!

sabato, gennaio 03, 2015

Perchè le storie degli altri, sono le nostre storie.

Dopo anni chiude un programma su Radio24 che davvero, mi ha cambiato la vita. Che poi non è un programma, sono stati anzi almeno 3 programmi diversi. Con un tema comune: raccontare le storie. Che prima non sapevo come dirlo e ora invece sì: le storie degli altri sono le nostre storie e conoscerle ci rende un pò migliori.
A me le storie mi hanno reso migliore in un numero infinito di modi, che ho cercato di raccontare ai curatori del programma con la storia di sotto. 

Aeroporto come sempre, volo AZ1595. L'aereo prende il volo e io mi infilo le cuffiette, metto l'iphone in modalità utilizzo in aereo e apro la app dei podcast.
Ascolto sempre gli stessi due per primi: la puntata del 14 febbraio 2012, quella di Viola che si lascia con il suo ragazzo, una voce bellissima. 
Poi subito dopo quella del 20 febbraio, Massimo Neriotti e il suo Scagnolari

Ma la storia comincia prima, molto prima. Gennaio 2010, uno dei pochissimi giorni a casa dal lavoro senza un motivo particolare, dopo oltre 6 anni di lavoro e viaggi quasi ininterrotti.
Erano le 16, ero a zonzo in auto e su Radio24 c'era questa storia di una vita in vendita per cominciarne una nuova, una voce molto bella, una storia bellissima su una racchetta da tennis. Fu amore al primo ascolto.

Poi: passano i mesi, volo in Argentina, ascolto tante tantissime puntate in quella trasvolata di 12 ore, sempre con le cuffiette, e la signora di fianco a me, vedendo delle lacrime scendere lungo le mie guance, che mi chiede se va tutto bene. Si che va tutto bene, fu un momento di rara empatia.

Poi ho conosciuto la Stefania, non so perché. Ci facevamo like a vicenda nei commenti su quanto scrivevate su facebook, e da lì é andata avanti. Ora ci vediamo sempre e siamo grandi amici. Abbiamo inventato impegni di lavoro per venirvi a sentire al "live" e anche a #dontellmymum e parliamo di certe puntate e son cose che capiamo solo noi.

Ma andando ancora indietro, la vostra iniziativa a RivadelGarda con RadioIncontri e il mio racconto selezionato per la finale. Era il 2010 ed era vendo anch'io o qualcosa del genere. Una trasferta che diventa una festa, con molti amici che mi seguono, un bellissimo weekend che libera le sinapsi e allora chiamo un amico che lavora in una radio underground bolognese e gli racconto che vorrei fare un programma di storytelling, che ho in mente una storia e che l'idea di andare in onda con un radiodramma sarebbe stata "killer". Chissá in quanti mi hanno ascoltato, ma fatto sta che è uscito fuori "Dromomania", un programma in cui un malato di viaggio visitava e raccontava il mondo che vedeva, in attesa di trovare la città che "risponde alla sua domanda fondamentale". Insomma, ho fatto un programma radio, 40 puntate di mezz'ora. Un romanzo radiofonico con tutta la miglior musica e le pagine dei libri più belle di sempre. Uno spasso enorme.

Grazie alla Stefania ho deciso di imparare a nuotare, visto che stavo provando a imparare andare a vela. Bene: dopo 3 anni, posso dire di saper fare un pochino a nuotare, a stile e dorso, e questa estate in Sardegna dalla barca in rada sono arrivato fino in spiaggia, cosa impensabile prima.

Poi. Per lavoro sono dovuto andare al Sole24Ore a parlare della fiera e del settore per cui lavoro, che ci sarebbe stato da sviluppare uno speciale e poi Barisoni era stato pensato come il moderatore al convegno inaugurale.
Da lì si arriva a ragionare di avere Radio24 tra i padiglioni durante i giorni di fiera, per alcune interviste su "Focus Economia". Le mie parole alla direttrice marketing Luisa Valsecchi sono perentorie: l'affare si chiude solo se mi manda Caccia e Bonini a Bologna a fare una puntata sui meccanici.
E così avviene, in pratica ho una puntata del programma di storytelling a casa mia, o quasi, per la gioia di Stefania, unica spettatrice con sedia dedicata. Ancora oggi me la racconta, quella giornata.

Ecco. Volevo dirvi che tante cose sono nate, grazie a voi. Al vostro spirito, alla serendipitá. A non so che.

Per chiudere, confermo ancora una volta quel che vi dissi e purtroppo andó tagliato il giorno che avete letto la mia storia, nell'aprile scorso. Conoscervi per caso, ascoltarvi e divenire dipendente delle vostre storie mi ha reso una persona migliore perché conoscere le storie delle persone significa conoscere le nostre storie.

il programma riparte, su una radio nuova e con un nuovo progetto. Così come il programma, anche le storie e la vita ripartono, basta solo raccontarle, ascoltarle, viverla.

sabato, dicembre 13, 2014

Il calcio è la seconda cosa che ci interessa di più. La prima cosa, sono le persone.

Eilà,

ancora una volta torno da un viaggio e mi viene da scrivere.
E ci sta. Perchè se non sei bravo a notare i microcambiamenti, i feelings, i toni e gli umori - come io certo non sono - allora ti vuole sempre un bello choc per tirarti fuori un punto di vista, un paragone o anche un'emozione.
E il Sudamerica è emozione, come nessun altro luogo al mondo, per me e per quel poco che ho visto.

Su Buenos Aires ho ormai una memoria un pochino sbiadita, sono passati quasi 10 giorni e non ho nemmeno una foto da osservare per farmi tornare fuori qualcosa, perchè tanto per cambiare ho perso il mio iPhone e ora so dove andranno (tra le altre) i soldi per il mio regalo di natale.
Però un sacco di cose restano, eccome. I tanos di là, certo molto diversi tra loro, con una vena ora ironica ora disincantata ora nostalgica, ma pieni di sfaccettature e piacevolezze.
Andrea mi ha invitato a casa sua a vedere una partita in tv, poi in un'indigestione di calcio e parilla siamo andati alla cancha de Velez e quindi a mangiare, finendo con un caffè alle 3 a.m.
Indubbiamente è interessante, sono certo che Buenos Aires lo ha reso ancor più interessante, ha un modo di vivere la vita che un pò deve essere suo proprio, un pò deve essere come un'abbronzatura che ti dà il luogo, e che in Italia avevamo forse e ora si è persa, ma va ritrovata.
Alla fine della serata, mi ha lasciato alle 3 del mattino di fronte al mio hotel e per 10 minuti ho rivissuto la scena dell'esperienza di due anni fa, quando un set mi si parò dinnanzi nell'incrocio tra Gorriti e Fitz Roy.
Rileggetevi quel post, le tanto vituperate politiche della Cristina e un'inflazione reale al 30% poco hanno potuto, i venerdì sera a palermo Hollywood sempre quel feeling lasciano, datemi ascolto risparmiate un pò di soldi per il (lungo) volo e venite a vedere con i vostri occhi, di cosa sto parlando.
Andrea è uno che se stessi là lo vorrei vedere spesso, perchè quasi sempre dà una visione inedita di una situazione già vista. Mi fermo a pensare quante volte ho pensato, quante volte ho scritto se stessi là. Dopo 10 anni di viaggio e 6 di mazzate nel posto dove vivo, mai come ora ho ancora voglia di viaggiare per conoscere, importare e aggiustare un pò il posto in cui vivo, per provare a lasciare un mio segno. Ma ne parleremo.

Grazie alle chiacchere con Andrea ho saputo che i lavori in casa degli artigiani, sì quelli di idraulico o imbianchino, solo da noi si chiamano "a regola d'arte" perchè là no, non c'è la tradizione ("Che, que lo quedas asì eso??" ecco cosa dicono i duenos di casa mentre vedono nefandezze apparire sulle loro pareti di casa. Certo che lo lasciano così!).
Alla cancha de Velez ho capito che le partite di fine d'anno sono inutili in tutto il mondo, che anche il Velez è di fortissime origini italiane, che il calcio argentino è in una crisi profondissima poichè qualunque minimo talento è più pagato per giocare fuori, anche in Thailandia, piuttosto che nel campionato del suo paese; poi ho imparato che il papa è in effetti amatissimo, ma al secondo gol fortunoso e in contropiede, un tizio accanto a noi e fino ad allora silente si è alzato in piedi per gridare con voce baritonale "Papa Francisco la putamala que te pariò!!" e allora anche qui ci somigliamo proprio mannaggia.

Dieci minuti di gloria camminando alle 3 di notte per far scendere el asado: mi fermo a osservare una vetrina spenta e un ragazzo chiaramente inglese mi si avvicina, che sta per entrare in casa lì di fianco e con un accento fortissimo mi fa: "como fue tu serada?".
Io squadro sto biondino e decido di trasformarmi in porteno per 10 secondi: soppeso la risposta e poi a mezzabocca biascico "che, yo la voy a empezar ahora mismo, boludo!". Lui ride e entra in casa, facendomi il segno di vittoria. Gol!

Gol appunto: con 3 voli della compagnia arancione valico il confine e poi viaggio lungo il subcontinente verdeoro. E' un'esperienza da fare e rifare, perchè sono certo che non basterà mai. Vedi il sud e ti manca il nord, vedi le città e ti manca la natura, vivi le spiagge ma non conosci i locali e il loro modo di vivere. Non basta una vita per conoscere il Brasile. Te lo assicuro, è così.
Ho la fortuna di conoscere Fer, un'amica che ha vissuto tre anni in Ialia illuminandola con la sua sapienza e modo di essere. E' una bellissima ambasciatrice del suo paese e i certo la prossima Presidenta del paese. Lei mi fa da Cicerone e mi racconta la storia di Porto Alegre, mi ordina di continuo caipirinhas, mi fa provare la migliore picanha della città e insomma mi fa fare due passettini dentro la sua città, il suo stato, il modo di essere dei brasiliani tutti.
Che insomma, non sono diversi da noi ma cazzo stanno bene. Perchè anche noi lo stiamo, ma loro hanno come un pappagallo che deve ripeterglielo ogni mattina quando scendono dal letto.
La vita ha sempre una prospettiva da cui osservarle le cose e, salvo casi eccezionali, può sempre essere vista con più luminosità o più nuvolosa. Siamo noi a gestire questo photoshop sulla foto del nostro quotidiano.
A quanto ho avuto modo di vedere, dovremmo andare a frequentare corsi tenuti da loro su come usare al meglio quell'intrigante programma.
Porto Alegre è diversa e calda, brasiliana e italiana, ordinata e in salita, giovane e con stile classico. Un posto dove la gente va a lezione dopocena per prendersi la laurea in giurisprudenza a 40 anni (e la Fer gli fa lezione, 12 ore di lavoro no stop), dove per il carnevale fanno giusto un paio di giorni di stop, dove a luglio ed agosto può quasi ghiacciare. Dove uno scontrino è "uma notinha", dove il concierge dell'hotel si impegna a affinarti quelle 4 parole in brasileiro che so. Mi è piaciuto.

Poi a Belo Horizonte, ho trovato il perchè del titolo del post. Uno staff ad aiutarci, nella nostra missione di lavoro, sempre disponibile, sempre allegro, sempre tranquillo.

Tu che leggi, quanto daresti per avere una vicina di ufficio che, al suo del telefono risponde con voce vibrante con qualcosa del genere: "Olà.. sìm.. tudo bem... aaahh!! TODA JOYA!!"
Cioè ma ti rendi conto?
(e soprassiedo sui lunghi capelli neri fin quasi al sedere e sui tacchi a spillo di mercoledì mattina!)

C'era poi quest'altra ragazza, Julia, bellissima e con un modo di fare davvero incantevole che ci accompagna a una visita per farci un pò da interprete. Svolge il suo lavoro perfettamente: è una brasiliana che ha scelto di studiare italiano al liceo andando a fare la scuola della Fundacao Torino così.. perchè l'italiano è un sogno (ribadisco: ma ti rendi conto?), non ha origini italiane lo ha fatto proprio perchè le piaceva!
E' elegante, avrà al massimo 25 anni e alla fine, dopo avermi sedotto ancora di più chiedendomi se amo il calcio e che la sua squadra del cuore, che segue sempre, è il Cruzeiro, ci saluta con convenevoli che saranno durati 15 minuti, poi ci prende le mani in un gesto innocentissimo ma che racchiude tutto l'olismo cosmico del bene, una perfezione così assoluta in un movimento che noi in Europa o nel nord del mondo non sappiamo neanche più cosa sia, che nemmeno tra moglie e marito alcune coppie non vivono (ndr: sì, alla tua domanda rispondo sì! me la sarei trombata seduta stante!! e tu se sei uomo, lo stesso).
E alla fine, dopo tutto questo, si accomiata dicendo "spero di essere stata utile per voi in questa giornata, so che questo incontro era importante per voi e mi ero preparata al meglio". 47 minuti di applausi, abbiamo parlato di lei tutta la sera.
Ma il giorno dopo, anche di meglio: c'è una interprete ufficiale che dovrebbe andare ancor meglio di Julia (che in sala è indaffaratissima tra microfoni, foto, cartelline, networking.. a proposito: dopo il liceo, una laurea e un master in marketing), anche lei molto giovane molto appariscente e molto carina. Però va in banana!
Si blocca spesso, la aiutano un pò tutti nel trovare le parole da tradurre, ci sono spesso silenzi imbarazzanti, le nostre frasi si fanno sempre più brevi nel tentativo di aiutarla... vabbè, non una gran figura.
Ma alla fine, quando dopo i convenevoli e lo scambio di biglietti da visita e quattro chiacchere in portoispanoingloitaliano un pò con tutti rimaniamo solo noi, lei, la ragazza giovane e quasi tremante, viene da me e mi dice che si scusa perchè era nervosa e ha fatto un pessimo lavoro, era molto emozionata e ora è dispiaciuta, che sa che non si può rimediare ma che ci augura che tutta la nostra missione vada per il meglio.
Cioè, voglio dire: lei poteva andarsene, confondersi tra la gente, stare zitta e sbattere gli occhi invece è volontariamente venuta a prendersi il suo piatto di merda da mangiare, perchè le persone sono la cosa più importante, questo danno davvero la pena di pensare i giovani brasiliani. Che saranno anche corrotti, scostanti, imberbi, talvolta svogliati ma almeno sulla mia esperienza posso dire che la parte buona del paese è in buone mani.

Di San Paolo non parlo che ho un crampo alla mano, ma lo farò presto. Voglio ringraziare tutti quelli che sono venuti a pranzo il 23, spero si possa ripetere presto.
La cosa più importante sono le persone e a volte occorre andare lontano per ricordare bene questa verità.
L'ho già scritto ma lo ripeto: occorre che torniamo a provare stupore nelle piccole cose!

W O' Brasil!

sabato, ottobre 25, 2014

Qualcosa su Roma

Mó oo sai che a mme er lavoro me piasce.. te o sai.. Peró mó me sto a scojonà!! Un giorno er toner bloccato, un altro er fax che nun funziona, na cosa n'artra mó me comincio a ffa deee domande! Si ffossi n'diriggente nun dormirei aa notte!! Só ssolo n'funzionario có determinate funzioni.. - (s'arza na voce) Ehmmó! sei n'direttore daaa cosa!! - certo!! Peró mó ce stanno i ddiriggenti che un ponno bloccacce.. - dolceee??!? Dolcino?! (prorompe il cammeriere, e il tavolo da 8, in coro, per tutta risposta) EMBÈ!!!!
Vellutata di nocciola tutta a vida!! Mó ce scofaniamo pure questa!! Tanto chessó.. Eeeh duequaranta.. Embè?!


Roma.

Interno. Pomeriggio. Location: Giggetto, Portico di Ottavia, Ghetto. Roma.

"Mó ammè ma mancano dieschanni paa pensione, mó na vorta a questo punto aveii finito de lavorá, mó come stamo messi ce tocca d'annà avanti!!"

Mi venga un colpo se ho capito dove sono impiegati questi 8 che ho di fianco a pranzo, con età tra 45 e 60 anni, so solo che non lo nominamo mai il posto in cui lavorano.
Di contro peró alcuni altri interessanti termini: ragioneria, centrale acquisti, ufficio permessi, permessi speciali, inpdad, rappresentanze, ritardi, assenteismo, selezione, concorso tagliato su misura, piano assunzione diriggenti, mobilità, rivalutazioni, scorrimento graduatorie, inps, accantonamento, diritti stabbiliti, negozziazzione, stadio nuovo della Roma, delibbera, mó quant'effiga a nuova ingegneressa.

Ma facciamo un passo indietro. Ore 10,20 arrivo alla stazione Termini

Ancora in stazione decido di prendere un caffé e mi reco in un bel bar di quelli profondi e con i banconi neri. Impossibile rispondere a un sms sul telefono: la gente in coda per lo scontrino passa avanti da ogni lato e in tutti i modi. Occorre spingere e allargare i gomiti!
Coda lunghissima: il cassiere è al telefono e si dilunga sfottendo sulla Roma e sulla Lazio.
Al banco, un secolo per avere il caffé e non come lo avevo richiesto, domandando per favore.
Prendo la metro e faccio le scale: quelle mobili sono rotte sia a salire che a scendere.
Arrivo alla guardiola della sede del Ministero dello Sviluppo Economico e nessuno mi guarda perché i due carabinieri sono impegnati sul loro smartphone a battere il record di qualche videogioco.
Alla porta, suono (giuro suono!) ma nulla: la usciere che dà il badge (e apre porte) chissá dov'è. Arriva giustificandosi e lamentandosi.

Riunione: nessuno ricorda della mia email di due giorni prima, pare sia un problema fare 4 fotocopie, il dirigente é stato trattenuto in un meeting improvviso, le poche considerazioni dei due pellegrini di fronte a me sono del tutto strampalate.
Però si lamentano benissimo: che sono pochi, che lavorano troppo, che hanno risorse scarse, che non nutrono di adeguata considerazione.
Esco e la usciere (la stessa di prima) che mi deve consegnare il documento di identitá non c'è. Avrà il diritto di andare al bagno pure lei, mi apostrofa mentre arriva con tutta calma.
Vado verso la metro e tutto é sciatto: arredi alla stazione divelti, accattoni ovunque, sporco, vagoni imbrattati, annunci incomprensibili.

Torno al centro, scendo al Circo Massimo e cammino col naso all'insù fino al Ghetto, in preda alla solita Sindrome di Stendhal. Come fanno a lavorare questi? Con che crudeltà glielo chiediamo?
Leggo annunci immobiliari con valori che forse solo a Londra vengono equiparati, noto moto costosissime, suv ovunque, bar e ristoranti pieni. Roma.


Ordino carciofi alla giudea e bucatini alla amatriciana e ascolto questa commedia dell'arte in scena al tavolo a fianco. Penso che Roma non sará mai un posto normale. Davvero: o la chiudiamo come un museo o ce la teniamo cosi.


Per la cronaca: era il pranzo per salutare uno di questi funzionari che andava in pensione. Chissá che stanco che sarà stato dopo secoli di duro lavoro. Mica ho capito per quale ente fossero impiegati. Ho capito peró che avevano tante cose per cui lamentarsi.

Fuori, un fiume di gente che inondava come ogni giorno Roma. Mi si é rivelata in tutta la sua meraviglia la perfetta definizione di "città eterna" per questo luogo.

Riforme? No, Roma.


martedì, ottobre 21, 2014

London means energy London means everything

Sono tornato a Londra la settimana scorsa, terza volta per me quest'anno e forse non è finita nel 2014.
Naturalmente ai due giorni di business ho sommato 2 giorni di incontri miei, osservazioni, esplorazioni. Due giorni per vedere amici, amiche, conoscenti che sta cosa qua lo so che ormai è forse fuori fuoco rispatto a quello che dovrei fare, ma a me continua a piacere. Ragazzi, mi piace.

Io tornerei indietro, ai vecchi post che ho scritto quando sono passato da là.. tornerei anche ad ascoltare quella grande sega che è stata Dromomania, programma di Storytelling radio in un periodo fertilissimo della mia vita creativa, 4 anni fa. Tornerei ad ascoltare la puntata dove il malato di viaggio si reca a Londra, ma non mi serve. Me la ricordo ancora perfettamente.

Ricordo tutte le volte che sono venuto a Londra, tutte le cose che ho scritto su questa città, tutti i feeling che ho avuto, gli odori che ho respirato fossero quello di fumo sotterraneo nella Tube, di solvente nei grandi department stores appena puliti al mattino, di muffa nei vecchi record shop, di piscio girando certi angoli dietro pub che ormai non ci sono più, di erba bagnata attraversando Hyde Park.
E poi mi ricordo tutte le sinapsi che mi ha aperto Londra: la southbank che mi rimandava alla mente l'inizio di "4 matrimoni e un funerale; lo scalpitio di zoccoli di cavallo che mi ributtava al piazzale davanti al vecchio Stamford Bridge, a vedere Chelsea-Arsenal rigorosamente al sabato pomeriggio; quel ragazzo che calcia una lattina fuori da una fermata di metro della Hammersmith appena parte "She's elettric" e tutto un lavoro così.
E i suoni, tutte le canzoni di Londra, tutti gli atterraggi in aereo, tutti i viaggi in metro con le cuffie nelle orecchie e via di Pink Floyd e Bowie, Clapton e gli Stones, Massive Attack e Portishead, Wham e Queen, Clash e Jamiroquai e Amy Winehouse perchè Londra più di ogni altro posto al mondo è LA musica, tutta la musica, tutti i suoni.

Però poi Londra è energia, ancora una volta, velocità. E sorpresa.
Energia significa la hostess che ti sorride aperta e ti dà una pacca sulla spalla mentre ti saluta; è la receptionist che ci mette passione nel raccontarti le 4 banalità del suo lavoro; sono i milioni di italiani che sorridenti occupano tutti i bar ristoranti tavole calde e catene di cibo delle zone 1, 2 e 3 di Londra; sono le francesine strafiche che camminano sulle punte lungo Kensington, è Gianlu che ti vuole vedere anche se non ha tempo e si attacca a facebook per fissare un appuntamento e ti viene a prendere alla fermata della metro, è Lucia che non sarà a Londra in quei giorni ma ti manda qualche suggerimento sempre azzeccato, è Margherita che nella sua semplicità mista a serenità si muove precisa tra case da acquistare e reparti maternità, tra fiere del caffè e concerti alla Royal Albert Hall; l'energia di Londra è Silvia che due settimane prima tenta di prenotare all'Esperimental Cocktail Club e lo trova esaurito ma non si prede d'animo e ne scopre un altro quasi migliore; sono i doorman all'Intercontinental di Park Lane, le donne in carriera che spingono dentro la Tube, i kuwaitiani che chattano allo smartphone mentre sorseggianio un tea in un Café Nero, un compleanno improvvisato in un bar kitch di Regent Street, le spagnolite che in gruppo camminano e charlano lungo Portobello Road, le old ladies con berrettino a elica perse a Belgravia che, con un accento pescato con la macchina del tempo, ti chiedono dove sia Crescent Park o Garden o Lane o chissachè.

Velocità significa corsa alla casa: trovarla in affitto, migliorarla, cambiarla, comprarla, aprire un mutuo per lei, convocare un solicitor, rivalutarla, passare il sabato a vederne 4 nuove "di scorta", se non venisse accettata l'offerta per quella scelta. Velocità significa fissare 5 appuntamenti lungo la giornata e durante il quarto parlare del giorno dopo e pensare a ieri, segnarsi il nome di un contatto, di un ristorante, di un sito, di una app, di un libro, un suono, un sogno, un taglio di occhi.
Londra va veloce, e vecchi ricordi liquidi si sovrappongono a quelli presenti e già invercchiati, in un effetto saudade che proietta il te ventenne nelle domande del te quarantenne che sa che ce la farebbe ancora, se decidesse di muovere qui, ma che il sogno non esiste e allora per cavarsi l'astinenza di dosso basta comprare il Guardian lungo Cromwell Road, pedalare con le Borisbikes fino a Portobello e poi da lì, dietro le ville di Holland Gardens, fino a Marylebone e Baker Street e poi su oltre Hampstead heats e chissà dove, senza pensare perchè Londra è veloce, al massimo fermandosi a catturare quel suono con Shazam, perchè Londra è un suono.

Sorpresa significa Harrison Ford vicino di tavolo e quasi non darsene caso, ridacchiando appena con la cameriera aragonés sul drink che si sta bevendo; poi significa una nuova città a est che si è innestata su quella che conoscevi e ne ha creata un'altra, un flavour nuovo ancora che sembra quasi di andare in vacanza se per una sera o una vita si decide di essere uno di loro; infine significa prendere un taxi con la furia addosso e ritrovarsi a parlare in spagnolo con la conducente che è una cilena simpaticissima e scoprire che sta con un tipo del Bangladesh conosciuto durante una vacanza a Londra che è diventato l'uomo della sua vita. Storie di Londra: sei mesi a guidare un cab nero lungo le strade della City of Westminster, sei mesi a descansarse nelle foreste dell'entroterra di laggiù, un posto oltre l'India dove forse prima di lei un cileno non aveva mai messo piede.
La mia curiosità e lo spirito da sociologo da 4 soldi fa sì che le chieda: ti sembra felice la gente qui a Londra? macché, fa lei, vanno tutti di corsa e si dimenticano di vivere!
E chi lo sa, qual'è l'essenza di vivere qui. Forse correre, forse inseguire i propri miti. Forse stringere la mano a David Nicholls (Apple Store di Regent Street, la domenica). Forse parlare in inglese con una ragazza italiana seduta accanto alla fila 7 sul volo BA al rientro. Forse non pensarci più, specchiarsi negli occhi di chi ha fatto certe scelte, incamerare l'impeto di energia quanto più a lungo possibile, invidiarli ma solo un pò e continuare a fare, che il tempo rimasto è ormai poco.
Londra significa energia, ma Londra significa tutto.
Bello viaggiare, bello fermarsi, magari.
Bello pensare all'idea di casa e sognarne una, un giorno.




mercoledì, ottobre 08, 2014

Lasciatemi cantare

Izmir. E non dico Istanbul, dico Izmir. Istanbul è 15 o 20 milioni di persone e il quartiere-sogno di Bebék, tradizione e folla ovunque, alcool (forse) vietato la sera e minigonne, orizzonti mozzafiato al tramonto e grattacieli a perdita d'occhio, gente che va di corsa e ingorghi, stipendi da 5 o 10 mila euro al mese e 2 milioni di siriani profughi che cercano un'esistenza, bar meravigliosi con terrazze all'aperto che allietano i giovani con brani di Celentano e navi cargo che solcano il Bosforo da sud a nord, oppure sostano a decine nella grande insenatura che si apre sotto il Topkapi. Baklava, vecchi che fumano, ragazzine col cane che sembra la Marina di San Francisco, thé e caffé turco, scorci di mare e di colline, odore di soldi e hotel di super lusso fatti apposta per gli emiri che vengono a pizzicare l'Europa, centri commerciali e fiere, il faccione barbuto di Prandelli e quello meraviglioso di Elcin che esce a cena con me solo perché così "tiene allenato il suo italiano", gatti tra le viuzze di Fatih e ragazze sempre più occidentali quindi belle: un incrocio di razze, una prospettiva diversa sul mondo a 2 ore da casa. 
Izmir è distante un pomeriggio in macchina. 4 milioni di abitanti, Efeso e Cesme come gite fuori porta, paradiso per coloro che (rispettivamente) non possono stare senza arte e archeologia, vela e kite surf.
Una città adagiata su una baia fatta a C rovesciata, immaginate di simulare una C rovesciata con la mano destra: ecco, quella è la baia e Izmir sorge proprio lì, nell'incavo tra pollice e indice.
C'è un lungomare di 5, forse 6 chilometri e io ero lì per lavoro e, nonostante le bestemmie, devo dire grazie azienda che, per lo meno, in questi anni mi ha fatto scoprire quanto il mondo sia grande e diverso, come gli affari possano essere conclusi in molti diversi modi, come ci si possa capire al volo senza parlare una parola della lingua dell'interlocutore.
In questo lungomare, la sera 200, forse 300 ristoranti a fianco del seafront sempre pieni offrono branzino e pesce spada, frutti di mare e pistacchi, mezze e baklava. Tutto un lavoro così.
Di giorno organizziamo il nostro business lunch, poi il pomeriggio un pò di lavoro in camera con vista mare e al tramonto alzo lo sguardo e vedo che sì, davvero, il sole cade sul mare esattamente nella parte aperta della baia, lo spazio tra il pollice e l'indice della vostra C della mano. Scendo e faccio questa foto, nessun effetto mi sono solo inginocchiato. 
Parlassi un minimo di turco, non tornerei più indietro. 

E come me direi che l'hanno pensata in tanti perchè in due sere di passeggiata e ristorante ho sentito parlare francese e tedesco, arabo e naturalmente italiano.
Mi infilo le sneakers e mi faccio una corsa di iodio come neanche in Sardegna due mesi fa, davvero una libidine.
Poi a cena organizzando business futuri, aziendali e personali, quando d'improvviso arriva un venditore di accendini che qui allarga la sua mercanzia a velieri in legno e sigari, mi si avvicina inquisitivo e mi chiede se prendo qualcosa. Alla mia risposta, si allarga un sorriso. Mi riconosce subito: "italiano? Lasciatemi cantaaaareee..... sono un italiano vero!".
Boh, non chiedetemi perchè, ma mi sono sentito non dico orgoglioso, ma quasi. Sempre storia, sempre testa girata al passato, sempre cose un pò di merda ma cazzo se c'era un rumeno seduto al posto mio, che gli cantava il vu cumprà?
Come dice Tolga: "Hey man, being italian still means something!"

Andate in Turchia, trovate un motivo e andateci

mercoledì, settembre 24, 2014

La risposta sta sempre negli altri

Vivo a Bologna da oltre un anno e mezzo e mi sono resoconto anche io, tra una trasferta e l’altra, che non è più lei.
Qualche uscita con amici storici e qualche altra con amici recenti ha tentato di offrirmi un giudizio più lieve, ma erano solo serate di balsamo sulla scure della bocciatura.

Voglio dire: Bologna rimane interessante, ti offre l’opportunità di conoscere gente interessante e talentuosa, ma ormai è un luogo dove prevale inevitabilmente sporcizia, degrado, brutture e se non stai attento, banalità. Di luoghi e di persone.
Forse il mio giudizio sarà determinato dal mio peregrinare che mi porta in luoghi più interessanti ma che sono capitali che non possono essere accostate a Bologna, ma cazzo la sofferenza c’è, la tocchi.
La gente si accontenta, bighellona. I posti nuovi magari sono fantasiosi, ma poveri. Quelli belli sono ormai appassiti e fuori tempo. La città non ha mai avuto una grande anima ma ora è alla mercé del primo che passa. E’ una tensione continua tra chi ci prova a cambiare le cose (le Social Streets, Kilowatt, la Cineteca) e chi si erge comitato per ostacolarle. Come fare?

E’ con questi pensieri che mi affollano la testa che esco per incontrare il mio amico Saverio, un tipico prodotto della sottocultura bolognese del tempo che fu e quindi un individuo splendido, pieno di idee e di positività e un pochettino senza rotta. Si parla di progetti inquinati, si fanno progetti nuovi, si fanno presentazioni lungo un via vai di gente che passa che conosce solo me, o solo lui.
Ci si saluta dopo due ore e il rilancio di nuovi progetti, con sempre al centro quella positività e la voglia di muovere il culo, pur in un contesto sempre più lassista e complicato.
Ma quando è cominciato questo processo di passion drain? boh!

Sono solo le 21 e allora rispondo a un sms arrivatomi un po' prima e raggiungo questa amica che è anche collega, un po' apolide un po' ancora alla scoperta in cui butta il suo frugale stipendio, perché lei a Bologna ci è arrivata per lavoro (a proposito, di lavoro per rimanere poveri ne parlerò presto).
La raggiungo e in realtà sono 4 e tranne le presentazioni le altre non me le filo un granché (ma va?) e rimango fitto a parlare di vacanze e rientro al lavoro veloce viaggio a Mosca e di come facciamo con la mia amica.
Viene il momento di andarsene dal locale in cui siamo (super attivo culturalmente ma adornato da pochi oggetti di riciclo del tempo che fu: un tipico bolognese!) poiché, vengo informato, due delle sue 3 amiche (conosciute con blablacar - ci sarebbe da scriverne un libro) il giorno dopo devono partire presto perché “lasciano Bologna”.
Due salutano e si allontanano appena fuori il locale, la mia amica ha la macchina parcheggiata lontana e allora mi offro di accompagnarla e l’altra ragazza è di strada e viene con noi. E comincia la mia curiosità.
Di dove sei? Cosa fai? Perché te ne vai? Quando hai preso la decisione? Come si fa a prendere una decisione del genere? (niente da fare, avrei dovuto fare il giornalista no way! anzi, sono ancora in tempo!!).

Lei attaca a parlare, molto spigliata e con una faccia simpatica ma soprattutto con dei fuseaux neri attillatissimi e le gambe lunghe e le Superga ai piedi, non la fisso in basso solo perché noto - per la prima volta, giuro! - i suoi bellissimi capelli biondi. Lei prosegue a parlare, a macchinetta, e in 3 minuti e 27 secondi netti mi risponde a tutte le domande, mi tratteggia il suo passato - presente - futuro, mi dà il giudizio definitivo su Bologna e sull’Italia e al contempo, continua a giocare con i suoi boccoli biondi, ad ancheggiare su quelle gambe flessuosissime e ad ammiccare pure con i suoi occhi (blu? sono forse blu?! non li vedo bene… è un quarto all’una).

La mia amica, fino ad allora la sola con cui avevo colloquiato lungo la serata, diventa silenziosa e si defila di fianco, ascoltando e cercando di capire cosa stia succedendo.
Camminiamo per qualche minuto, lei sempre con il pallino della parola in mano ed io a controbattere, fino a che non arriviamo al punto in cui dovremmo separarci e lì ci fermiamo, assumendo questa chiara posizione che le teorie sulla pnl spiegherebbero in modo estremamente chiaro: io di fronte a lei, lei di fronte a me con le mani sui fianchi, la mia/sua amica di fianco a me.
A quel punto il quadro per un attimo si inverte, perché dacché prima l’avessi guardata solo in viso, addirittura l’avessi guardata solo nelle parole oserei dire, attacco a fare l’inverso.
Le osservo i capelli, la linea del collo, le tette enormi (veramente enormi!), il sorrisino inquisitivo stile Monnalisa, l’ancheggiare furetto, le lunghe gambe avvolte nei fuseaux neri, le mani che da buona italiana volteggiano sempre nell’aria, l’occhietto calmo e sereno. E penso: ma guarda che bella figa, vedi cosa ti regala Bologna?

Però, contrariamente a quanto avviene di solito in questi casi, non interrompo di ascoltare quel che sta dicendo, perché è ancora più strampalato e affascinante di lei. Questa vive qui, viene dal mare del nord ovest, lavora (anche se certo non si esalta per quel che fa, ma è un dolore comune) e decide “dopo un anno di pensieri e ripensamenti” di mollare tutto. Ancora una che molla tutto? Sì, ancora una.
Ma fa una cosa diversa: va a studiare in Spagna, 5 anni di studio la attendono in una città di mare ed economica, dove se non hai pretese con due anni del mio stipendio ti compri una casa.
non ho capito se con il moroso o no, ma il progetto sembra ben assettato (“il primo anno poi prenderò anche la disoccupazione..”) e il suo sguardo cosciente e rilassato. 
Le chiedo cosa le mancherà di Bologna, lei che tra studio e lavoro c’è rimasta sette anni, e lei di rimando dice “ma sai? credo nulla. Bologna è una città che attrae gente dai paesini del sud, dunque è una accozzaglia di gente di provincia del sud, ormai offre assai poco di più” e d’un tratto penso che io, considerato attento conoscitore dei fenomeni sociologici, non ci ho mai pensato a questo. Non ci ho mai pensato, no, ma al contempo rifletto e di dico che sta biondina gettona c’ha davvero ragione, ha letto la realtà assai meglio di me. Mi sento d’un tratto nel posto sbagliato nel mio momento adatto.

Scrivo alla mia amica giornalista sulla cronaca locale e le dico che questi sono i fenomeni nuovi da descrivere: un tempo la gente arrivava carica di aspettative, non solo dai paeselli del sud ma da un pò tutta l’Italia e creava quell’atmosfera che era propria di questa città, mentre ora se ne va disillusa e senza regrets. Lei mi dice che darebbero trovate altre storie, ma che sì, ora le cose stanno così, e che in fondo storie del genere ne conosce parecchie anche lei.

Sto post l’ho titolato “la risposta sta sempre negli altri” ma non so il motivo per cui l’ho fatto, perché di risposte quella sera non ne ho trovate davvero.


Anzi, a dir la verità una sì, l’ho trovata. Hai un bel da dire che ti piacciono le tette piccole, che la figura della donna così è più armonica etc etc.. la verità è che le tette grandi sono ancora il più grande anestetico sulla faccia della terra, come le sirene di Omero!